VERSO IL DEF/ I numeri che inchiodano Tria, Salvini e Di Maio

- Stefano Cingolani

Si avvicina il varo del Def e i numeri sui conti pubblici richiedono un cambio di passo e di priorità da parte del Governo Lega-M5s

Luigi Di Maio
Luigi Di Maio, vicepremier M5s (LaPresse)

Il Documento di economia e finanza che il ministro dell’Economia dovrà presentare entro pochi giorni segnerà un cambio di marcia? Da quel sappiamo sarà un esercizio di realismo perché i numeri scritti nella Legge di bilancio 2019 non reggono. Dunque il prodotto lordo dovrebbe crescere quest’anno dello 0,2% e non dell’1%, il disavanzo pubblico salirà almeno al 2,4% e non resterà entro il 2,04%, il debito continuerà a lievitare (è già arrivato oltre il 132% del Pil e negli ultimi mesi viaggia a ritmo più veloce, addirittura doppio, rispetto ai mesi precedenti). Il bagno di realtà non è un esercizio teorico dell’economista Giovanni Tria, ma una necessità. E sono i fatti a imporre un radicale mutamento della politica economica. Lo chiedono gli industriali (il presidente dell’Assolombarda Bonomi lo ha detto senza peli sulla lingua a Luigi Di Maio), lo vuole il mondo degli affari riunito dallo studio Ambrosetti.

In cima a tutte le preoccupazioni c’è il debito pubblico. Il rapporto presentato dall’Ambrosetti spiega perfettamente perché e pronuncia la parola fatidica: sostenibilità, mettendo in dubbio che l’Italia sia in grado di pagare, ben prima di quel che si possa immaginare. Chiamateli pure gufi, ma i numeri parlano chiaro: il debito è sostenibile se la crescita del reddito supera il costo dell’indebitamento. È una regola aurea che coincide anche con il buon senso, vale per un individuo, una famiglia, un’impresa, uno Stato. Quest’anno la crescita monetaria sarà di poco superiore a un punto (0,2% di aumento reale e 1% di inflazione) mentre il rendimento dei titoli del Tesoro in media è del 2,6%. Quindi l’allarme è più che fondato.

Che fare? Quel che ha fatto il Portogallo, suggeriscono gli esperti dell’Ambrosetti: crescere e ripianare i conti pubblici. La vulgata italiana è che sia impossibile, o l’uno o l’altro, perché un falso keynesismo popolar-populista sostiene che si cresce aumentando il deficit dello Stato. Lisbona ha quasi pareggiato il bilancio (il disavanzo è dello 0,5%) e il Pil sale ancora dell’1,7% dopo aver superato il 2,5% negli anni precedenti. Anche l’occupazione è aumentata (i disoccupati sono appena il 6,7%). I paragoni tra paesi diversi sono sempre azzardati, e non si può applicare ovunque la stessa ricetta (è stato uno degli errori commessi negli anni scorsi).

Del resto, il debito pubblico portoghese è ancora al 120% anche se in discesa e la ripresa ha peggiorato il deficit commerciale (l’Italia invece è in forte attivo). Però solo un ottuso non si apre all’esempio altrui. E non capisce che la strada seguita finora in Italia porta dritta al burrone. Tutto quel che sta facendo il Governo è destinato ad aumentare il debito. L’Istat sta per rivedere i criteri per calcolare il debito, per esempio entrerà anche la rete ferroviaria. Ciò dovrebbe provocare un ulteriore aggravio, anche se non enorme. Per ora, perché la linea statalista del governo finirà per dilatare ancor più la mano pubblica. Bisognerà comprendere anche l’Alitalia salvata dalle Fs? E che succederà a una Cassa depositi e prestiti trasformata in una nuova Iri o in una banca di Stato?

La via della crescita passa attraverso i fattori chiave della produzione, il lavoro, il capitale, la tecnologia (un secolo fa si diceva la terra). In Italia il tasso di occupazione è tra i più bassi, gli investimenti sono in discesa, il gap tecnologico con gli altri grandi concorrenti europei è troppo ampio. Che cosa fa il Governo per sciogliere questi lacci che soffocano lo sviluppo? Poco o niente. Anzi, finora ha incentivato chi esce dal mercato del lavoro e chi non ci è ancora entrato (e forse non lo farà mai se si guarda ai profili di chi sta chiedendo il reddito di cittadinanza). Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte sostiene non solo che erano misure necessarie ad affrontare il disagio sociale, ma che passa di qui la ripresa.

Può darsi che la prima affermazione sia corretta (lo vedremo solo a fine anno), certo la seconda è sballata e questo lo stiamo già toccando con mano. Tanto che nel cosiddetto decreto crescita è stato reintrodotto l’incentivo agli investimenti in macchinari: aveva funzionato molto bene tra il 2017 e il 2018, ma il Governo giallo-verde lo aveva abolito per fare un dispetto al Governo precedente, al centrosinistra e a Carlo Calenda che lo aveva introdotto. Di tale lungimiranza è fatta la politica economica di Luigi Di Maio perché l’impuntatura si deve proprio al ministro del cosiddetto sviluppo.

Se le cose stanno così, il cambio di passo richiede di stimolare prioritariamente i fattori di produzione che oggi sono depressi. Invece le priorità sono sempre le stesse: redistribuire un reddito che non è stato ancora prodotto, il che aumenta il disavanzo pubblico e il debito. I grillini parlano di raddoppiare il reddito di cittadinanza, mentre la Lega rilancia la flat tax senza sapere dove prendere le risorse. Intanto, se non si vuole peggiorare una pressione fiscale che già quest’anno sarà più alta dell’anno scorso, bisogna trovare 23 miliardi per disinnescare le clausole di salvaguardia e scongiurare l’aumento dell’Iva. Quando Salvini invita Tria ad avere “più coraggio” intende che deve forzare il disavanzo fino al 3% e forse anche oltre?

Insomma, continua l’illusione che il ritorno alla crescita venga dalla spesa pubblica. Certo, sarebbe meglio se invece di quella corrente crescesse di più quella per le infrastrutture, ma la vera chiave sta nel rilanciare gli investimenti privati, sono loro che fanno Pil qui e ora, per questo bisogna creare un ambiente favorevole, dare fiducia, stabilità, visione.

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