SPILLO/ Giavazzi, il caso Ltcm e la memoria al photoshop

- Nicola Berti

Rammentando sul “Corriere” l’intero curriculum dell’economista Alberto Giovannini, è stata però omessa la vicenda per la quale il suo nome era da un ventennio agli annali

nomine Bankitalia
La sede di Banca d'Italia (Lapresse)

Se “la memoria è un dovere morale” – come ha giustamente ricordato il 25 aprile il presidente Sergio Mattarella – non può aver stupito che un raro e sobrio necrologio personale di Mario Draghi abbia segnalato “l’amicizia di una vita” fra il presidente della Bce e l’economista Alberto Giovannini. Ha invece sorpreso che l’obituary giornalistico – vergato sul Corriere della Sera da Francesco Giavazzi – abbia rammentato in dettaglio l’intero curriculum di Giovannini, omettendo tuttavia il solo passaggio per il quale il suo nome era da un ventennio agli annali. O almeno era stato sulle ribalte giornalistiche.

L’economista emiliano – stretto collaboratore al Tesoro del ministro Carlo Azeglio Ciampi e del direttore generale Draghi – fu infatti nei primi anni 90 il protagonista italiano di un episodio molto controverso: il fallimento di Ltcm, uno dei primi hedge fund di Wall Street. Un’iniziativa discussa fin dalla sua origine: il fondatore John Meriwether era stato messo alla porta dalla Salomon Brothers, una delle big più spericolate negli anni ruggenti del Nyse. Ma nel board Ltcm comparirono da subito David Mullins, vicepresidente dimissionario della Fed, e due Nobel per l’Economia: Robert Merton e Myron Scholes, entrambi premiati per gli studi sull’applicazione dei modelli fisico-matematici alla costruzione dei derivati finanziari.

La strategia Ltcm si orientò fin da principio sui titoli di Stato, compresi i BTp italiani: e fu probabilmente questa la ragione che spinse il Tesoro a intervenire in Ltcm, soprattutto all’inizio della lunga fase di “convergenza” dei tassi verso l’euro (in seguito il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, parlò di “investimento pilota”, finalizzato ad accelerare la confidenza delle autorità monetarie nazionali alla nuova realtà operativa della finanza globale di mercato). Sta di fatto che – sotto la diretta supervisione di Giovannini – l’Ufficio italiano dei cambi (Bankitalia) impiegò in Ltcm un totale di 400 miliardi di vecchie lire di riserve valutarie nazionali, fra investimenti e linee di credito.

Nel 1998 il fondo – che gestiva oltre 4 miliardi di dollari dell’epoca e assumeva imponenti posizioni speculative a leva – collassò per l’impatto della crisi russa: un totale imprevisto per i modelli quantitativi di Ltcm. Dieci anni prima del crack Lehman Brothers, la Fed giudicò “sistemica” la crisi di un fondo “troppo grande per fallire” e riuscì a circoscriverla con un salvataggio consortile cui partecipò una dozzina di grandi banche internazionali. Fu solo questo intervento a consentire a Uic di affermare, successivamente, di non aver subìto perdite su Ltcm: ma non senza che in Italia si accendesse qualche polemica; subito sopita – peraltro – nella fase di massimo peso di Ciampi e dei suoi cosiddetti “boys” nell’establishment interno e internazionale.

A più di vent’anni di distanza – e con molto più e molto peggio nel frattempo accaduto sugli oceani nella finanza globale – forse il caso Ltcm potrebbe effettivamente essere archiviato. Ma non avrebbe dovuto, in ogni caso, essere denegato in un necrologio giornalistico di Giovannini su un grande quotidiano di informazione. Una scelta che rischia così di trasformarsi in autogol: in un potenziale documento d’accusa verso una classe dirigente che sembra volersi riservare il diritto esclusivo di “photoshoppare” in modo ostentato ogni memoria sgradevole per il passato e insidiosa per il presente.

Che Giovannini abbia rappresentato “l’Italia migliore” – come scrive Giavazzi – non è in discussione. Ma proprio per questo avrebbe meritato che in un suo ricordo pubblico – fra una cattedra alla Columbia, una scalata dolomitica e la presidenza di Salini – il caso Ltcm non venisse rimosso in una riga imbarazzata: “Partecipò in prima persona ai mercati finanziari, sperimentandone successi e sconfitte”. Alla scuola di giornalismo della Columbia – dove impera il verbo del “fact checking” e della lotta alle “fake news” – avrebbero sicuramente alzato entrambe le sopracciglia.

Ultimamente, peraltro, anche i codici elaborati nei santuari del giornalismo “liberal” d’oltre Atlantico hanno fatto i conti con duri “imprevisti”. Le narrazioni “politicamente corrette” – nel senso letterale del termine: sottoposte di volta in volta a correzione a fini politici specifici – avevano puntato a colpo sicuro sulla First Lady degli anni ruggenti di Wall Street (gli stessi della meteora Ltcm). E invece alla Casa Bianca è approdato Donald Trump. E’ un’altra storia. Ma forse è un po’ la stessa. E non solo negli Usa. Un fatto, non un giudizio.

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