SPY FINANZA/ Nello spread la prova che Draghi è alleato del Governo

- Mauro Bottarelli

In questi giorni, nonostante le brutte notizie arrivate per l’Italia, lo spread è rimasto di fatto fermo, aiutando il Governo

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Mario Draghi, presidente della Bce (LaPresse)

Allarme spread! Partendo dal presupposto che la narrativa ieri era quella di un Consiglio dei ministri che poteva, potenzialmente, portare addirittura alla crisi di governo, c’è poco da stupirsi per quei (relativamente pochi) punti base d’aumento. Ma proviamo a ragionare razionalmente. Dunque, martedì lo spread fra Btp e Bund ha chiuso ha 261,70 punti base. Facciamo 262, cifra tonda. Ben 6 punti base più del giorno prima, lunedì 6 maggio. E ben 8 punti base in più rispetto alla chiusura di venerdì scorso, 3 maggio, ultimo giorno di contrattazioni della settimana. Praticamente, nulla. A meno che non si voglia montare casi ad arte e pregiudizialmente contro il governo, come ha fatto pateticamente La Stampa, allora anche un singolo aumento intraday di 1 punto base può andare bene e fornire un alibi accettabile per gridare all’apocalisse dei conti pubblici.

Va tutto bene, quindi? No, per nulla. Perché se attaccarsi a scostamenti ridicoli per crocifiggere l’esecutivo è oggettivamente miserrimo, credere che quella tenuta del nostro differenziale sia frutto della positiva strutturalità di provvedimenti come quota 100 o il reddito di cittadinanza è addirittura da ricovero coatto. E non lo dico io, lo dicono le cifre. Le quali parlano chiaro. Al 30 settembre scorso, la Bce aveva acquistato pro quota nell’ambito del Qe iniziato nel 2015 qualcosa come 356 miliardi di debito pubblico italiano, oltretutto con una vita del portafoglio di detenzione parecchio lunga, visto che era di 7,7 anni. Insomma, uno scudo anti-spread di medio periodo che nessuna banca d’affari si permetterebbe mai di sfidare con attacchi speculativi, a meno di propositi suicidi.

Ho citato il 30 settembre perché gli ultimi tre mesi dell’anno hanno visto l’ammontare di Btp acquistati calare sempre di più, in vista della fine ufficiale del Qe il 31 dicembre. Diciamo, per usare una cifra tonda cautelativa, che alla fine dell’intera operazione, la Banca centrale europea aveva in pancia più o meno 380 miliardi di nostro debito. Ma, fermi tutti, in base al principio statutario della capital key, da inizio 2019 la stessa Bce avrebbe cominciato con le redemptions di quel debito – così come di quello degli altri Paesi che hanno usufruito degli acquisti in seno al Qe -, ovvero la sua vendita sul mercato in ossequio al principio di iniziale ri-normalizzazione del suo stato patrimoniale, divenuto monstre. Ma cosa ha fatto Mario Draghi lo scorso novembre, un mese prima della fine del Qe e in pieno periodo di ripresa dallo spavento dei tonfi di mercato innescati in ottobre dagli emergenti, Turchia in testa? In vista della fine del Qe ha fatto varare dal board della Bce una variazione della capital key e un aumento del tasso di reinvestimento del debito sovrano detenuto a bilancio, allungandone di fatto la vita media e la detenzione nei blindatissimi – dalla speculazione – forzieri della Bce. E la mossa fu ufficializzata, colmo dell’illusionismo, durante la conferenza stampa post-board di dicembre, quella appunto che avrebbe dovuto servire da commiato al Qe in chiusura.

Nel comunicato si faceva infatti espresso riferimento al reinvestimento dei titoli in scadenza (circa 200 miliardi di euro nel 2019), il quale rimarrà in auge per un esteso periodo di tempo e successivamente anche al primo rialzo dei tassi d’interesse. I reinvestimenti verranno fatti in titoli appartenenti alla stessa giurisdizione di quelli scaduti, ma gradualmente nel tempo (nel corso dell’intero anno e non più nei tre mesi successivi) in maniera tale da allineare il portafoglio alla nuova capital key. Inoltre, verranno lasciati scadere i covered bond con la struttura conditional pass-through, ovvero quelli sui quali l’emittente può posticipare la scadenza.

E lo scorso 10 aprile, sempre nel corso della conferenza stampa post-board, l’Eurotower ha confermato che proseguirà con il reinvestimento dei titoli in scadenza “per un prolungato periodo di tempo successivamente alla data in cui inizierà a innalzare i tassi di interesse”. E fermi tutti, perché nel frattempo era intervenuta la grande paura natalizia di Wall Street, i tonfi che – non a caso – hanno bloccato il processo di normalizzazione monetaria della Fed e garantito alla Pboc di iniettare nel sistema, a gennaio, qualcosa come 850 miliardi di dollari sotto forma di nuovi prestiti agevolati. E cos’ha garantito questo? Una nuova revisione in corso d’opera della cosiddetta forward guidance della Bce, la quale spostava l’orizzonte temporale degli attuali tassi ai minimi storici dall’estate alla fine dell’anno, comunque a tutto il 2019. Quindi, anche dopo l’addio di Mario Draghi e l’arrivo del suo successore. Il quale, a meno non si tratti di Braveheart reincarnato, difficilmente metterà mano all’impianto post-Qe prima di almeno la primavera 2020, vista la sindrome Trichet che circolerà nell’aria a Francoforte.

Sapete grazie a quella mossa partorita lo scorso novembre, accettata dalla Bundesbank e dai presunti “falchi rigoristi” senza un singolo fiato di protesta, a quanto ammonta il principio di redemptions del nostro debito, ovvero le vendite di Btp da parte della Bce sul mercato? Circa 26 miliardi di euro. A fronte di acquisti per quasi 400 compiuti nei tre anni del Qe e di 200 miliardi complessivi, quindi di titoli di Stato di tutte le nazioni dell’eurozona, che andranno a scadenza quest’anno, ma verranno rinnovati in automatico dalla Bce. Lo capite perché lo spread è fermo, adesso? Lo capite perché, nonostante la bocciatura più dura del previsto da parte della Commissione Ue, il nostro differenziale con il Bund martedì sia salito solo di 6 punti base, ovvero di fatto sia rimasto fermo come una roccia, impassibile e imperturbabile?

Lo capite perché, come ho scritto martedì nel mio articolo, non solo il governo dovrebbe erigere una statua equestre a Mario Draghi nel centro di piazza Colonna, ma anche ammettere che il numero uno della Bce sia il suo più grande alleato, qualcuno cui dover garantire gratitudine eterna? Certo, loro devono fare i sovranisti dalla faccia dura (la Lega) o gli anti-establishment senza compromessi (M5S), ma, in realtà, senza Draghi e la sua mossa della scorso novembre in vista della fine del Qe, questo esecutivo sarebbe stato cacciato a colpi di spread subito dopo Natale. E in malo modo, anche, stile 2011. Lo sanno tutti, Conte e Tria in testa, i quali martedì sono stati costretti da copione a recitare la parte degli indignati e offesi nei confronti della Commissione Ue.

È tutta una pantomima, l’ennesima. Signori, in due giorni l’Italia, presa come sistema economico, ha ricevuto un uno-due che nemmeno Mike Tyson. Prima l’annuncio di Trump suoi nuovi dazi, di fatto un colpo al cuore del commercio globale che per un Paese il cui Pil sta a galla solo per l’export equivale a una flebo di cianuro. Poi, la bocciatura dell’Europa, la quale si è premurata di recitare fino in fondo la sua parte, annunciando che il vero responso rispetto ai nostri conti arriverà a giugno. Guarda caso, dopo le europee. E a proposito di europee, sentita la novità? Il Regno Unito voterà per il rinnovo delle istituzioni comunitarie il prossimo 23 maggio. Guarda caso, il famoso dialogo bipartisan fra Tories e Labour che doveva addirittura garantire l’uscita di Londra entro la fine del mese non ha portato a nulla. Tradotto, come vi dico da sempre, bye bye Brexit. I sudditi di Sua Maestà, una volta andati alle urne, si scordino di uscire dall’Ue.

Un brutto colpo, roba da folla inferocita in piazza, da ghigliottine a Parliament Square e Whitehall? No. Per il semplice fatto che, da settimane ormai, il cittadino medio sta vivendo la nuova illusione, quella della seconda spallata contro la burocrazia di Bruxelles, proprio attraverso il voto al nuovo partito pro-Brexit della vecchia volpe del sistema, al secolo Nigel Farage. E poi, nonostante si sapesse ormai da giorni (in realtà, si sapeva da principio) che il dialogo fra May e Corbyn non avrebbe portato a nulla, si è aspettato martedì per far comunicare la notizia dell’indizione del voto, alla chetichella e dal vice-premier. Perché? Beh, il giorno prima era nato il Royal Baby, il Paese era deliziato e non parlava d’altro. E poi, fra martedì e mercoledì sera due squadre inglesi avrebbero giocato le semifinali di ritorno in Champions League, il Liverpool addirittura compiendo l’impresa impossibile contro il Barcellona (causa fuso orario della consegna del pezzo, il risultato di Ajax-Tottenham mi è oscuro).

Sempre ieri, poi, la presentazione del Royal Baby al popolo, con mezzo Paese che si è svenato dai bookmakers per scommettere sul nome del neonato. Stasera, inoltre, altre due squadre inglesi impegnate nelle semifinali di ritorno di Europa League, Chelsea e Arsenal. Poi, un giorno per tirare il fiato e tornare la volata finale per la Premier League. Di cosa parleranno, a vostro avviso, il Paese e i tabloid che lo descrivono con i loro toni vividi e da lite di condominio? Di Casa reale e football o di noiosissime elezioni europee, soprattutto quando queste ultime rappresentano – di fatto – la pietra tombale proprio del Brexit tanto agognato? Panem et circenses, al suo meglio.

E vogliamo parlare della Francia: avete notizie dei “gilet gialli” per caso? Sabato scorso erano in piazza in meno di 8mila in tutto il Paese. Non a Parigi, in tutta la nazione. In compenso, guarda le combinazioni, sempre martedì salta fuori il matto di turno che a Tolosa prende in ostaggio quattro donne in una tabaccheria, spara a casaccio sulla polizia e si definisce “il braccio armato dei gilet gialli”. Arrestato senza conseguenze dai gendarmi, ovviamente. Nel mondo anglosassone, una casualità del genere si definisce “il chiodo nella bara”. Emmanuel Macron, quello che doveva essere spazzato via dall’ondata di protesta, è saldamente all’Eliseo, sta per lanciare un bel piano di riforme elettorali finanziato a deficit e se la vedrà con la Le Pen per decidere alle europee quale sarà il primo partito del Paese: non male per essere un morto politico, come dice qualcuno, non vi pare?

E in Germania, la Merkel non doveva essere ridotta al silenzio dall’avanzata napoleonica dei Verdi? O di Alternative fur Deutschland, magari? Mi pare che sia tranquillamente al suo posto e che la Spd non strepiti per cacciarla anzitempo dal potere. Anzi, insieme all’altro giubilato e dato per morto, Emmanuel Macron appunto, proprio in questi giorni sta decidendo del futuro europeo dei Balcani, tavolo geopolitico ufficioso cui ovviamente l’Italia sovranista non è invitata, occupata com’è a decidere del futuro del sottosegretario Siri. E pensate che lo spread spagnolo sia fermo, quanto il nostro, perché Pedro Sánchez riuscirà nel miracolo mariano di dare finalmente un governo al Paese? Oppure per la medesima ragione che vede il nostro differenziale placido come un lago alpino, cioè lo schermo della Bce, cioè il fatto che il Qe sia terminato solo formalmente ma non in pratica?

Rifletteteci, da qui al voto. Pensate a tutte le piccole tessere del mosaico che, una alla volta, in modo apparentemente slegato e disordinato, stanno andando al loro posto. Più vivo queste giornate, ne seguo gli eventi e lo svolgersi e più mi torna in mente la maglietta che mia sorella mi portò tanti anni fa – ero un adolescente – dal suo viaggio a Londra. Era una maglietta iconica, quella della metropolitana della capitale inglese, la mitica Tube. E sopra al cerchio rosso, tagliato diametralmente dalla scritta “Underground” su campo blu, capeggiava lo slogan dell’epoca: You can’t beat the system. È vero, il sistema non puoi batterlo. E anche quando credi di farlo, in realtà stai lavorando per lui. In effetti, il gran caos dei sovranisti globali a chi sta giovando, se non alle Banche centrali e alla loro fornitura infinita di alibi per continuare a operare?

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