S&P CONFERMA RATING ITALIA/ Ma si dimentica della gabbia dell’euro

- Paolo Annoni

Standard & Poor’s rating e outlook: nell’abituale aggiornamento sul debito sovrano italiano l’agenzia Usa ha lasciato il proprio rating fermo a BBB con outlook negativo

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LaPresse
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Ieri Standard & Poor’s nell’abituale aggiornamento sul debito sovrano italiano ha lasciato il proprio rating fermo a BBB con outlook negativo. I mercati si attendevano una conferma anche se lo spettro del taglio del rating e soprattutto le sue conseguenze non hanno permesso un venerdì sera di assoluta tranquillità. L’analisi dell’agenzia di rating contiene tante luci quante ombre sullo stato dell’economia italiana e del suo debito. S&P segnala la “prospera e diversificata” economia che “opera sostanziali surplus con il resto del mondo”, “l’elevato risparmio privato” e perfino il supporto all’Unione Europea e l’obbligo, auto imposto, di “rispettare il patto di crescita e stabilità dell’Unione Europea”. Tutto questo per concludere su un’attesa di una performance economica stagnante e un incremento del debito sul Pil a causa di un “limitato progresso sulle privatizzazioni” e una bassa crescita nominale.

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Nel comunicato continua l’analisi dell’agenzia con commenti che sono, in realtà, abbastanza datati e molto poco sorprendenti per chiunque abbia consultato queste analisi negli ultimi anni. Si cita l’elevata imposizione fiscale, la burocrazia, il mercato del lavoro troppo rigido, uno tra i più bassi livelli di investimento tra i Paesi dell’eurozona. Più interessante l’analisi sui provvedimenti del governo, con una finanziaria i cui benefici sono stati annullati dal peggioramento del costo di finanziamento per le banche. Si critica il reddito di cittadinanza, che disincentiva la ricerca del lavoro anche se sappiamo che il numero citato da S&P, 780 euro al mese, è davvero molto lontano dalla realtà. Un po’ più costruttivo il parere sulle misure fiscali “favorevoli agli investimenti” e sull’incremento “degli investimenti pubblici programmati”.

Della lunga analisi vale la pena ricordare che l’outlook potrebbe essere rivisto a stabile da negativo se “l’economia migliora, la crescita dell’occupazione cresce portando a un miglioramento delle finanze pubbliche”, mentre il taglio del rating potrebbe arrivare se le riforme “indeboliscono in via permanente il potenziale di crescita italiano”, se “peggiorano le condizioni di finanziamento del governo e delle banche italiane” e se deficit e debito sono “significativamente superiori alle nostre previsioni”.

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È questa in fondo la visione dei “mercati” e di tutti quelli che non hanno la testa nella narrazione italiana. Le finanze pubbliche si curano con la crescita; quello che preoccupa sono i numeri sul debito solo se sono “molto superiori” alle attese e l’aumento delle condizioni di finanziamento. Su quest’ultimo punto è sempre utile ricordare che nell’area euro, nel complesso il blocco economico più ricco del globo, queste speculazioni non dovrebbero esistere; o almeno così ci avevano assicurato. La speculazione dei mercati si genera sempre, come nel 2011, in un corto circuito per cui una banca centrale che potrebbe far sparire la speculazione in settimane lascia alla punizione dei mercati lo Stato membro ribelle. Cosa che in teoria potrebbe anche avere una logica. Il problema è quando il peggioramento non deriva da politiche fiscali sconsiderate ma da shock negativi esterni, come il fallimento di Lehman Brothers. L’Italia è stata lasciata alla punizione dei mercati nonostante politiche fiscali molto responsabili e nonostante il peggioramento del debito su Pil dopo un decennio di diminuzione fosse dovuto quasi esclusivamente alla recessione globale causata da un fattore esterno.

Oggi quindi, dopo l’analisi di S&P, ci dovremmo chiedere cosa dovrebbe fare l’Italia per uscire da una stagnazione ventennale, far ripartire l’economia e far scendere il debito su Pil. La risposta passa da molti interventi che sicuramente includono stimoli fiscali, investimenti pubblici e privati molto superiori a quelli odierni, la rottura del tabù della burocrazia che impedisce di pensare e realizzare progetti privati e pubblici e una lotta agli sprechi che nei fatti, anche rispetto agli altri Paesi europei, si concentra in comparti dell’amministrazione pubblica molto ben definiti. Dato che anche il vostro personale governo dei sogni dovrebbe fare più spesa pubblica buona e uno stimolo fiscale, la seconda questione che rimane sul tavolo è, visto che il cambio non è uno strumento di flessibilità e non c’è una banca centrale autonoma come nelle altre economie poiché c’è l’euro, se l’Europa è disposta a sostenere questo sforzo coprendo “sui mercati” l’Italia; e se i nostri alleati non usano le istituzioni dell’Europa come strumento di competizione interna.

La copertura dell’Europa, non è, ovviamente, una condizione sufficiente ma rimane necessaria anche se in Italia tornasse De Gasperi. Questo è il cuore della questione.

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