PIL E LAVORO/ I numeri utili al Governo per inseguire la (vera) ripresa

- Giuseppe Pennisi

Negli ultimi giorni sono arrivati dati economici sull’Italia che il Governo farebbe bene a leggere e interpretare con attenzione

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Negli ultimi giorni, prima la Banca d’Italia, poi l’Istat e infine anche organismi tecnici di settore (quali la Motorizzazione Civile) hanno pubblicato statistiche che indicano un barlume di miglioramento dell’economia italiana. Siamo alla vigilia quasi di elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo; dall’esito delle urne dipendono equilibri forse anche nell’assetto di governo. Cerchiamo d’approfondire i dati sine ira et studio, ossia con serenità e distacco. Come sempre, le istituzioni che producono statistiche certificano situazioni e tendenze, i politici le interpretano per le loro finalità, gli economisti le analizzano cercando di trarne insegnamenti il più obiettivi possibili. È un compito arduo, ma è il nostro mestiere.

Andiamo, in primo luogo, ai dati macroeconomici. Sotto il profilo strettamente tecnico, negli ultimi due trimestri del 2018 l’Italia era in recessione dato che il Pil segnava una leggera riduzione, mentre nel primo trimestre del 2019 ne è uscita, dato che il Pil ha riportato un modestissimo aumento. Ciò vuol dire, come alcuni hanno affermato, che il “Governo del cambiamento” ha ereditato un’Italia in contrazione ed è stato sufficiente il varo, tramite la Legge di bilancio, di nuove politiche in aree come il reddito di cittadinanza e Quota 100 per innescare una svolta destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi?

Sarebbe almeno temerario suggerirlo. Innanzitutto, guardando gli ultimi nove mesi (gli ultimi sei del 2018 e i primi tre del 2019), tanto la recessione “tecnica” quanto il recupero “tecnico” sono stati lievissimi. Alla lettura di un economista, sono due aspetti della stessa medaglia: la stagnazione dell’economia italiana che si trascina da anni tanto che il Pil, anche dopo l’impercettibile recupero tecnico, è ancora inferiore di cinque punti al livello raggiunto prima della recessione del 2008 e, ancor peggio, il Pil pro capite è leggermente più basso dei livelli del 2000. Ciò che chi ha responsabilità di politica economica dovrebbe chiedersi non è se i dati indicano che siamo o meno sulla buona strada, ma come sanare il male oscuro che sembra affliggere da vent’anni l’economia italiana: la stagnazione della produttività.

La vera portata del recupero “tecnico” balza agli occhi raffrontandolo con quello riportato nel primo trimestre 2019 nel resto dell’eurozona: nell’area dell’euro la media dell’aumento del Pil ha segnato lo 0,4% (con lo 0,7% in Spagna e lo 0,3% in una Francia pur tormentata da scioperi e da moti), rispetto allo 0,2% in Italia. Quindi, c’è poco da stare allegri. Eloquente il rapporto della Banca d’Italia appena uscito: sarebbe esiziale abbassare il livello di guardia.

La stessa crescita dell’occupazione, e il piccolo aumento dei contratti a tempo indeterminato non devono fare nutrire troppe illusioni: il tasso di disoccupazione, anche dopo questi miglioramenti (in parte dovuti agli incentivi), è al 10,2% delle forze di lavoro. Restiamo comunque indietro di ben 15 punti rispetto alla media di occupati (in termini di popolazione in età di lavoro) dell’Ue a 28. C’è una leggera capacità reattiva del sistema produttivo al piccolo rimbalzo produttivo che sta caratterizzando tutta Europa, ma restiamo tra gli ultimi in classifica.

Se si analizza il recupero “tecnico” dell’Italia più in profondità, ci si accorge che si è realizzato in gran misura in gennaio: al balzo in avanti nelle prime quatto settimane ha fatto seguito un rallentamento nelle altre otto. Tale andamento è tipico dello smaltimento delle scorte (anche per determinanti contabili e tributarie) che sarebbe erroneo proiettare nel medio periodo. Guardando ai comparti del manifatturiero, l’elettronica e l’abbigliamento stanno andando meglio di altri per determinanti merceologiche specifiche (traino di investimenti hardware e progressiva digitalizzazione per la prima, nuova stagione e nuovi modelli per la seconda), mentre soffre l’auto (e la sua componentistica), nonostante l’aumento delle vendite nelle ultimissime settimane a cavallo tra il primo e il secondo trimestre. Il manifatturiero, poi, migliora a ragione della domanda estera, come evidenziato dall’andamento dell’export.

Analisi disaggregate suggeriscono che il nodo principale non è tanto la produttività nel manifatturiero – per domani 7 maggio, il Centro Studi Confindustria ha organizzato un web seminar e a metà mese verrà presentato il consueto rapporto annuale sull’andamento dell’industria italiana – quanto nei servizi (che rappresentano circa i due terzi dell’economia italiana), settori poco aperti al confronto internazionale e dove è arduo sia misurare la produttività sia definire strategie, programmi e misure per aumentarla. Un miglioramento della produttività implica un miglioramento del parco infrastrutturale, particolarmente nei trasporti, per il quale occorre sbloccare gli oltre 100 miliardi già nel bilancio dello Stato e attivare la grande rete internazionale cofinanziata con l’Unione europea (ossia la Tav), su cui i contraenti del contratto di governo si stanno accapigliando. Ciò vuole anche dire incentivare la concorrenza nei servizi pubblici e privati, mentre alcune misure varate “per il cambiamento” restringono tale concorrenza, aggravando così il nodo della produttività.

Chi ha responsabilità di politica economica, invece di applaudire ad alcuni dati e ignorarne altri, si deve chiedere se si stanno prendendo le misure adeguate non solo per rilanciare gli investimenti pubblici e privati, ma anche per stimolare crescita di produttività nei servizi.

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