ALITALIA/ Delta, Easyjet e i fallimenti che si vogliono dimenticare

Ci si sta dimenticando qualcosa mentre si festeggia l’operazione che dovrebbe portare al rilancio di Alitalia tramite Delta ed Easyjet

19.02.2019 - Guido Gazzoli
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Lapresse

Dopo aver sentito il roboante annuncio su Alitalia dell’operazione FS/Delta/Easyjet condito con le note dell’inno di Mameli a celebrare la ritrovata italianità della compagnia di bandiera sono andato a spulciare l’Annuario delle Associazioni di beneficienza e non avendo trovato i nomi dei due vettori ho pensato che in Italia non fossero registrate come tali, cosa subito confermata da una ricerca sul computer, che mi ha confermato trattasi di due compagnie leader nei loro rispettivi Paesi. E lì mi hanno assalito gli stessi dubbi che sono stati esternati sul Sussidiario dagli illuminanti articoli di Gaetano Intrieri, ma anche quelli di Paolo Rubino, ex dirigente Alitalia, su altra testata.

Bisogna essere digiuni non solo di trasporto aereo, ma pure di un know-how commerciale basico per celebrare l’arrivo dei classici cavalieri bianchi in grado di metterci del loro per salvare l’ex compagnia di bandiera dalla chiusura. Mi sono tornati altresì alla mente pensieri e situazioni vissuti in prima persona nel 2009, quando un’altra pattuglia di cavalieri venne approntata da Silvio Berlusconi per “salvare” sempre un’Alitalia i cui numeri non chiudevano bene da anni ma registravano un segno positivo solamente nel costo del lavoro. E dove si mise mano? Ovviamente riducendo le maestranze con un’operazione suicida nei confronti di un vettore con quasi 70 anni di storia: 10.000 addetti, per lo più anziani, vennero messi alla porta, buttando così via tutto un know-how che venne rimpiazzato, in piccola parte, dai dipendenti, immessi nella nuova società, di una compagnia aerea privata, AirOne, presentata come il cavaliere bianco in soccorso tecnico di Alitalia in un’operazione che contava pure sulla presenza di banca Intesa e di un gruppo di industriali amici fedeli dell’ex presidente del Consiglio.

Non ci volle molto per scoprire (ma questo i meglio informati lo sapevano da mo’) che il vettore privato AirOne stava in una condizione finanziaria estremamente peggiore di quello da salvare, e che quindi, alla fine, l’intera operazione servì, con costi ingentissimi per lo Stato, a ripulire un vettore fallito. Si riversarono i costi del fallimento sulla vecchia compagnia di bandiera e tutti fecero finta di non accorgersi di nulla, fino ad arrivare a un altro fallimento tecnico e alla comparsa di un altro cavaliere bianco, Etihad che, come disse Renzi, avrebbe dovuto far decollare Alitalia, cosa mai avvenuta per la semplicissima ragione sempre spiegata su queste pagine: i benefattori non esistono, meno in campo economico, specie in un settore come quello del trasporto aereo dove la lotta per la sopravvivenza è davvero all’ultimo sangue.

Ma se nel corso di questi ultimi vent’anni siamo riusciti a distruggere un sistema industriale nazionale, non possiamo certi piangerci addosso, fare i Calimero e accusare le ingerenze straniere che peraltro hanno trasformato lo stivale in un supermercato a cielo aperto di altri Paesi, dotati di un vero sistema organizzato e protetto dai rispettivi Governi per difendere gli asset importanti delle loro economia: la questione Alitalia è l’ennesimo esempio di quanto siamo incapaci di poterci garantire un futuro degno dal punto di vista economico. Nonostante abbiamo a disposizione risorse in grado di salvare Alitalia e di poterla inserire in un settore vitale all’economia della nostra Nazione, come nella politica siamo nell’eterna attesa di un cavaliere bianco (che non esiste) in grado di salvarla e solo a disastro annunciato e compiuto, una volta svegliatici e pagando le conseguenze di queste politiche suicide, si scateneranno i dibattiti. Ma ormai sarà troppo tardi.

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