I NUMERI/ Di Maio e Tria, le diverse visioni del Governo su Pil e lavoro

- Stefano Masa

I dati dell’Istat sul Pil e l’occupazione sono stati letti in maniera differente all’interno del Governo e cozzano anche con le previsioni del Def

Tria e Di Maio in Parlamento
Giovanni Tria e Luigi Di Maio (Lapresse)

La verità, talvolta, è rappresentata dal solo silenzio. In particolari occasioni, però, è preferibile avanzare considerazioni caratterizzate dalla prudenza piuttosto che affermare solennemente una vittoria che tale non è. In Italia, nelle ultime ore, si sono registrati due importanti segnali economici: il ritorno a uno stato non più recessivo e la diminuzione del tasso di disoccupazione. Attraverso i documenti predisposti e diffusi da Istat, si apprende come la stima preliminare del Pil nel primo trimestre 2019 si attesti a uno +0,2% rispetto al trimestre precedente e a un +0,1% in termini tendenziali. Nello stesso “Commento” viene affermato come «all’inizio del 2019 l’economia italiana ha segnato un moderato recupero che ha interrotto la debole discesa dell’attività registrata nei due trimestri precedenti. Nel complesso, l’ultimo anno si è caratterizzato come una fase di sostanziale ristagno del Pil, il cui livello risulta essere nel primo trimestre del 2019 pressoché invariato rispetto a quello di inizio del 2018».

Di fronte a tale importante dato, il ministro dell’Economia Giovanni Tria, ha affermato come ci sia una «solidità dell’economia italiana» e un «clima di cauto ottimismo». Tale cautela, rappresenta al tempo stesso la saggia e antica virtù della prudenza, e pertanto, lo stesso ministro, ha sottolineato come attraverso questo dato sul Pil si possa «intravedere che la previsione di crescita annuale dello 0,2% indicata nel Def potrà essere raggiunta e anche superata se il contesto internazionale sarà favorevole». Considerazione ponderata e assolutamente condivisibile.

Richiamato all’attenzione il tanto atteso e ormai approvato Def, si deve sottolineare come in quest’ultimo sia presente una distonia riconducibile al dato concernente il tasso di disoccupazione. Nella sezione “Prospettive per l’economia italiana. Scenario a legislazione vigente” viene indicato: «Tenuto conto delle ipotesi adottate per le simulazioni e la fase ciclica debole, il tasso di disoccupazione è previsto in lieve aumento nel 2019 (11,0 per cento) e nel 2020 (11,2) e in progressiva riduzione fino a tornare sui livelli del 2018 a fine periodo». Analisi prospettica priva di possibili fraintendimenti.

Istat, attraverso il proprio documento, ha indicato come la disoccupazione sia scesa al 10,2% (a marzo); doveroso sottolineare il dato relativo ai giovani che evidenzia un calo al 30,2% ovvero ai minimi dal 2011. Una rilevazione che non può essere fraintesa e al tempo stesso deve far riflettere poiché, comparandone le risultanze con la previsione del Governo nel proprio Def, i prossimi mesi, si dovrebbero caratterizzare per un sensibile incremento della disoccupazione. La differenza tra Istat (dato certo) e quanto previsto (dato stimato) dall’esecutivo è pari allo 0,8%. Poco meno di un punto percentuale: solo decimali, sempre e solo loro. I decimali.

Sul dato relativo alla disoccupazione, il vicepresidente del Consiglio Luigi Di Maio, ha manifestato il proprio pensiero attraverso Facebook: «Stiamo costruendo un mercato del lavoro che ridà stabilità ai lavoratori. I numeri sull’occupazione ci raccontano come il Decreto Dignità sia stato la chiave di volta per far ripartire l’occupazione». E ancora: «Abbiamo avuto ragione a puntare sulla stabilità del lavoro, questo ha fatto ripartire l’occupazione. Quello del lavoro a tempo indeterminato è un trend che cresce in modo costante da ottobre. Mi ricordo gli allarmi lanciati quando abbiamo varato il Decreto Dignità. Tutti a dire che sarebbe stata una catastrofe. E invece migliorano tutti gli indicatori». Uno stato d’animo comprensibile.

Sulla base di questi elementi, sorge spontaneo il dubbio sul futuro del nostro Paese in ottica occupazionale: o quanto descritto e formalizzato nel Def è da considerare completamente errato e fin troppo pessimistico (e questo dovrebbe far riflettere ancora e molto di più su altre possibili conseguenze) oppure le varie considerazioni esternate risultano essere troppo ottimistiche sia nella forma come nella sostanza. Non si può credere a una via di mezzo.

La risposta a questo interrogativo avrà – di fatto – una risposta certa: l’esito delle ormai imminenti prossime elezioni decreterà un solo vincitore. Spetta a colui (o coloro) che occuperanno il primo posto sul podio fornire i dovuti dettagli per sostenere o smentire le “parole scritte” o le “parole dette”. Come sostenuto all’inizio, la verità, talvolta, è rappresentata dal solo silenzio o dalla prudenza.

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