BORSE E MERCATI/ Fed e Bce spingono l’Italia ai margini dei “radar”

Sotto i riflettori ci sono le possibili novità sul fronte delle politiche monetarie. In Europa legate al deterioramento dell’area euro, in particolare della Germania

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Lapresse

Sono le possibili mosse di Federal Reserve e Bce, da un lato, e la frenata dell’area euro, dall’altro, a tenere oggi impegnati i mercati. “Il deterioramento delle condizioni economiche dell’Eurozona, e in particolare della Germania che ne è il motore principale – osserva Alessandro Magagnoli, analista tecnico e cofondatore di Financial Trend Analysis (Ftaonline) –, ha comportato un mutamento di atteggiamento da parte della Bce, che ha fatto immediatamente alzare le antenne ai mercati. Una cosa, infatti, è affrontare una fase di decelerazione dell’economia in balia degli eventi, una completamente diversa è farlo con il paracadute offerto dalla Bce aperto”. E l’Italia? “In questo momento, e forse anche giustamente, è lasciata un po’ ai margini della corrente nella quale si agitano gli altri principali mercati”.

Ai mercati, però, non sono sfuggite le ultime revisioni delle prospettive di crescita per il nostro Paese, visto che lo spread ha ricominciato a rialzare la testa…

Senza una crescita dell’1%, improbabile con gli attuali dati economici visibili sul cruscotto degli indicatori, è molto difficile che il rapporto deficit/Pil possa rimanere vicino al 2%, come pattuito con la Ue. E’ molto probabile una sua risalita verso e oltre il 3%, eventualità che renderà inevitabile una manovra aggiuntiva a metà anno. Ecco perché lo spread è risalito in area 275 e graficamente il rischio di ulteriori rialzi esiste. I minimi di martedì 19 febbraio a 262/263 poggiano, infatti, sul 61,8% di ritracciamento del rialzo dai minimi del 31 gennaio e la successiva reazione si è lasciata alle spalle la trend line ribassista che parte dal top dell’8 febbraio.

Con quali effetti su Piazza Affari?

Il comparto bancario, per esempio, abbastanza vivace fino a metà febbraio, ha subìto una battuta d’arresto. Ulteriori indicazioni rialziste per lo spread verrebbero oltre i 295 punti, rischio in quel caso di una nuova puntata verso 310/320, che potrebbe ovviamente mettere in difficoltà la tenuta del Ftse Mib in prossimità della resistenza critica di area 20.300/20.350 contro la quale le quotazioni si stanno scontrando senza successo.

E sui tassi Btp a 10 anni?

Si nota già la presenza di un pericoloso testa spalle rialzista disegnato a partire dai minimi del 2 gennaio (testa il minimo del 31 gennaio, seconda spalla il minimo del 19 gennaio). La “neckline” è ancora lontana, passa al 3,03%, ma in caso di superamento di quei livelli la tensione sui tassi potrebbe rapidamente aumentare riportandoli al 3,50/3,55%. Sotto il 2,70%, invece, il testa spalle perderebbe di proporzionalità e diverrebbe meno pericoloso. In quel caso anche lo spread si sgonfierebbe, assumendo toni meno minacciosi.

Torniamo, allora, ai fattori che preoccupano di più gli investitori. Quali sono oggi?

La Bce ha comunicato che a dicembre l’avanzo delle partite correnti dell’Eurozona è stato pari a 16,2 miliardi, rispetto ai 22,6 di novembre, mentre gli analisti avevano previsto un valore di 21,4 miliardi di euro. L’avanzo totale del 2018 ammonta così a 343 miliardi, inferiore ai 362 miliardi del 2017, e pari al 3% del Pil dell’Eurozona.

Se si guarda alla sola Germania invece?

Si scopre che la bilancia commerciale a dicembre è stata in surplus per 19,4 miliardi, meno dei 18,9 di dicembre 2017. In termini destagionalizzati, il saldo della bilancia commerciale estera è in avanzo di 19 miliardi di euro. Secondo Destatis, l’Ufficio federale di statistica, che ha segnalato un export in calo del 4,5% rispetto a un anno fa, per l’intero 2018 il surplus delle partite correnti (flussi di beni, servizi e investimenti nel Paese) è risultato pari a 294 miliardi di dollari, il maggiore al mondo per il terzo anno di fila, davanti a Giappone (173 miliardi di dollari) e Russia (116 miliardi). Ma in rapporto al Pil il surplus tedesco si è ridotto al 7,4% dal 7,9% dell’anno precedente.

Sta dicendo che ha ragione Trump quando chiede di rivedere gli accordi commerciali con l’Europa?

Dico solo che gli Stati Uniti potrebbero voler imporre nuovi dazi sulle importazioni dall’area euro, in particolare sulle auto (del 25%), con il risultato che, secondo i calcoli dell’istituto Ifo, le esportazioni negli Usa potrebbero diminuire del 50%.

A fronte di questi numeri preoccupanti, c’è qualcosa che ha recato sollievo ai mercati?

La notizia, anche se per ora è poco più che un’indiscrezione, che la Bce potrebbe sostenere anche il settore auto.

In che modo?

Il piano di stimolo allo studio della Banca centrale europea – un nuovo Tltro, con il quale la Bce eroga prestiti della durata di 4 anni alle banche dell’Eurozona al tasso di riferimento, lo 0%, ma anche al tasso sui depositi, il -0,4%, con l’obiettivo di migliorare le condizioni del mercato del credito ai privati e di aumentare i prestiti delle banche alle aziende – potrebbe essere esteso alle finanziarie delle società automobilistiche, quelle che erogano prestiti per l’acquisto di vetture.

Insomma, il mercato ha annusato profumo di cambiamento, è così?

Subito. Tanto che, ben sapendo che la frenata dell’economia tedesca negli ultimi due trimestri del 2018 era imputabile in gran parte proprio al comparto auto, ha premiato il Dax con acquisti che hanno permesso al listino di superare, a partire dal 20 febbraio, la triplice resistenza degli 11.370 punti, 50% di ritracciamento del ribasso dal top dello scorso settembre, media esponenziale a 100 giorni e “neckline” del testa spalle rialzista disegnato dai minimi del 20 novembre scorso. Alla rottura di 11.510, linea che scende dai massimi di giugno 2018, diverrebbe credibile il raggiungimento del target del testa spalle, a 12.450 punti circa. Solo ritorni al di sotto di area 11.300 metterebbero in discussione i segnali di forza appena inviati.

Ci sono altri aspetti interessanti legati all’ipotesi di un ritorno sulla scena della Bce a sostegno dell’economia dell’area euro?

Gli osservatori si sarebbero aspettati che queste notizie potessero tradursi in un rafforzamento del dollaro contro euro, rafforzamento che invece non si è visto. Anzi, il cambio è salito in area 1,1350, sulla mediana del canale ribassista disegnato dai massimi del 10 gennaio. La rottura di 1,1350/1,1375 renderebbe probabile il test del lato alto del canale, a 1,1450, allontanando quindi le quotazioni da quel target di area 1,10 che in molti danno come il prossimo punto di arrivo.

Come si spiega questa, per certi versi inattesa, debolezza del dollaro?

Le cause potrebbero essere legate alle voci su un mutato atteggiamento della Fed, non solo sul fronte dei tassi d’interesse, abbandonando la politica di rialzi “con il pilota automatico” e intraprendendo invece una “navigazione a vista”, ma anche del bilancio. Già a gennaio la Federal Reserve aveva comunicato che la velocità di riduzione del suo bilancio, cresciuto a dismisura durante la stagione del Qe, sarebbe potuta diventare uno strumento di politica monetaria.

In che senso?

Una riduzione veloce del bilancio equivale, come effetti, a un rialzo dei tassi: drena liquidità dal mercato, rende il dollaro più “scarso” rispetto alle altre valute, facendone alzare il prezzo. E il confronto dei grafici della variazione netta della liquidità della Fed su base annua e del cambio euro/dollaro evidenzia una chiara similitudine: tanto più velocemente la liquidità scende, tanto più cala il grafico dell’euro/dollaro, e quindi il dollaro si apprezza. Ma la Fed ha iniziato a far circolare la voce che già a partire dalla seconda metà di marzo il ritmo di riduzione del bilancio potrebbe rallentare, per poi arrestarsi a fine 2019.

Quindi?

A fine 2019 la Fed potrebbe trovarsi con un bilancio molto più ampio di quello ipotizzato anche solo pochi mesi fa, e con tassi d’interesse più bassi di quelli che il mercato aveva scontato nel 2018. Questo spiega in parte il fatto che la moneta Usa non si sta apprezzando.

Le minute dell’ultimo incontro della Fed, uscite il 20 febbraio, sono dunque al centro di letture e approfondimenti da parte dei mercati?

Le minute della Fed relative all’ultimo incontro di politica monetaria del 29-30 gennaio hanno fornito qualche risposta alle domande dei mercati, ma non hanno causato particolari oscillazioni sulle Borse.

Perché?

Dalle note emerge chiaramente che i membri del Fomc, il Federal Open Market Committee, sono divisi sull’opportunità di procedere durante il 2019 con nuovi rialzi dei tassi, un fattore d’incertezza che non piace particolarmente ai mercati. Ma dalle note è invece emersa la volontà di terminare la riduzione del bilancio nel 2019, una conferma gradita agli investitori. Certo, finché il mercato del lavoro resterà in buona salute e l’inflazione attorno ai valori ritenuti desiderabili dalla banca centrale, il target del 2%, nuovi rialzi dei tassi nella seconda parte dell’anno non si possono escludere. Da qui la reazione tiepida dei mercati azionari.

(Marco Biscella)

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