RISPARMIATORI TRUFFATI/ Ecco perché le banche la fanno franca ancora una volta

- Maurizio Delfino

Risparmiatori truffati: il governo ha stanziato 1,5 miliardi, ma al momento non c’è un solo condannato per truffa

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LaPresse

E fu sera e fu mattina. La storia del rimborso ai “truffati delle banche” evoca certe immagini bibliche, fatte di un popolo silenzioso di cui pare udire la voce, i suoi sacerdoti intercessori che invocano giustizia e pietà nei santuari di Palazzo Chigi o di Bruxelles, profezie che richiamano al destino.

Non ci sarebbe da scherzare, perché dietro questi slogan, che si allineano nel crocevia fra le notizie periodiche e le campagne elettorali, si sono consumate e infrante vite e storie vere. Però i motivi per scherzare e smorzare i drammi ci sono e vanno cercati. Come ai funerali.

Intanto i fatti. Sembrava si fosse al giorno prima del bonifico, invece la notizia è che il decreto del Governo ha previsto il rimborso che sarà automatico per chi ha una ricchezza mobiliare inferiore a 200mila euro e prevede invece un arbitrato per quelli più benestanti. Ora, però, occorre la ratifica del Parlamento e ben due decreti attuativi del ministero dell’Economia (Tria, per ora). Il tutto condizionato a un’approvazione, dicono i giornali importanti, dell’Europa. In realtà, si tratta di aspettare una non impugnazione della Commissione.

Gli interessati, i Sacerdoti rappresentanti dei risparmiatori, riferiscono che in Europa stanno trovando molta più accondiscendenza di quella che si racconta. Avranno mica mentito fin oggi, i padroni della politica nazionale, sulla cattiveria dell’Europa? Sono, però, preoccupati che questa generosità (stabilita dal Governo Salvini-Di Maio), cioè elevare a 200mila euro la ricchezza tollerata per avere il rimborso automatico, faccia perdere altro tempo e anche rischiare di far saltare tutto. Una trappola, sottintendono gli ormai scafati sacerdoti. Timeo Danaos, come il cavallo di Troia.

Qualcuno, come il vicedirettore del Corriere della Sera, commenta che è forse anche esagerato un rimborso automatico in generale, cioè a prescindere da come e chi abbia investito in titoli di rischio. E ciò sia a paragone di investitori in altri settori o in titoli quotati, sia rispetto a quella soglia di ricchezza. Non sarebbe un poverello quello che ha questo patrimonio e che al tempo ha in qualche modo potuto investire in quei titoli. L’osservazione è molto pertinente. Però l’urgenza politica comanda. E pensare che poche settimane fa, pur di portare a casa il risultato (promesso alle recenti scorse elezioni mentre ci accingiamo a riaprire le urne), si era arrivati a ipotizzare un abominio, mai smentito. Morale e giuridico. Stabilire, cioè, il rimborso con decreto, ma contemporaneamente introdurre una norma speciale di esenzione dalla responsabilità (amministrativa e contabile) per i funzionari che avrebbero materialmente disposto i rimborsi. Roba dell’altro mondo. Nemmeno quarto mondo, proprio altro mondo.

E’ lì che Tria ha puntato i piedi. Tuttavia, ed è per questo che è meglio scherzare, nessuno si ferma a fare una riflessione: che in questo Paese si stanzia un miliardo e mezzo di euro per rimborsare un piccolo-grande popolo di “truffati” senza che ci sia un solo condannato per truffa! E probabilmente non ci sarà mai. Perché i pochissimi (per la portata degli eventi) vertici bancari imputati in queste vicende lo sono per lo più per reati complicati, sciatti e lunghi da provare come l’“ostacolo alla vigilanza” o la “falsa rappresentazione in prospetto”. La prescrizione quasi certamente cancellerà tutte queste vicende e le centinaia di tonnellate di carte e ore di lavoro di giudici, cancellerie, amministrativi e investigatori.

Gli unici imputati di truffa sono qualche centinaio di poveri dipendenti. Nel 98% dei casi praticamente costretti a piazzare quei titoli e nella stessa percentuale forse inconsapevoli della reale portata dei rischi. Il che è professionalmente angosciante, perché vuol dire che chi fa consulenza su credito e risparmio non era in grado di capire lo stato di salute della propria azienda. Solo che la scelta industriale è stata quella di calare un velo di silenzio su tutta la parte reale e vitale della storia.

Le banche, che avrebbero avuto tutto il tempo e le risorse fra il 2015 e il 2017 di verificare il caso di ogni singolo cliente e di ogni singolo dipendente, oggi avrebbero dovuto fornire una lista semplice e dettagliata di tutti quelli che meritano un rimborso, di quanto grave sia stata la condotta del dipendente e di chi sia stata la colpa di quella condotta. In 5 minuti. Perché per rimborsare i “truffati” a suon di centinaia di milioni pubblici e a rischio di compromettere ancora una volta la fragilissima reputazione del Paese, occorrerebbe aver accertato una truffa. E aver accettato di ripercorrere il grado e i livelli di responsabilità di quella truffa. Nessuno escluso.

E fu sera. E se Dio vuole fu di nuovo mattino.

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