SPY FINANZA/ Il “modello Giappone” pronto a ritorcersi contro l’Italia

- Mauro Bottarelli

Il mandato di Draghi sta per arrivare al termine e l’esito delle elezioni europee potrebbe determinare una situazione sfavorevole all’Italia

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Lapresse

Come da copione, nessun sussulto dal board della Bce, anticipato questo mese al mercoledì per la concomitanza pericolosa con il Vertice europeo straordinario. D’altronde, c’era da aspettarselo. Nel giorno in cui si cercava l’estrema, disperata toppa per coprire il buco istituzionale del Brexit in tempo utile per non compromettere ex ante il voto europeo (nel caso, la carta della sua invalidità servirà dopo per depotenziare esiti ritenuti eccessivamente scomodi), tutto poteva fare Mario Draghi tranne che permettersi di lanciare sassi in uno stagno il cui livello dell’acqua è talmente già rasente il bordo della tensione da tramutare ogni minima ondulazione in tsunami. Insomma, tassi fermi ai minimi storici fino a fine anno, aste di rifinanziamento bancario a lungo termine confermate dal prossimo settembre (ma, anche in questo caso, tenendo ben nascosti nel cilindro i dettagli operativi di quelle aste, i quali a detta del governatore “verranno svelati nei prossimi meeting”) e un unico sussulto, quando ammettendo un netto indebolimento del quadro economico, ma smentendo l’ipotesi di recessione tout court per l’eurozona, il numero uno dell’Eurotower rispondeva a una domanda dei giornalisti con uno stentoreo – ancorché molto generico – “siamo pronti a usare tutti gi strumenti. Tutti”. Chi ha orecchie per intendere, intenda.

Ma davvero dobbiamo stare relativamente tranquilli, come è sembrato suggerirci la conferenza stampa di Draghi? Difficile dirlo, più che altro perché molto dipende da miglioramenti o peggioramenti strettamente connessi a fenomeni esogeni all’eurozona, primo fra i quali l’infinito chicken game fra Usa e Cina sul commercio. Ci sono però alcune importanti riflessioni a bocce ferme che si possono fare, in attesa che qualcosa direzioni davvero il mondo. E, in questo caso, sono strettamente connesse all’operatività della Bce.

Prendiamo il caso italiano, ad esempio. Mercoledì mattina il nostro spread era in discesa, questo nonostante la montagna del Consiglio dei ministri avesse partorito il topolino di un Def ridicolo e finalmente onesto nel rispecchiare quanto di reale ci sia nella narrazione economica del Governo: nulla, non c’è un euro da spendere, al netto delle mancette stanziate per i provvedimenti-bandiera. Quindi, al netto delle supercazzole di rito o degli sconfinamenti nel ridicolo del ministro Salvini, il quale ha garantito che “la flat tax verrà finanziata grazie alla crescita” (se ci azzecca, minimo devono conferirgli il Nobel per l’economia), qualcosa non torna: se il Re è nudo, perché nessun bambino lo grida sul mercato? Perché lo storico indicatore dell’instabilità politica e dei conti pubblici italiani, addirittura, festeggiava? Per due motivi. Il primo, intuitivo e di poco impatto: gli investitori hanno già incorporato e prezzato il fatto che questo esecutivo non reggerà alla prova post-elettorale dell’estate, ovvero alla Legge di bilancio vera e propria da varare in autunno. Quindi, la patetica nullità contabile del Def si è sostanziata in un plus di calo di un differenziale già calmierato e bloccato da settimane a un livello non certo di allarme rosso. Secondo, più importante e strutturale, l’Italia non è più soggetto attivo, nel bene e nel male, del suo destino sui mercati. E, statene certi, non lo è praticamente più nemmeno la Germania. Né tantomeno la Francia. Il mercato, ormai, prezza l’eurozona nel suo insieme di diversità, se mi passate questa definizione. Di più, prezza la Bce come soggetto operativo unico. Nei fatti, chi investe già sconta l’attività e il ruolo dell’Eurotower come quelli della Fed o della Bank of Japan. E non a livello di costo del denaro o di controllo dei prezzi, non in base all’assunto del prestatore di ultima istanza a livello statutario, bensì come elargitore di liquidità. Diretto o indiretto, palese o camuffato.

Partiamo da un assunto. Martedì scorso, prima del board della Bce, la stessa aveva reso noto l’aggiornamento settimanale del suo stato patrimoniale, il quale risultava in aumento di 3,8 miliardi di euro, conseguenza del reinvestimento titoli che surclassava le loro redemptions. Insomma, si tiene a bilancio più di quanto si scarica in ossequio alla fine – formale – del Qe. A oggi, il bilancio della Bce equivale a 4,6996 triliardi di euro, pari al 40,6% del Pil dell’eurozona. In contemporanea e per mettere in prospettiva la situazione, lo stato patrimoniale della Fed è pari al 19% del Pil statunitense. Di fatto, anche senza più acquisti obbligazionari attivi – né sovrani pro-quota né corporate -, la Bce è ancora in modalità ultra-espansiva. Non fosse altro per i tassi ai minimi storici almeno fino a dicembre e per il controvalore del reinvestimento titoli in detenzione. E questo è parte integrante della prezzatura che il mercato fa del nostro spread: chi dice il contrario, o è in malafede o di economia capisce quanto un sordo di musica lirica.

Il problema è che questa dinamica porta con sé anche conseguenze potenzialmente molto pericolose, una volta che la situazione globale precipitasse. Mi spiego. Al netto dei sovranisti nostrani che chiedono un mandato Bce uguale statutariamente a quello della Fed, quando sanno che di fatto l’Eurotower è già oggi più operativa dell’istituto guidato da Jerome Powell a livello di sostegno diretto dell’economia, dobbiamo prendere atto di un qualcosa in più. Ovvero, di ciò che ci mostrano questi grafici. Il primo può apparire molto tecnico, ma, in realtà, è decisamente politico. E un proxy molto efficace. Ci mostra come mercoledì mattina, prima del board, i mercati prezzassero poco sopra il 10% il costo dell’hedging, ovvero dell’assicurazione, contro uno scostamento intraday del cambio euro/dollaro, la lettura più bassa dall’agosto 2014. Ovvero, dopo il famoso discorso del Whatever it takes e sei mesi prima dell’inizio ufficiale del Qe. Quando cioè era matematico, annunciato e assodato che la Bce sarebbe pesantemente intervenuta a sostegno dei mercati e dell’economia dell’eurozona. Oltretutto, a tempo pressoché indeterminato, visto che l’orizzonte era quello del raggiungimento del mitico 2% circa di inflazione.

Il mercato, insomma, non sta ragionando come se il Qe fosse davvero finito e le varie economie dovessero remare da sole – in regime di quella bestemmia mal sopportata di nome libero mercato e in base a quella parolaccia che risponde al nome di concorrenza – dopo essere state riportate sulla giusta rotta, bensì come se fossimo all’inizio di un nuovo percorso di espansione monetaria. Cosa accadrà se, per caso, qualcosa – un Brexit che sfugga di mano (e la scelta del 31 ottobre non è stata scelta a caso, poiché garantisce il sostanziarsi potenziale della tagliola del voto europeo per il Regno Unito), una Fed che impazzisce e torna ad alzare i tassi (come segnalato strategicamente dalle minute dell’ultimo Fomc rese note mercoledì, dove non si parlava di tagli in vista ma di possibili rialzi, se la situazione economica migliorasse), la Cina che riattiva in grande stile l’impulso creditizio globale – bloccherà l’iter che dovrebbe portare l’Eurotower a ri-operare in maniera strutturale e sistemica a sostegno dell’eurozona, ovvero praticamente sine die? Se per caso ci si limitasse davvero all’esistente e all’annunciato (tassi a zero fino a fine anno e aste di rifinanziamento da settembre) e non si andasse oltre, come la dinamica di mercato appena mostrata ci palesa, cosa accadrebbe al nostro spread, finora placido e tetragono a ogni scossone macro o politico?

Il rischio è sintetizzato nel secondo grafico, il quale ci mostra come i sovranisti di casa nostra dovrebbero davvero preoccuparsi, visto che il loro modello – il Giappone dal debito monstre e dalla Banca centrale ultra-accomodante e operativa – è già oggi operativo nell’eurozona. E per l’Italia ha portato come risultato il nulla cosmico presente nel Def. Se per caso la situazione si ribaltasse, cosa ci accadrebbe, con un sistema bancario fragile e imbottito di Btp e con la guardia abbassata economicamente come siamo? Per quanto le banche tedesche (e in parte quelle francesi) potranno ancora accettare il costante tracollo della loro profittabilità, dovuta ai tassi a zero ormai perenni e a quello di deposito in negativo dello 0,40%, un qualcosa che si sostanzia in denaro da pagare alla Bce per depositare overnight le proprie riserve in eccesso? Sembra una domanda retorica, ma non lo è.

Primo, perché lo stesso Mario Draghi mercoledì ha confermato come siano allo studio misure per mitigare questo effetto negativo sulla redditività. Chiaro sintomo che anche SuperMario sa che la sua onnipotenza non è poi così omni. E che, soprattutto, il suo mandato è a scadenza, così come la pazienza della Bundesbank. Insomma, tirare la corda, facendosi scudo con il rallentamento economico tedesco va bene, ma non fino a farla spezzare. Secondo e direttamente collegato, molto dipende da come andranno le elezioni europee, da quale sarà il peso reale del fronte anti-sistema (sovranisti e populisti di varia derivazione) e di quello, invece, del Ppe. Non a caso, Mario Draghi ha posto in essere come primo atto emergenziale in risposta all’indebolimento del quadro economico globale, un’ipoteca di fatto sui primi atti di politica monetaria del suo successore a fine anno: nessuno, infatti, salvo atti eclatanti, sarà così pazzo da tramutarsi nel Trichet o nel Greenspan della situazione appena insediato, prendendosi il rischio di cambiare la forward guidance sui tassi e dover poi rendere conto per un peggioramento drastico della situazione.

Insomma, Mario Draghi ha operato da ministro delle Finanze italiano travestito da presidente della Bce: ha guadagnato tempo per il nostro spread. Ma quel tempo non è eterno. Né tantomeno esente da cambiamenti repentini, perché ormai viviamo nel tempo scandito dalle Banche centrali, quindi dalla politica. Non dal libero mercato, il cui spauracchio malefico ormai viene sbandierato come pericolo epidemico soltanto da chi non sa più come giustificare le palesi e roboanti sconfitte storiche delle proprie mal riposte speranze, convinzioni e dottrine. Dove sarebbe il liberismo, addirittura il turbo-capitalismo, in una dinamica come quella mostrata dal secondo grafico? Dove? Decidono tutto le Banche centrali, tutto! E sapete quale straordinaria conferma al riguardo è arrivata la scorsa settimana dal paradiso sovranista del Giappone in modalità ormai da helicopter money? Stando a dati ufficiali dell’agenzia Nikkei, quindi non tacciabili di disinformazione turbo-capitalista o propaganda da Chicago Boys e facilmente riscrontrabili su Internet (anche in lingua inglese), nell’anno fiscale conclusosi domenica 31 marzo, gli investitori esteri hanno scaricato il massimo controvalore di titoli azionari giapponesi da 32 anni a questa parte, qualcosa come 5,63 triliardi di yen (circa 50 miliardi di dollari) di azioni su base netta. E sapete, sempre stando a dati ufficiali, nel corso del medesimo anno fiscale 2018, quale controvalore di azioni giapponesi ha acquistato la Bank of Japan, in seno al suo programma di Qe – la mitica Abenomics -, il quale prevede anche la possibilità di comprare direttamente titoli azionaria via Etf? Circa 5,65 triliardi di yen! Evviva, se il mercato (quello vero) vende e scappa dal paradiso del tasso a zero perenne, compra la Banca centrale e il Nikkei resta sempre positivo e sprizzante salute!

Scommetto che questo i sovranisti e gli economisti da talk-show non ve l’hanno raccontato, vero? Siamo alla straordinaria logica keynesiana del fare scavare buche per creare occupazione, salvo poi farle riempire per mantenere il livello occupazionale e per evitare che qualcuno ci caschi dentro, visto la loro ontologica inutilità pratica. Ma tranquilli, quelli al Governo vogliono arrivare proprio a questo: un mercato – e, più in generale, un’economia – da Unione Sovietica moderna, dove comunque vada, sarà un successo. Perché ci pensa lo Stato a comprare, assumere e tamponare. Ovvero, i soldi delle vostre tasse. Ma si sa, la colpa è del capitalismo ordo-liberista. E della Germania, ovviamente. Siamo di fronte alla prima crisi finanziaria globale creata interamente dalla politica, prendiamone atto: qui, il liberismo c’entra come i cavoli a merenda. Perché il liberismo impone responsabilità e rischio, mentre il nuovo Vangelo laico è quello dello Stato-badante e controllore.

Lo chiamano sovranismo, lo ammantano di giustizia sociale e straparlano di Keynes, ma è solo il peggiore statalismo di sempre, la negazione in nuce della libera impresa e del mercato. Attenti a cosa andate cercando, perché potreste trovarlo.

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