DEF APPROVATO/ Promesse e crescita 0: dal sogno all’incubo

- Sergio Luciano

Il Def varato ieri dal governo è un puro esercizio burocratico, scollegato dalla realtà. Mancano i presupposti economici per far avverare anche solo un terzo delle promesse

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Giuseppe Conte e Giovanni Tria (Lapresse)

In una parola: burocrazia. Il Documento di economia e finanza (Def) varato ieri dal governo è un puro esercizio burocratico, scollegato dalla realtà. Contiene un assaggio di flat tax e un po’ di norme per conto loro, ficcate dentro per convenienza, come quelle per il rimborso dei risparmiatori delle banche. Conferma con meravigliosa faccia tosta sia i programmi dell’esecutivo che la fedeltà agli obiettivi dell’Unione Europea. Concilia capra e cavoli, insomma. Esclude – boom! – sia la manovra correttiva sul 2019 che nuove tasse sul 2020. Eppure taglia le previsioni di crescita allo 0,2%, collocandole adesso in linea con quelle degli stessi istituti di previsioni econometriche per lo più stranieri che erano stati riempiti di contumelie da Salvini e Di Maio con l’accusa di gufare contro l’Italia quando si sono pronunciati.

La crescita è prevista allo zero virgola per il prossimo triennio, gli stessi tre anni sono indicati come indispensabili affinché il debito pubblico, che quest’anno salirà al livello del 2012 (132,8%), scenda al di sotto del 130% del Pil; il deficit è visto al 2,4% e lo si considera destinato a rientrare (ma come?) sotto il 2% soltanto nel 2021.

Paradossalmente, nel testo si legge che è “essenziale un forte calo dei rendimenti dei titoli di Stato e perciò è necessario ridurre il rapporto tra debito e Pil”. Quasi un lapsus, visto che questo passaggio smentisce la sostenibilità dell’intero documento. Ma tant’è: è del tutto evidente che al governo mancano argomenti elettoralmente sostenibili per parlare con credibilità del futuro economico del Paese. E non essendo il Def un documento dalla rilevanza internazionale pari alla legge di bilancio, Conte & co. sono andati avanti allegramente nel loro non-decidere.

La verità politica è molto semplice. Per quanto entrambi siano decisamente sinceri quando affermano che sia loro determinata volontà quella di far durare il governo il più a lungo possibile – soprattutto i 5 Stelle, perché “quando ci ricapita?”, come ha detto il loro ex assessore romano – non hanno la più pallida idea di come si possa fare.

Mancano i presupposti macroeconomici per far avverare anche solo un terzo delle loro promesse. E manca l’onestà intellettuale per dichiararlo a quegli elettori che il 26 maggio verranno chiamati a esprimersi per eleggere i parlamentari della prossima legislatura europea.

Con il deteriorarsi dei conti pubblici, la possibilità di questa compagine governativa di varare una legge di bilancio 2020 sostenibile sono diminuite a vista d’occhio. Cosa farà il Colle, se da settembre in poi il governo gialloverde boccheggerà di fronte all’evidenza di non riuscire a quadrare i conti? Trarrà le logiche conseguenze e convocherà le elezioni anticipate? A Roma c’è già chi parla di un “election day” a fine ottobre, quando si dovrà comunque votare per il rinnovo di alcuni consigli regionali.

Certo: in teoria in Parlamento i gialloverdi conserveranno comunque la maggioranza, ma come dialogheranno con la Commissione europea? Come difenderanno il Paese dalla minaccia dello spread? La colpa dei problemi del passato non è loro, ma tra poco sarà passato un anno dall’elezione e nove mesi dalla costituzione dell’esecutivo e dal varo del contratto di governo. Quali risultati sono stati ottenuti? Qualcosa sul fronte immigrazione, pur se tra mille polemiche e con molte deprecabili cadute di tono e di stile. Ma sull’economia non ha funzionato nulla, e del resto le misurine varate finora non hanno il potere di far ripartire la crescita.

Fortunati nel cogliere l’attimo in cui gli elettori, lo scorso anno, nauseati dal renzismo e dalla picchiata in avvitamento del centrodestra berlusconiano, li hanno portati sugli altari, grillini e leghisti hanno perso la testa e non sono riusciti a mitigare con credibilità le promesse della campagna elettorale per chiudere il vero spread che li tormenta, quello tra gli enunciati e le realizzazioni.

Oggi stanno giocandosi la campagna elettorale su un dissimulato scaricabarile circa le colpe dell’inazione. Ma non possono pensare che gli italiani abbiano l’anello al naso. I sondaggi danno in calo i grillini per la conclamata incapacità di governo; ma anche Salvini inizia a perdere quota per la delusione dell’elettorato del Nord e per l’esaurimento dell’effetto premiante delle prime misure severe contro i clandestini. Il rebus politico del futuro prossimo del Paese si fa sempre più angosciante. Purtroppo non solo per i gialloverdi, ma per tutti noi.

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