SPY FINANZA/ I numeri che mettono in crisi Draghi e le banche

- Mauro Bottarelli

Mario Draghi ha annunciato la partenza di nuove aste Tltro da settembre, ma ha anche tagliato le stime sull’economia dell’Eurozona

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Mario Draghi (LaPresse)

Et voilà, tutto confermato, tutto come vi avevo detto. Il difficile, però, inizia ora. Perché Mario Draghi ha solo guadagnato tempo, non ha affatto risolto il problema, dando vita a nuove aste di rifinanziamento a lungo termine e bloccando i tassi a zero fino a fine anno (ovvero, fino a fine del suo mandato, come era ampiamente preventivabile). Ha fatto il minimo sindacale e gli investitori lo hanno capito. Utilizzerò una metafora: i mercati e il loro proxy più sensibile, ovvero le banche, sono come un condannato a morte, a cui l’avvocato ha paventato l’ipotesi di una grazia in arrivo. Più che probabile. Mario Draghi è il presidente che deve concedere quel provvedimento di clemenza, ma, per ora, si è limitato a spostare a data da destinarsi, comunque non prima del 2020, quell’esecuzione. Una sospensione in attesa di sviluppi. Se voi foste il condannato, come reagireste?

È la vecchia logica del bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto. In molti festeggerebbero la certezza di qualche mese di vita in più, gridando di gioia. Altri, delusi dall’eseguità di quanto ottenuto rispetto alle aspettative, si dispererebbero, guardando comunque al medio termine. Ovvero, alla forca che non è stata affatto tolta dal tavolo delle prospettive probabili. Per le banche è lo stesso. Non a caso, subito dopo l’annuncio delle nuove aste – le quali partiranno a settembre con cadenza trimestrale, proseguiranno fino al marzo del 2021 e avranno durata biennale -, i titoli bancari europei hanno festeggiato, schizzando in alto dopo una mattinata sotto pressione. Poi, tutti i guadagni rimangiati nell’arco di dieci minuti. E anche il termometro del rischio, il rendimento del Bund, è tornato dov’era prima dell’annuncio.

Sia chiaro, Mario Draghi ha fatto quanto in suo potere. E forse anche qualcosa di più, sfruttando una crisi generale che ha ridotto al silenzio la un tempo noiosissima Bundesbank. Ma non basta. Per una ragione semplice: la gente non ha capito quanto sia profonda la crisi che già scorre lungo la schiena dell’eurozona come un brivido di malattia. Malattia grave. Il numero uno dell’Eurotower è nella stessa condizione dei suoi colleghi della Fed e della Pboc cinese: non può, scusate il termine, sputtanarsi del tutto, ammettendo che la ripresa sbandierata per trimestri a ogni conferenza stampa post-board era soltanto una pia illusione, alimentata appunto – in un ironico cortocircuito – unicamente dalla sua politica di stimolo. Terminata la quale, esattamente come a Wall Street o a Shanghai, i mercati europei (EuroStoxx in testa) hanno cominciato a piangere come neonati affamati di liquidità.

Signori, io ve lo dico da mesi e mesi e mesi, fino alla nausea, fino a farmi dire che ripeto sempre le stesse cose: dipende tutto dalla Banche centrali e dai loro soldi a costo zero. Se si fermano, crolla tutto. Ormai è tossicodipendenza conclamata da Qe. Mario Draghi ha dovuto quindi contemperare un’urgenza reale e contingente con un minimo di diplomazia. Per due ragioni. La prima, molto intuitiva: mettere in campo misure ancora più pesanti da subito avrebbe significato ammettere quanto vi ho appena ripetuto. Quindi, rischiare un crollo dei mercati, visto che o l’armamentario entrava in azione da subito, dal giorno dopo o di fronte al grido del Re che è nudo, sarebbe partita la corsa verso l’uscita di sicurezza. Con inevitabili morti e feriti nella calca.

Secondo, a novembre Mario Draghi è atteso da palazzo Chigi o, comunque, dalla prospettiva di uno sbarco annunciato: ammettere il fallimento del Qe nel suo scopo statutario, ovvero riportare l’inflazione in area 2% e rilanciare la tenuta economica dell’eurozona, non è una voce che si addice al suo altisonante curriculum. E Mario Draghi non ama macchie sulla sua linda camicia da banchiere. Ma come stanno le cose, sui mercati, lo sanno tutti. Annunciando le nuove aste Tltro, il numero uno dell’Eurotower ha offerto alla stampa soltanto pochi particolari, rimandando per tutti i dettagli a un secondo momento: l’ammontare sarà pari al 30% dello stock di prestiti esigibili al 28 febbraio scorso e con tasso di interesse da corrispondere pari a quello del riferimento principale. Ovvero, a zero. Denaro pressoché gratis, visto che parliamo di banche e non del salumiere all’angolo.

Eppure, sembra non bastare. Almeno, così hanno detto gli indici azionari nella loro reazione d’istinto, nel loro tornare in negativo a conferenza stampa ancora in corso. Reazione d’istinto che, di fatto, conta come termometro reale, prima che magheggi e calcoli politici prendano il sopravvento e guidino le strategie di trading più elaborate e sviscerate. Per forza, cari lettori: nel giustificarne la necessità, Mario Draghi ha parlato di netto rallentamento del trend economico dell’eurozona, ma anche di volontà nel mantenere condizioni di credito efficaci per la banche: balle. Le banche, almeno italiane, stanno dando credito con il contagocce. Dal 2009 in poi, non certo da qualche mese a causa del “rallentamento” pentaleghista: questo grafico parla da solo, non prendiamoci in giro.

Non a caso, lo stesso numero uno di Bankitalia, Ignazio Visco, non più tardi dell’altro giorno ha dato vita alla pantomima della ramanzina verso gli istituti di credito e la loro tendenza all’acquisto con il badile di Btp, un qualcosa che “non può essere strutturale”. Scusate, come mai Bankitalia lo scopre soltanto adesso e soltanto adesso lo fa notare, quando c’era già la certezza di nuove aste Tltro che rimandassero di qualche mese l’esecuzione per parecchi condannati italiani? Signori, per smuovere questa montagna di denaro, immediatamente ridimensionata a castello di sabbia sulla spiaggia dall’appetito onnivoro dei soggetti interessati, leggi la Borsa, Mario Draghi ha tagliato con il machete le previsioni di crescita e inflazione per quest’anno (rispettivamente la prima dall’1,7% all’1,1% e la seconda dall’1,6% al 1,2%), al fine di poter dar vita a questo e quindi poter giustificare la necessità di nuova aste di rifinanziamento con tecnicismi legati allo stato patrimoniale, al livello prudenziale delle sue riserve a altre supercazzole simili.

Tutte balle: le banche europee sono conciate peggio oggi che nel post-Lehman, Deutsche Bank in testa. La quale, se tanto vi interessa saperlo, rischia di dover dar vita alla fusione con Commerzbank per sopravvivere, non per rafforzarsi. Il motivo? Mentre gli occhi di tutti erano sulla Bce, la Fed sta decidendo di dar vita a un giro di vite draconiano rispettivamente all’utilizzo della sua facility per le riserve da parte delle filiali statunitensi degli istituti europei. Deutsche Bank in testa, il cui ramo trading – l’unico che crea profitti reali – vede nel mercato statunitense non solo una vera e propria macchina per la respirazione artificiale, ma anche un terra di business che dà fastidio da tempo ai concorrenti yankee, ai grossi nomi di Wall Street che sarebbero ben felici di un do ut des in tal senso con la Fed. Ovvero, tu rendi la vita impossibile a Deutsche Bank da queste parti, facendo in modo che noi si possa cannibalizzare la sua quota di mercato e il nostro ruolo di primary dealers per piazzare il debito – sempre crescente e legato a un deficit federale ormai fuori controllo – verrà compiuto con sempre maggiore entusiasmo e lena. Non a caso, i futures di Wall Street sono rimbalzati in positivo, dopo l’annuncio dell’Eurotower. Nemmeno fosse stata la Fed ad annunciare un po’ di denaro gratis per le banche.

Non ci credete? Guardate questo grafico, il quale immagino rappresenti per i manager di Deutsche Bank il corrispettivo dell’Urlo di Munch: per tutto il periodo post-crisi finanziaria, il 40% degli interessi che la Fed paga sulle riserve in eccesso è andato a rami statunitensi di banche straniere, di fatto un sussidio federale verso istituti esteri per il controvalore di decine di miliardi di dollari all’anno. E, soprattutto, sotto forma della cosiddetta discount window nei periodi di estrema crisi, di congelamento del settore interbancario: una mammella sembra gonfia di latte. Bene, ora negli Usa si sta pensando a un bel giro di vite.

Capite perché servivano e in fretta le nuove aste Tltro, adesso? Perché non sono più solo le banche italiane, greche e spagnole e a dare dei grattacapi all’Eurotower, ora ci sono di mezzo quelle tedesche, olandesi e belghe. Oltretutto, finite nel mirino con quelle austriache per lo scandalo del riciclaggio di denaro sporco dalla Russia: altro splendido alibi fornito agli statunitensi per chiudere i rubinetti verso soggetti esteri.  Siamo chiari: Mario Draghi ha salvato ancora una volta l’eurozona, ma lo ha fatto semplicemente assestando l’ennesimo strattone al braccio di un sistema bancario che era ormai con un piede giù dal baratro e che adesso si regge in equilibrio precario, incapace di fare una mossa, almeno fino a quando quelle aste non faranno entrare un po’ di liquidità in circolo. Ma non basterà, perché i nostri istituti quei soldi non li faranno nemmeno vedere con il binocolo a un’economia reale già in crisi nera e che ora conoscerà il baratro della recessione reale. Perché ne avrà bisogno per evitare aumenti di capitale da massacro e per detenere Btp, questo nonostante gli appelli fuori tempo massimo e con credibilità quantomeno dubbia del governatore di Bankitalia.

Signori, la situazione è questa. Chi ve le dipinge in maniera diversa, imbellettandola, mente. Come vi dico da sempre, siamo al redde rationem e questa volta ben peggiore del 2008. Il possibile e montante precipitare della situazione del nostro Governo su un’idiozia come la Tav, in queste ore, potrebbe essere segno dei tempi. E di un’estate che ci farà rimpiangere quella del 2011. Spero di essere smentito e di prendere una cantonata, questa volta. Ma i fatti, finora, sono stati dalla mia parte. Le parole, come i roboanti titoli accademici cui farle accompagnare come paggetti, le lascio volentieri ad altri.

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