SCENARI/ Francia-Italia, prove di intesa contro la Ue (e Pechino)

- Giulio Sapelli

Tra Francia e Italia sembra alle porte una cooperazione in campo industriale che appare necessaria, ma che va ben regolata

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Giovanni Tria e Bruno Le Maire (Lapresse)

Le Figaro di sabato/domenica (3 marzo 2019) titola nelle pagine dell’economia: “Paris et Rome jouent la detente economique e ben definiva l’allure che i gruppi dirigenti francesi volevano e vogliono dare alla nuova stagione non solo italiana, ma europea della politica industriale, dimenticando le sciagure diplomatiche provocate da comportamenti di singoli esponenti del Governo italiano sopra le righe, tanto più nella nazione che forse ha il più alto numero di cittadini non francesi insigniti della Legion d’onore al mondo: “Nonostante le tensioni, ministri e capi di entrambi i paesi – si legge – vogliono costruire campioni industriali europei”. Eccoci serviti. Ecco l’obbiettivo.

I colloqui franco-tedeschi in campo industriale durano da anni e non per caso: sono l’asse in cui si sfogano i contrasti e le tensioni e insieme si elaborano le compensazioni di interesse tra gruppi, famiglie, attività legate più o meno direttamente all’industria francese e tedesca. Le Confindustrie delle rispettive nazioni operano come attori di primo piano e come cassa di risonanza, forti di una collaborazione universitaria e interministeriale tra le due nazioni che si sviluppa senza interruzione dal 1963, anno del patto tra De Gaulle e Adenauer. È la prima volta, invece, che siedono accanto in gruppi di lavoro, in incontri con capi politici e schiere di sherpa, i corpi intermedi industriali italiani e francesi. Sotto le volte dorate dei salotti di Versailles un manager temprato da funzioni dirigenti in L’Oréal come Geoffroy Roux de Bezieux e Vincenzo Boccia si sono potuti scambiare quelle idee che sicuramente segnano un passo innanzi in una cooperazione che sinora è mancata e che invece deve iniziare sin da subito.

La ragione di questa necessità è resa evidente dalle sfide che attraversano non solo il sistema industriale italiano e che ci sono ben note, ma anche il sistema industriale francese che è sottoposto da qualche mese a una tensione internazionale inusitata e dinanzi alla quale non trova né alleati, né cooperatori. Mi riferisco in primo luogo all’affare Nissan-Renault-Mitsubishi, dove un manager come Carlos Ghosn, sino a due mesi fa capo incontrastato della joint-venture sicuramente più poderosa al mondo (pari solo agli accordi simili che vigono nel settore minerario su scala internazionale e un tempo – prima della recessione che continua dal 2007 – nei gruppi logistici internazionali): ora è in carcere, detenuto dalla giustizia giapponese che parte dalla presunzione di colpevolezza e che fa della carcerazione preventiva e senza difesa dell’imputato (Ghosn non ha ancora potuto incontrare il suo avvocato) uno degli assi portanti della difesa dalla concorrenza che con gli strumenti statuali il Giappone conduce contro tutti gli altri sistemi economici internazionali e le singole imprese.

Nissan punta chiaramente ad acquisire il controllo del gruppo e le accuse al manager nominato un tempo dallo Stato francese (che possiede il 15% dell’azionariato) servono a rafforzare il ruolo giapponese nel sistema automotive. I francesi hanno già nominato nuovi rappresentanti nel board abbandonando a se stesso il manager, ma lo smacco è stato ed è terribile e rimane un ferita aperta gravissima per la visione imperiale francese, visione che è del resto la sua formidabile forza.

La Francia ha da pochi giorni subito un altro formidabile colpo alla sua stessa reputazione (e non parliamo del suo jupiteriano presidente Macron!) quando le borse si sono rese conto che lo Stato olandese, lo Stato si badi bene e non privati investitori, acquistava azioni del gruppo Air France-Klm raggiungendo il 14% dell’azionariato con un investimento di 744 milioni di euro. E questo da parte di uno Stato che in tutta l’eurozona si fa paladino del libero mercato e di un severo antistrust.

La ragione di questa variazione di processo nella filosofia ordoliberista? Ma si tratta sicuramente del ruolo che deve avere l’aeroporto di Amsterdam-Schiphol, strategico per un impero senza territorio qual è da secoli l’Olanda. Non è un caso, inoltre, che il Belgio si sia affrettato tramite il suo ambasciatore a Parigi a incontrare il ministro francese Bruno Le Maire, dichiarando che i Paesi Bassi e la Francia avrebbero lavorato insieme per assicurare una gestione di successo del gruppo Air France-Klm.

I giochi diplomatici sono in corso e vanno dal Giappone a le plat pays, ossia al Belgio, inventato da Napoleone e mai più ritornato nel seno della douce France. Emergono le contraddizioni che subiscono sempre nella loro governance i grandi gruppi transfrontalieri. La motivazione di queste grandi manovre, retoricamente, è quella di armare l’Unione Europea di grandi gruppi in grado di far fronte alla concorrenza cinese. Posizione che come sappiamo, e come i francesi hanno detto alto e chiaro, mal si sposa con il radicalismo della Commissione europea che ha visto il suo dipartimento antitrust vietare la fusione tra Alstom e Siemens, irritando profondamente i francesi.

Il problema è che in tutta Europa ci si muove per nazioni ancora con tenacia, nonostante le sovrastrutture ordoliberiste dominate dalla Germania. Si sta aprendo una contraddizione tra potenza industriale nazionale, che per affermarsi realizza accordi transfrontalieri ma il cui controllo rimane fermamente nelle mani dei rispettivi Stati le cui imprese costituiscono il nerbo, la forza, degli accordi, e sistema ordoliberista europeo germanocentrico. Ma è significativo che nella continuità della recessione da deflazione anche gli Stati tramite i ministri dell’Economia acquistino un nuovo ruolo, non previsto dalle retoriche dei “pazzi morali lombrosiani” innamorati di un’Europa che non esiste se non nei loro deliri federalisti mai realizzatisi.

Ma la spada dello Stato, come ci insegnavano Henri Pirenne e Natalino Irti, può segnare il destino delle nazioni più deboli, mentre s’incrocia con quello dei Stati più potenti. Si tratta, infatti, di una spada così potente che ha fatto recentemente sorgere negli Usa, patria di codesta spada, una nuova corrente di pensiero diretta a rivalutare il ruolo di Louis Brandeis nel definire un’architettura antitrust che si definisce sostenibile e non econometrica, ossia che include nelle “ragioni”, ossia nelle variabili che guidano le “tecnocrazie dei mercati” che decidono il grado della regolazione, non più soltanto gli indicatori algebrici, ma altresì considerazioni dettate dalla filosofia di un risorto concetto di “bene comune” (occupazione, difesa della proprietà intellettuale, sostegno dello sviluppo endogeno locale).

La conclusione di questo ragionamento innovativo non potrà non condurci a sostenere che il consumatore non deve più essere dominante, ma quanto meno considerato alla pari con il produttore e quindi con le forze sociali dell’imprese, lavoratori dipendenti e capitalisti e imprenditori. Un concetto radicalmente diverso dal mainstream neoclassico e ordoliberista. Si ritornerà alla lettura dei Business Cycles di Schumpeter e dell’Oligopolio come progresso tecnico di Sylos Labini? È impossibile dirlo, ma quel che è certo è che la trasformazione del capitalismo sregolato e finanziarizzato è stata troppo intensa nella sua disgregazione sociale per non produrre una reazione non solo politica, come è di già avvenuto, ma altresì intellettuale, prima che di politica economica.

Il colloquio franco-italiano si è svolto in questa temperie. E i francesi non hanno mancato di esporre i problemi. In primo luogo quello della relazione tra Fincantieri e Stx, che potrebbe costituire un gruppo europeo di livello mondiale nell’elettronica della difesa, con conseguenze geopolitiche importantissime. Certo che i due Stati hanno tradizioni diverse al proposito: l’Italia ha ceduto ai cinesi segmenti importantissimi delle reti nazionali di trasmissione sottomarina, nonché buon parte di un porto strategico – potenzialmente – come Trieste. Spero ardentemente che il ministro Tria, sempre attentissimo e preparatissimo così come ha dimostrato nel colloquio pubblico, non si sia fatto sfuggire l’occasione di far riflettere tutti sulla necessità di definire una governance trasparente ed efficace affinché non si creino squilibri nel governo di un gruppo così importante non solo per l’Italia e la Francia, ma per tutta l’Europa.

Certo sarebbe stato importante che si fosse anche affrontata la questione libica. Ma certamente nella giusta riservatezza lo si sarà fatto. Voglio ardentemente crederlo.

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