BORSE & MERCATI/ Il rebus delle banche mette alla prova Piazza Affari

- int. Alessandro Magagnoli

Dalla Cina sono arrivati dati economici accolti con un sospiro di sollievo. Ma i mercati, non solo cinesi, sono oggi alle prese con resistenze molto importanti

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(Lapresse)

Occhi puntati sulla Cina, non solo in vista della ripresa dei colloqui con gli Stati Uniti per raggiungere una possibile intesa sui dazi commerciali, ma anche per misurarne lo stato di salute dell’economia, che può avere un impatto importante sulla propensione al rischio degli investitori e anche sul trend di Piazza Affari, alle prese con uno snodo cruciale. “Il 17 aprile è uscito il dato sul Pil cinese del primo trimestre del 2019 – spiega Alessandro Magagnoli, analista tecnico e co-fondatore di Financial Trend Analysis (Ftaonline) -: la crescita è stata del 6,4% su base annua, invariata rispetto all’ultimo trimestre del 2018. Si tratta dell’aumento più debole dal 2009, ma è comunque un risultato superiore alle aspettative del consensus, ferme a un +6,3%. Su base trimestrale il rialzo è stato dell’1,4%, in leggera flessione dall’1,5% dei tre mesi precedenti, ma il primo trimestre risente sempre del Capodanno cinese, festività in concomitanza della quale l’economia va praticamente in letargo almeno per un mese. Essendo i mercati da tempo consapevoli del rallentamento dell’economia della Cina, era prevedibile che ogni dato superiore al 6% non avrebbe avuto effetti particolarmente pesanti sulle Borse, anzi sarebbe stato accolto con un sospiro di sollievo”.

Quali fattori hanno aiutato la tenuta dell’economia cinese?

L’attivismo della Banca centrale, innanzitutto: ancora mercoledì scorso la People’s Bank of China ha iniettato quasi 30 miliardi di dollari di liquidità nel mercato aperto alle principali istituzioni finanziarie tramite prestiti a medio termine con scadenza a un anno a tasso invariato al 3,30%. E anche il governo di Pechino in questi mesi si è adoperato forse come non mai per invertire la rotta della crescita ed evitare che il rallentamento diventasse troppo evidente, e politicamente, oltre che economicamente, dannoso, in vista della ripresa dei negoziati sui dazi con gli Usa. Secondo i calcoli dell’ufficio studi di Ing, gli stimoli da inizio anno sono stati di circa 600 miliardi di dollari Usa.

Con quali effetti?

Direi positivi: in marzo la produzione industriale è salita dell’8,5% annuo, in decisa accelerazione, un dato ampiamente superiore al 5,6% del consensus. Le vendite retail hanno segnato un progresso dell’8,7% annuo, in accelerazione rispetto all’8,2% del dicembre e meglio rispetto all’8,3% atteso dagli economisti. I dati sui prezzi delle case a marzo sono saliti nelle 70 maggiori città del Paese dello 0,6% dallo 0,5% di febbraio. La crescita su base annua è stata a marzo del 10,6%, la più veloce dall’aprile del 2017. Il dato sui prezzi delle case è stato visto come un buon auspicio per il mantenimento di un tasso di crescita almeno all’interno della fascia ipotizzata dal governo: tra il +6% e il +6,5%

I numeri dell’economia cinese possono condizionare pesantemente i mercati?

Sì, e non solo per la velocità con la quale si potrebbe concludere il negoziato con gli Usa, ma anche per l’influenza sull’attitudine al rischio degli investitori.

Perché?

Il timore di una decelerazione a livello globale dell’economia è probabilmente il fattore che in questa prima parte dell’anno ha rovinato di più il sonno a molti operatori. Se alla lunga la crescita mondiale dovesse davvero arenarsi, sarebbe difficile continuare a sostenere le quotazioni delle Borse solo con i tassi d’interesse in discesa.
Il governatore della Bank of Japan, Haruhiko Kuroda, ha recentemente sottolineato come l’aumentato protezionismo rappresenti il rischio maggiore per l’economia globale…
Il Giappone ha molti motivi per temere che la crescita globale deragli, dal momento che lo yen è visto come una moneta rifugio che si apprezza durante le fasi “risk off” dei mercati, con effetti negativi sulle esportazioni del paese e sul valore dei titoli azionari delle sue principali aziende.

Come sta andando l’indice Nikkei della Borsa di Tokyo?

Si sta confrontando con una resistenza chiave, quella dei 22.350 punti, ostacolo che separa idealmente uno scenario correttivo da uno di inversione del trend: fino a che i 22.350 punti non saranno alle spalle il rimbalzo visto dai minimi di fine dicembre 2018 conserverà i tratti di un rimbalzo, ovvero di un’interruzione temporanea della precedente fase ribassista che rischia di riprendere. Segnali in questo senso verrebbero al di sotto dei 21.460 punti, base del canale crescente disegnato dai minimi di fine 2018. Solo oltre 22.350 si potrebbe iniziare ad immaginare il proseguimento della fase rialzista anche nel medio periodo.

Come stanno invece i principali indici cinesi?

L’Hang Seng China Enterprises Index, sottoindice di riferimento nell’ex colonia britannica di Hong Kong per la Corporate China, si sta confrontando con il muro del 50% di ritracciamento del ribasso dal top di inizio 2018, resistenza collocata a 11.865 circa. La rottura di quei livelli sarebbe un notevole segnale di forza, che potrebbe anticipare movimenti fino a 12.350 almeno. Resistenza successiva a 12.960 punti. La mancata rottura di 11.865 e la violazione a 11.420 della media mobile a 50 giorni e della linea che sale dai minimi di inizio anno sarebbero invece indizi che farebbero temere una perdita di fiducia da parte del mercato, un segnale di debolezza che metterebbe in discussione le possibilità di proseguimento del rialzo dell’ultimo trimestre.

E il grafico generale dell’Hang Seng cosa mette in evidenza?

L’indice azionario di Hong Kong si sta confrontando da inizio aprile con la resistenza offerta a 29.332 circa dal lato alto del gap ribassista del 19 giugno, quota praticamente coincidente con un rilevante livello ricavato dalla successione di Fibonacci. Area 29.332 rappresenta uno spartiacque importante: senza la rottura della resistenza è elevato il rischio che i massimi di aprile rappresentino la fine di un ciclo, di quella che in termini di onde di Elliott viene definita una “sequenza impulsiva”, cioè serie di 5 onde che completa una fase rialzista. Sotto 29.665 si avvertirebbero i primi scricchiolii, conferme in questo senso sotto i 29.000 punti. Oltre 29.332 invece l’indice potrebbe tentare il ritorno sui massimi di maggio 2018 in area 31.600, un’operazione che potrebbe richiedere qualche settimana per realizzarsi e che sposterebbe, quindi, a maggio inoltrato lo scenario di un’eventuale correzione.

Le incertezze visibili sugli indici asiatici hanno qualche effetto anche su Piazza Affari?

Il Ftse Mib è nella stessa situazione grafica degli indici cinesi, a stretto contatto con un livello di ritracciamento di Fibonacci cruciale, un muro da superare per poter continuare a guardare con fiducia al futuro. L’indice rimane, infatti, confinato al di sotto della resistenza chiave dei 22.000 punti, coincidente con il 61,8% di ritracciamento del ribasso dal top di maggio 2018. Questo riferimento, ricavato dalla successione di Fibonacci, di norma segnala che il movimento in atto è una tendenza a se stante e non una semplice correzione del movimento precedente. La rottura di area 22.000 fornirebbe, quindi, indicazioni incoraggianti in favore del test almeno dei 22.600 punti circa, lato alto del canale crescente che parte dai minimi di fine 2018. Sopra quei livelli il target si sposterebbe a 23.100 circa.

In caso contrario?

La mancata rottura di area 22.000 e la violazione di 21.750 potrebbero portare al test della base dello stesso canale, a 21.335 circa. Discese al di sotto di questo importante supporto lascerebbero, poi, spazio alla ricopertura del gap del 1° aprile con base a 21.295. Supporto successivo a 20.970, media esponenziale a 50 giorni, ultimo sostegno in grado di evitare una correzione estesa di tutto il rialzo dai minimi di fine dicembre 2018. E come sempre per l’Italia croce e delizia dei nostri listini sono le banche.

Di cosa ci si deve preoccupare?

Dopo essere state protagoniste di forti rialzi in questo primo trimestre dell’anno, adesso sembrano iniziare ad avere il fiato grosso. JpMorgan in un recente report sul sistema bancario italiano ha tagliato il target price di quattro banche: Mps, Bpm, Intesa Sanpaolo e Ubi Banca. Non solo: hanno avvertito che in media il comparto ha sovraperformato quello europeo del 13% da inizio anno, un andamento che ha permesso di correggere gli eccessi di negatività visti nella seconda metà del 2018, ma che ora necessiterebbe di novità positive per poter continuare. Invece le novità positive latitano.

(Marco Biscella)

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