RECESSIONE/ Ecco il patto con Bruxelles per evitare una nuova batosta

- int. Marco Fortis

Per l’economia italiana le elezioni europee saranno molto importanti: ci può essere la possibilità di chiedere nuova flessibilità

Ue Borrell Coronavirus Recovery fund
La sede della Commissione Ue a Bruxelles (Lapresse)

Anche Standard & Poor’s ha tagliato le sue stime di crescita del Pil italiano per il 2019, portandole al +0,1% dal +0,7% previsto a dicembre. Luigi Di Maio, nell’intervista a Cnbc rilasciata a Wall Street, ha spiegato che il Governo mira a stimolare l’economia con il decreto crescita e il cosiddetto sblocca-cantieri, che saranno approvati nei prossimi giorni. Per il vicepremier sarà anche possibile disinnescare le clausole di salvaguardia puntando sia sulla crescita del Pil che sulla spending review e la privatizzazione di parte del patrimonio immobiliare pubblico. «Un pacchetto di misure sulla crescita, con il rilancio degli investimenti tecnici e lo sblocco dei cantieri, è senza dubbio utile. Certo non basta per capovolgere il quadro: aver perso praticamente 7-8 mesi inseguendo misure prettamente elettorali non ha giovato al contrasto della crisi. Adesso c’è la possibilità di rimediare a degli errori, il che è sempre positivo», ci dice Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison.

Dunque ben venga il decreto crescita…

Molti analisti hanno evidenziato la mancanza di una politica economica capace di contrastare la crisi. Con un intervento sugli investimenti e sui cantieri quanto meno si può aprire uno spiraglio in questa direzione. Certo, sperare che ne esca una crescita che ci permetta di avere i conti pubblici in ordine mi sembra un po’ ambizioso.

Lei aggiungerebbe qualche altra misura?

Il problema è che allo stato attuale non ci sono purtroppo risorse. Quelle che potevano essere dedicate a interventi per la crescita sono state tutte spese per Quota 100 e il reddito di cittadinanza. Tra l’altro l’intervento sulle pensioni peggiora il debito pubblico implicito, cosa non positiva per i conti pubblici nel lungo periodo.

Come si potranno disinnescare le clausole di salvaguardia che rischiano di avere effetti recessivi?

Gli effetti recessivi sono abbastanza prevedibili: i consumi sono già molto deboli, scattassero anche degli aumenti dell’Iva le lascio immaginare cosa accadrebbe. È difficile dire come potrebbero essere disinnescate le clausole di salvaguardia: bisognerebbe mettere dentro a un modello di previsione una serie di fattori, comprese le elezioni europee.

È così importante il voto di fine maggio?

Dal tipo di risultato si potrà capire molto circa l’atteggiamento più o meno favorevole che ci verrà riservato dalla Commissione europea. Di miracoli ne abbiamo visti tanti, intendiamoci. Quello che gli italiani non hanno capito è che una delle cose accadute negli ultimi anni è stata un vero miracolo: un ministro italiano è andato a chiedere flessibilità e ci è stata concessa. Grazie a quella flessibilità abbiamo potuto varare interventi come gli 80 euro e il pacchetto Industria 4.0. E i maggiori tassi di crescita degli investimenti tecnici e dei consumi dopo la crisi si sono avuti proprio in corrispondenza di questi provvedimenti. Che sono stati una richiesta italiana, ma anche una gentile concessione dell’Ue.

La flessibilità può aiutare anche per i conti pubblici?

Negli ultimi cinque trienni prima del 2018, il debito pubblico ha avuto la crescita media annua composta del suo valore monetario più bassa (1,93%) tra il 2015 e il 2017, ovvero nel periodo della flessibilità. Contemporaneamente c’è stata una crescita del Pil del 2,06%. Dunque c’è stato un calo del debito/Pil. Quindi la flessibilità è una strada che il Governo doveva abbracciare, ma non è ancora detto che non riesca a farlo. Nel 2018 il debito pubblico è aumentato più del Pil. Questa tendenza si può rapidamente invertire se si vanno a negoziare con l’Europa ulteriori margini di flessibilità.

Crede che sia possibile un accordo di questo genere?

Sì, ma bisognerebbe anzitutto che il Governo conoscesse alla perfezione i dati della nostra economia e li padroneggiasse e andasse poi dalla nuova Commissione europea a spiegare che l’Italia non è un Paese colabrodo. Per il ventennale della Fondazione Edison abbiamo fatto un vademecum statistico, con numeri che dimostrano che l’Italia non è la Grecia. Quindi si può benissimo andare a Bruxelles a dire che rispettiamo alcuni parametri che altri si sognano.

Per esempio?

Per esempio, il fatto che siamo in avanzo primario: Francia e Spagna non ci riescono da 15 anni. Abbiamo anche un rapporto tra la capienza finanziaria netta del settore privato e il debito pubblico che permetta alle risorse private, perlopiù allocate in banche e assicurazioni, di detenere titoli di stato. Abbiamo una bilancia commerciale con l’estero migliore di quella della Francia. Non parliamo poi del rapporto tra debito pubblico e ricchezza privata. Abbiamo quindi delle condizioni buone, ma temo che sia difficile che questa squadra di Governo riesca a farsi ascoltare dall’Europa se continuano gli attacchi a Bruxelles.

Il rallentamento dell’economia riguarda anche il resto dell’Europa. Questo può essere un aiuto nel farci ascoltare o piuttosto può far scattare negli altri paesi l’idea di approfittare della nostra debolezza?

Spero che due paesi importanti come la Francia e la Germania non cadano nell’errore di approfittare della situazione, anche perché ci sono legami economici, culturali e politici importanti. Io penso che se dovesse prolungarsi il rallentamento europeo, potrebbe esserci una maggiore comprensione nel valutare una rimodulazione delle regole europee o l’apertura di finestre temporali per rimandare nel tempo alcuni obiettivi. Ricordiamoci che alla Francia e alla Spagna sono stati concessi tre-quattro anni per rientrare sotto il 3% del deficit/Pil.

Non potremmo sforare anche noi il 3% del deficit/Pil?

No, assolutamente, bisogna trovare un giusto equilibrio tra il parametro concordato e quello che ci consenta di non “soffocare” sotto le regole. Si potrebbe cercare anche di lavorare su obiettivi di medio-lungo termine come lo scorporo degli investimenti in infrastrutture dal deficit o gli Eurobond per investimenti. Si potrebbero anche immaginare formule premiali per paesi che realizzano degli obiettivi di finanza pubblica ambiziosi.

Per esempio?

Perché non riconoscere a un Paese che per 5 anni realizza un avanzo primario superiore all’1% del Pil la possibilità di vedersi acquistati titoli di stato dalla Bce? In questo modo si riconoscerebbe un merito che un’Italia tanto bistratta ha avuto in questi anni. Ovviamente ci vuole una Commissione europea propensa a rivedere le proprie posizioni, anche con quei tagli di autocritica visti negli ultimi mesi come nel caso di Juncker. Se quell’autocritica era sincera e non solo strumentale a evitare un’ondata populista alle elezioni mi auguro ve ne sia una prova concreta. Più che sperare in una linea sovranista che scardina le regole europee, credo che sia meglio renderle più malleabili e realistiche.

(Lorenzo Torrisi)

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