REDDITO DI CITTADINANZA AL VIA/ Da una buona idea a cattive soluzioni per i poveri

- int. Luigi Campiglio

Oggi è il D-Day: Poste e Caf prevedono un assalto agli sportelli. Sul RdC le aspettative sono molto alte, ma il contesto generale potrebbe frenarne l’efficacia

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Luigi Di Maio (LaPresse)

Per il reddito di cittadinanza è il D-Day. Poste e Caf si aspettano un assalto agli sportelli, visto che la platea dei potenziali beneficiari è composta da 2,7 milioni di persone. L’invito è a non presentarsi oggi in massa. C’è tempo fino al 31 marzo per avanzare la domanda, anche online, la cui accettazione non dipende dall’ordine di presentazione. Le informazioni contenute nella domanda del RdC saranno, infatti, comunicate all’Inps entro dieci giorni lavorativi dalla richiesta; poi, lo stesso Inps, entro i successivi 5 giorni, verificherà il possesso dei requisiti e, in caso di esito positivo, riconoscerà il beneficio. A quel punto sarà possibile presentarsi agli sportelli di Poste Italiane per ritirare la card. Questo è l’iter, che a partire da oggi, dovrebbe concludersi tra fine aprile e inizio maggio. Filerà tutto liscio? Attese e aspettative sono alte, ma il RdC saprà mantenere le promesse, contribuendo a contrastare la povertà e a favorire l’occupazione? “C’è il rischio – risponde Luigi Campiglio, professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano – che questo reddito di cittadinanza diventi un sostegno potenzialmente stabile nel tempo perché, non necessariamente per ignavia dei percettori, ma perché le condizioni di contorno della società non sono tali da fornire una modalità, più autonoma e quindi dignitosa, di percepire un reddito per la propria vita”.

Secondo le tabelle Istat presentate in occasione dell’audizione nelle commissioni Lavoro e Affari sociali della Camera, solo un beneficiario su tre del reddito di cittadinanza sarà obbligato ad aderire al Patto per il lavoro, mentre gli altri due potranno usufruire del sostegno economico senza alcun vincolo lavorativo. Sul versante del rilancio dell’occupazione il RdC rischia di essere un flop o quanto meno di avere un impatto limitato?

Questo dato evidenzia il rischio legato a questo strumento. La povertà è un problema che, in parte, si sovrappone alla questione del lavoro, non a caso anche tra chi lavora ci sono i poveri. A questo punto, però, la bilancia del RdC sembra pendere più dal lato della lotta alla povertà che non di una misura di politica attiva.

Emerge dalle stesse simulazioni che gli assegni al Sud saranno più numerosi che al Nord, ma anche più alti…

Teoricamente il problema non dovrebbe sussistere nel senso che la soglia della povertà è costruita in modo tale da considerare le differenze territoriali, in particolare per ciò che riguarda i costi della casa e gli affitti. Il fatto, poi, che le famiglie potenzialmente beneficiarie si trovino prevalentemente nel Mezzogiorno rispecchia un problema di disagio sociale che in quell’area è più profondo.

I single, considerando le scale di equivalenza, sono avvantaggiati rispetto alle famiglie. Non è un po’ strano?

Mi colpisce molto la mancanza di un sostegno proporzionale alle famiglie con figli minorenni, perché a povertà riguarda sì varie categorie sociali, ma in particolare proprio le famiglie con figli minorenni. I tassi di povertà, stando ai dati Istat, crescono nel tempo a causa della crisi, ma a parità di anno aumentano all’aumentare del numero dei figli. E le cito un altro dato.

Quale?

Secondo una graduatoria europea che misura a livello nazionale la soglia di povertà sulla base della quota di minorenni a rischio indigenza, tenuto conto di un tenore di vita mantenuto costante al 2008, cioè prima della crisi, segnala, purtroppo, tra i Paesi peggiori proprio l’Italia, preceduta solo da Grecia e Spagna. E’ un problema molto serio.

Tornando alle 900mila persone che per beneficiare del reddito di cittadinanza dovranno aderire al Patto per il lavoro, la gran parte ha bassa scolarità, è nella fascia di età tra i 45 e i 64 anni, è disoccupato o casalinga. La loro riqualificazione professionale, al fine di renderle occupabili, diventa un passaggio decisivo. Ma il budget del RdC alla voce formazione destina pochissime risorse. E’ un problema?

La politica assistenziale del RdC dovrebbe essere concepita in forma transitoria: l’augurio, infatti, è che i poveri cessino di essere tali perché trovano una fonte di reddito autonoma. Sembrerebbe, e uso volutamente il condizionale, che il RdC abbia un po’ le caratteristiche di una misura anti-ciclica. E’ un po’ come se il governo dicesse: le cose vanno male, ma state tranquilli, noi Stato siamo pronti a darvi una mano. E’ questo va certamente bene. Ma, dall’altro, c’è una questione che, seppure non possa essere imputata al RdC, resta un problema reale: la crisi in cui siamo non è ciclica, noi stiamo vivendo da ormai troppi anni una lunghissima crisi strutturale.

Quindi?

Il problema che emerge, e neanche tanto in filigrana, è che molte di queste persone rischiano di essere stabilmente percettori del RdC. Anche perché la società e il mercato del lavoro, per come si sono deteriorati nel corso di questi 10 anni a seguito di politiche economiche inappropriate, sono incapaci di dare una risposta a persone che potrebbero dare il loro contributo. C’è, insomma, il rischio che questo RdC diventi un sostegno potenzialmente stabile nel tempo perché, non necessariamente per ignavia dei percettori, ma perché le condizioni di contorno della società non sono tali da fornire una modalità più autonoma e quindi dignitosa di percepire un reddito per la propria vita.

Sui navigator Stato e Regioni non hanno ancora trovato un accordo. E’ un ulteriore fattore che potrebbe pregiudicare l’efficacia del RdC?

Il navigator, in linea di principio, è una figura decisiva. Però i navigator sono loro stessi occupati a tempo parziale, a scadenza. Ed è una contraddizione in termini, perché un navigator dovrebbe casomai essere – oserei dire – un civil servant capace di guidare chi è in difficoltà tra i meandri dell’economia e delle istituzioni. Come può farlo se si tratta di una figura di cui non sappiamo nulla, per esempio, su qualifiche e caratteristiche che gli vengono richieste?

Anche gli imprenditori prevedono poche assunzioni tra i percettori del RdC, perché i paletti sono tanti e gli incentivi poco appetibili. Che ne pensa?

Un imprenditore dovrebbe assumere se ha bisogno di una persona con determinate qualifiche e capacità per rispondere a una domanda di mercato. Se così non è, è inutile che assuma. E qui torniamo al problema di cui parlavamo prima: siamo di fronte a una crisi strutturale, sperando sempre che non ci riservi nuovi colpi di coda troppo pesanti, e siamo quasi fermi. Dal lato imprenditoriale occorre dunque più coraggio imprenditoriale, se la domanda lo richiede e se servono figure che si possono rintracciare anche tra i percettori di RdC.

Il Mef, presentando gli indicatori del Bes (Benessere equo e sostenibile), ha stimato che il “combinato disposto” di reddito di cittadinanza, quota 100, regime forfettario allargato, assunzioni nella Pa e investimenti locali e nazionali farà crescere il reddito pro capite del 4,5% tra il 2018 e il 2021. E’ una previsione attendibile?

Premesso che esprimo tutta la mia stima per la struttura legata al Bes e a chi la coordina, ma onestamente mi sembra un aumento in tre anni molto, e temo, troppo ottimistico.

Le aspettative verso il Rdc sono molto alte, ma secondo lei la natura ibrida della misura – un po’ strumento assistenziale e un po’ di politica attiva – può essere un elemento di debolezza e non rischia di renderla inefficace su entrambi i fronti?

Il rischio c’è. Teniamo conto che in chi la propone, M5s in primis, la misura del Rdc nasce da un fortissimo risentimento sociale, soprattutto al Sud, e questo conferisce giustamente una certa robustezza alla proposta. La risposta, però, a questo risentimento sociale è difficile e richiede grande accortezza nel far sì che anche questa operazione non diventi un ulteriore fattore di risentimento sociale. Occorre scongiurare sopra ogni cosa una guerra tra poveri.

Teme questo rischio?

Lo temo. Perché le risorse, che pure sono il massimo che si poteva ottenere visto il contesto dei conti pubblici, sono poche. E in definitiva il RdC non è una misura sufficiente a rovesciare una frattura strutturale che si è venuta a formare nella nostra società lungo questi ultimi 10 anni di crisi.

(Marco Biscella)

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