PIL E POLITICA/ Le tre spinte che mancano alla nostra ripresa

- int. Luigi Campiglio

L’Istat ha diffuso ieri le prospettive per l’economia italiana. Domanda estera, bassa inflazione e pochi investimenti non ci aiutano

Industria e alluminio
Pixabay

L’Istat ha diffuso ieri le sue prospettive per l’economia italiana nel 2019: il Pil è visto in crescita dello 0,3%, grazie alla domanda interna, visto che “l’apporto della domanda estera netta e quello della variazione delle scorte risulterebbero nulli”. Per quanto riguarda il mercato del lavoro, si prevede “che l’occupazione rimanga sui livelli dell’anno precedente (+0,1%), mentre si registrerebbe un lieve aumento del tasso di disoccupazione (10,8%)”. «In queste previsioni dell’Istat ci sono due indicazioni che trovo interessanti, a parte questo +0,3%, che purtroppo è sì un segno positivo, ma ci lascia ancora come fanalino di coda della crescita in Europa», ci dice Luigi Campiglio, Professore di Politica economica all’Università Cattolica di Milano.

Quali sono queste indicazioni?

La prima riguarda l’inflazione, che sarà “in leggero rallentamento”. Manca per così dire un’inflazione buona, quella che deriva da una domanda aggregata che è in crescita e più elevata dell’offerta aggregata. L’inflazione buona è di regola un indicatore indiretto, ma di rilievo, sulla robustezza della crescita e soprattutto della domanda interna.

Domanda interna che, dice l’Istat, rappresenta “l’unico contributo positivo alla crescita del Pil”.

Sì, la domanda estera è sostanzialmente ferma, anche per via del nostro legame con la Germania, che ha rallentato, anche se meno di noi. Questo è un momento in cui il rafforzamento di misure per il rinnovo degli impianti, come la proroga del super ammortamento, può essere una chiave estremamente importante per la domanda estera. C’è una situazione di incertezza internazionale che se non fosse esistita probabilmente avrebbe consentito di ipotizzare una crescita del Pil non dello 0,3%, ma almeno dello 0,4%. Complessivamente, quindi, siamo in una situazione di sviluppo frenato.

Qual è la seconda indicazione che ha trovato interessante?

L’Istat dice che quest’anno “gli investimenti fissi lordi italiani aumenterebbero (+0,3%) beneficiando in misura contenuta anche delle agevolazioni inserite nel decreto crescita”. Quindi, se interpreto bene, questo vuol dire che anche tenendo conto del super ammortamento, gli investimenti aumenteranno dello 0,3%. Mi sembra un’annotazione di cui essere preoccupati, perché significa che l’accumulazione di capitale, in particolare produttivo, quello che genera occupazione, reddito, ecc., non recupera come sarebbe necessario a tutti i costi in tempi rapidi. Sembra un dettaglio tecnico, ma è anche da questo che deriva un non miglioramento del mercato del lavoro.

Ieri si è tenuta anche l’assemblea di Confindustria e Boccia ha evidenziato che “se l’Italia volesse rispettare alla lettera le regole europee dovrebbe fare una manovra strutturale per il 2020 da almeno 32 miliardi di euro: una manovra imponente, con effetti recessivi” e ha proposto a Governo e opposizioni di creare “insieme un piano triennale – credibile e ambizioso allo stesso tempo – che ci permetta di trattare con i partner europei un aggiustamento graduale, serio e strutturale, affiancato a misure per sostenere la difficile fase congiunturale”. Cosa ne pensa?

Il fatto che il Presidente di Confindustria si dichiari in modo così aperto a favore di un dialogo con gli altri paesi europei improntato alla necessità di evitare una nuova fase di rallentamento in Italia mi sembra molto rilevante. È davvero importante che non sia solo una questione del Governo. E questa sorta di “ingresso in campo” del Presidente di Confindustria potrebbe contribuire a tranquillizzare i mercati. Boccia può dare un tocco positivo alle aspettative e contribuire a ridurre lo spread, che speriamo possa arrivare stabilmente sotto i 200 punti. Ritengo sia anche significativo che una voce eletta dagli imprenditori chiami in azione le imprese a fare la loro parte.

In vista della Legge di bilancio, si parla di mettere mano a diverse imposte e agevolazioni fiscali. L’altro giorno Tria ha fatto capire di ritenere sia meglio avere più imposte indirette, come l’Iva, e meno dirette come l’Irpef…

Questa è una decisione squisitamente politica. Perché il ministro saprà bene che le imposte indirette sono fortemente regressive, in quanto a bassi livelli di reddito non c’è risparmio, anzi a volte è negativo, per cui molte famiglie consumano più di quanto guadagnano. Una cosa che non si dice, ma che va detta, è che le clausole di salvaguardia hanno in sé un rischio fortissimo, perché è implicito che ci si aspetti un certo gettito applicandole. Aumentare l’Iva può però portare a un incremento dell’evasione e quindi il gettito non arriverebbe a essere quello previsto.

Meglio quindi evitare qualsiasi aumento dell’Iva a costo anche di lasciare l’Irpef invariata?

Guardi, il punto è che queste sono manovre che vanno fatte nel momento giusto. E quello attuale non lo è. Le famiglie, specie a basso reddito, continuano a essere in sofferenza, e quindi prima di fare uno “switch” che nelle simulazioni econometriche può anche risultare privo di conseguenze negative, occorre andarci cauti.

(Lorenzo Torrisi)

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