FINANZA & MERCATI/ Spread, Borse e petrolio: può aprirsi una stagione di rialzi

I mercati stanno vivendo una fase delicata, vicina a supporti e resistenze molto importanti. Quindi massima attenzione ai segnali di forza, senza anticiparli troppo

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Lapresse

Spread, Borsa Usa, petrolio e i titoli Unicredit e Banca Intesa come cartine di tornasole per Piazza Affari: “In un momento di incertezza – osserva Alessandro Magagnoli, analista tecnico e cofondatore di Financial Trend Analysis (Ftaonline) – sono questi gli indicatori da guardare per capire che direzione prenderanno i mercati. Anche se, come succede spesso nelle fasi di cambiamento, non ci sono sentenze sicure, le fasi di cambiamento non vanno comunque sottovalutate, perché sono quelle durante le quali, se si individua bene la tendenza, si possono trarre i maggiori benefici. Quindi, in questa calma apparente, massima attenzione, perché da qui potrebbe partire un altro bel movimento. L’avvertenza è non anticipare i segnali di forza: sotto le resistenze l’analisi tecnica ci dice che non si compra, ma si sta a guardare aspettando che le resistenze vengano superate”.

Partiamo dallo spread. A Piazza Affari sembrerebbe essere finita la fase di turbolenza. E’ un momento favorevole per il mercato italiano?

Lo spread è il termometro della situazione. E’ sceso su livelli molto importanti, i 240 punti base, tornando quindi sui minimi toccati il 7 e il 14 marzo, come era già successo il 31 gennaio. Tra questi due test in area 240, lo spread si era spinto fino a 296-297, quindi un rientro delle tensioni effettivamente c’è stato.

Lo spread a 240 fa dunque da spartiacque?

Sì. Finché rimane sopra, la situazione resta moderatamente positiva, ma niente di nuovo rispetto a quello che abbiamo visto nei tre mesi precedenti; se invece scendesse sotto 240, siccome il supporto successivo è a 210, cioè molto vicino ai 200 punti, si potrebbe iniziare a dire che veramente tutte le preoccupazioni della prima parte del 2019 si stanno accantonando. Quindi, in una finestra temporale di breve termine, si può continuare a essere positivi. Ci sono però un paio di “ma” da non dimenticare.

Quali?

Il primo ha a che fare non tanto con il mercato italiano, ma con quello Usa, che è un po’ il driver anche delle Borse europee. L’S&P 500, proprio il 13 marzo, è arrivato sulla resistenza dei 2.820 punti, il top del 17 ottobre, del 7 novembre e del 4 marzo. Siccome questo livello coincide con l’ultimo dei ritracciamenti di Fibonacci per il ribasso dei massimi del 21 settembre, da dove era partito tutto la forte discesa che aveva caratterizzato l’ultima parte del 2018, il superamento di questi 2.820 punti sarebbe un indizio molto forte in favore di un ritorno sui massimi storici dello scorso anno. Obiettivo che solo poche settimane fa sembrava alquanto improbabile, proprio perché la trattativa Usa-Cina sembrava in alto mare e si vedeva un forte rallentamento dell’economia, compresa quella statunitense. In parte queste preoccupazioni si sono attenuate: basti pensare agli ultimi dati moderatamente positivi, sia sui beni durevoli che sui consumi interni, mostrati dall’economia Usa, dove anche l’inflazione all’1,5% resta abbastanza lontana dal livello di guardia che la Fed individua nel 2% circa. E questo rende credibile il fatto che quest’anno la Federal Reserve non andrà a toccare i tassi.

E il secondo “caveat”?

Il fatto che non si vada verso un rialzo dei tassi, almeno nel medio termine, ha condizionato l’andamento del cambio euro-dollaro. Con un’economia Usa in moderata salute e un’economia europea in deciso rallentamento, ci sarebbe da aspettarsi un cambio che punta verso la parità. Invece nelle ultime giornate è passato da 1,12 a 1,1350. Questo rafforzamento dipende più da una valutazione sui tassi d’interesse che dal rapporto tra le due economie.

Il problema dove sta?

Un dollaro in calo nei confronti dell’euro non è una buona notizia per le Borse europee, in particolare quella tedesca e italiana, perché ovviamente penalizza l’andamento dell’export. Però, finché si resta sotto area 1,14/1,1450, questo è sì un potenziale elemento di possibile forza relativa cedente delle Borse Ue, ma non sufficiente a interrompere il rialzo dei titoli europei.

A proposito di Borse, quali settori meritano in questo momento di essere monitorati?

Due in particolare: banche ed energia. Riguardo al primo, strettamente legato all’andamento dello spread, abbiamo assistito a un rialzo dei titoli Unicredit e Intesa, i capofila del comparto finanziario italiano, che – un po’ come detto per l’S&P 500 – sono arrivati su resistenze molto importanti: Intesa ha toccato i 2,20 euro e Unicredit i 12 euro. Queste soglie dovranno essere superate, con una certa continuità, per confermare che questa situazione in evoluzione positiva possa continuare. Finché si resta sotto, per questi due titoli vale il ragionamento che il rimbalzo dai minimi di inizio febbraio è solo correttivo e quindi resta il rischio che possano verificarsi degli scivoloni. Siamo, insomma, su un crinale, come con quota 240 per lo spread.

Si parla con insistenza della fusione Deutsche Bank-Commerzbank. Che impatto potrebbe avere sui titoli del comparto banche di Piazza Affari?

Potrebbe sicuramente averlo più su Unicredit che su Intesa. Non penso che comunque sia un tema che il mercato andrà a sfruttare nel breve termine, e di certo non è un elemento negativo.

Passiamo al settore energia e petrolio. Che segnali arrivano?

Sul petrolio erano veramente pochi quelli che scommettevano, qualche tempo fa, su una fase di crescita delle quotazioni, visto che si dava per scontato un rallentamento dell’economia globale, con conseguente calo, o aumento meno veloce che in passato, della domanda di greggio.

E invece?

Gli ultimi dati su domanda dei Paesi emergenti e produzione fanno capire che il petrolio potrebbe salire ancora. Per ora il future sul crude oil, il riferimento a cui guarda il mercato, è molto vicino alla soglia critica dei 60 dollari. Sopra i 60 dollari, il movimento che è partito da dicembre da area 42,50 inizierebbe a diventare una vera e propria tendenza. Siccome petrolio e S&P 500 sono fortemente correlati, la rottura dei 60 dollari renderebbe sicuramente più credibile uno scenario rialzista per le Borse americane, ma anche europee. Finché la soglia non viene superata, c’è il rischio che dai 59-60 dollari di adesso si torni a correggere tutto il movimento al rialzo che si è visto dai minimi di fine dicembre. Il che vorrebbe dire che anche la Borsa non ce la farebbe a superare le resistenze di cui abbiamo parlato, con pericolosi passi indietro.

In conclusione, cosa si può consigliare agli investitori?

Sembra una situazione di incertezza, ma incertezza non vuol necessariamente dire stare alla finestra. Vuol dire preparare quelle strategie che poi verrebbero attivate al superamento dei livelli che abbiamo segnalato. Perché, se dovesse confermarsi un quadro dove lo spread scende sotto i supporti e Borse e petrolio salgono oltre le resistenze, potrebbe aprirsi una stagione di rialzi che non si esaurirebbe in una settimana, anzi potrebbe portare gli indici americani a toccare i nuovi massimi storici e il petrolio ad avvicinare magari i 70 dollari. E il comparto petrolifero, in particolare Eni e Tenaris, potrebbe, a quel punto, mettere a segno un bel balzo all’insù.

(Marco Biscella)

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