PATTO ITALIA-CINA/ I cattivi affari che sfiduciano il governo Conte

Si avvicina la firma di un accordo tra Italia e Cina che può avere più conseguenze negative che benefiche. Ma il Governo è a caccia di soldi

16.03.2019 - Ugo Bertone
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Giuseppe Conte (Lapresse)

“È un accordo quadro non vincolante non è un accordo internazionale. Sarebbe stato un po’ eccentrico non partecipare a questo progetto internazionale, d’altra parte. È una grande opportunità per riequilibrare la bilancia commerciale con la Cina”. Così il premier Giuseppe Conte a proposito dell’intesa che l’Italia si accinge a sottoscrivere con la Cina con un intento esplicito, a legger la dichiarazione del premier: aumentare l’export nei confronti di Pechino già oggi di dimensioni ragguardevoli, nell’ordine di 43 miliardi di dollari.

Solo un accordo quadro, ha sottolineato il sottosegretario Michele Geraci, il tecnico con una lunga esperienza di rapporti con la Cina spuntato nel Governo in quota Lega (ma più affiatato con Di Maio che con Salvini) che da quasi un anno lavora, lontano dai riflettori, per quest’intesa. Al momento non sono previsti né obblighi, né fondi, ma solo l’individuazione di alcuni settori strategici in cui prevedere iniziative comuni. Ma, nonostante la frenata indotta dalla crisi che sta limitando l’impegno finanziario di Pechino, si parla di cifre potenzialmente enormi: la dotazione di Aiib (Asian Infrastructure Investment Bank), il canale scelto perché garantisce standard di trasparenza accettabili dai partner Ue, conta su fondi per 100 miliardi di dollari.

Una bella torta, da spartire tra gli 80 Paesi al mondo che hanno aderito al piano. Tra cui, però, solo quattro in Europa: il Portogallo, la Grecia, l’Ungheria e la Polonia cui presto si aggiungerà probabilmente l’Italia, l’unico dei Paesi del G7 ad aver accettato l’ingresso in questo club. Ma, ben prima della nascita del Governo giallo-verde, l’unico tra i Big ad aver partecipato con un premier (Paolo Gentiloni) al varo del programma della Via della Seta e ad aver attivato a suo tempo una Task Force per valutare le opportunità della Belt & Road.

Una lunga marcia, insomma, piuttosto che una svolta a sorpresa che possa giustificare l’allarme di Bruxelles o di Washington per un’operazione che appare di carattere economico. Ma è proprio così? In termini economici, è assai più rilevante l’impegno che corre tra Berlino e la Repubblica Popolare ove Volkswagen fattura da anni più auto che nella stessa Germania. Non a caso il terminale europeo della Via della Seta si trova a Duisburg, dove confluiscono le merci cinesi verso l’Europa. Una partnership privilegiata, cementata da numerose trasferte di politici, imprenditori e manager verso la Cina (e viceversa).

Ma questo asse si è sviluppato entro confini ben definiti senza aver bisogno di memorandum che, per quanto simbolici, assumono un forte significato politico. “L’amicizia”, ad esempio, non ha impedito al Governo tedesco di farsi promotore a fine 2018 di un pacchetto di misure per controllare e limitare gli investimenti in risposta alla crescente penetrazione da parte di compagnie cinesi pubbliche o sostenute dal Governo in settori strategici per l’economia tedesca. Ancor prima, nello scorso luglio, Berlino aveva impedito a State Grid – l’impresa elettrica statale della Repubblica Popolare, la prima utility al mondo – di acquistare il 20% dell’operatore 50Hertz, che fornisce elettricità a 18 milioni di tedeschi nella parte nordorientale del Paese. Ci sono beni e servizi che non si vendono se si vogliono avere le mani libere e la piena sovranità.

Diversa, anche sul piano storico, la posizione italiana. State Grid, respinta in Germania, controlla da tempo il 35% di Cdp reti, la società in cui il Tesoro ha collocato il 29% circa di Terna e di Snam. E alla luce degli ultimi sviluppi non è certo azzardato pensare che Tim, di cui la Cdp controlla ormai il 10%, possa entrare nella combinazione, tanto più se si pensa alla leadership tecnologica e finanziaria che probabilmente verrà assunta da Huawei. Certo, qualsiasi patto non potrà non prevedere l’arma del golden power che però non sarà sufficiente a sopire i timori degli Usa. È la tradizionale propensione italiana al compromesso più che la lettera dei trattati (che spesso tendiamo a dimenticare) che rende sospetta la nostra posizione: l’Italia è a caccia di quattrini, di partner che vogliano foraggiare la nostra atavica propensione ad appoggiarsi a qualche potente e a lucrare sulla sua benevolenza. Un cinismo da Arlecchino che più di una volta ci ha portato a scherzare con il fuoco. E non sempre ci è andata bene.

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