TASSE/ Il vero flop della mini-flat tax è sui giovani

Nonostante la flat tax al 15%, le partite Iva non crescono come si pensava. Il vero flop è però quello che riguarda il lavoro dei giovani

Computer_Giovane_Scrivania_Lapresse
Lapresse

Si discute in questi tempi su uno dei “vanti” dell’attuale Esecutivo, che ha voluto fortemente dare, secondo il suo progetto, una proficua sferzata, introducendo una nuova forma d’incentivo per finalmente tentare di risolvere, almeno in parte, l’annoso problema della mancanza di lavoro in Italia e del suo esagerato costo, dilemma che assilla ormai da anni il nostro Paese. Stiamo parlando della mini flat-tax avviata su coloro che usano la partita Iva come forma di regime fiscale e contributivo. Ci permettiamo di contribuire anche noi al dibattito partendo e prendendo spunto dal sito del Dipartimento delle Finanze, il quale cita un comunicato stampa del Mef di questi giorni. La disposizione, com’è ampiamente noto, consente di beneficiare del forfait Iva-Irpef-Irap del 15%, ammesso che si abbiano ricavi, riguardanti la propria attività, sotto i 65.000 euro.

Ma entriamo nel merito del comunicato: si afferma che i dati forniti consentono di approfondire la situazione in essere, partendo dalla considerazione che si sono aperte nei primi tre mesi di quest’anno 200.000 partite Iva (appena 18.000 in più del 2018), cifra molto ridotta rispetto le aspettative del ministero del Tesoro, che con l’introduzione del nuovo regime fiscale sperava in una maggiore adesione. Nel comunicato stampa si spiegano anche le ragioni di questo flop, che porta inevitabilmente a effetti deformanti come elusioni, furbizie, polverizzazione degli studi associati di professionisti e delle piccole società di persone che uniscono artigiani e commercianti. Si parte, in prima istanza, da un dato: la differenza di aperture di contribuenti individuali tra il 2019 e il 2018 è di circa 18.000; come emerso da una recentissima ricerca del Centro Studi Eutekne, il riflesso della flat tax sulle partite Iva si presta almeno a due interpretazioni. Da un lato «ha determinato un aumento complessivo delle aperture di partita Iva» (le circa 18 mila di cui dicevamo) e dall’altro ha prodotto «una ricomposizione delle aperture a favore della natura giuridica “persona fisica” e a sfavore delle forme societarie».

Siamo perciò d’accordo con un articolo di Repubblica che afferma «che in realtà molte delle nuove partite Iva non sarebbero altro che frutto della “riconversione” verso la più vantaggiosa partita Iva individuale e non si tratterebbe invece, se non in minima parte, di nuove energie imprenditoriali sommerse o nascoste che avrebbero colto l’opportunità del nuovo sistema di tassazione forfettario e scontato per venire allo scoperto».

Poi c’è il fenomeno del boom degli over 65: «Nel primo trimestre di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2018, quando non c’era la flat tax Iva, le partite Iva degli over 65 sono cresciute del 39,2%, molto di più delle altre fasce di età (gli under 35 hanno totalizzato, ad esempio, solo un incremento dell’8,51%)». Concordiamo perciò sul fatto che gli stimoli a questa andatura rapida degli “over” verso il business sono duplici: il primo potrebbe celare, secondo lo studio sopra citato, «comportamenti fraudolenti o elusivi. In pratica chi ha un’attività e supera i 65.000 euro di ricavi, passa parte del proprio lavoro a un parente o a un conoscente pensionato: così entrambi pagano il 15% di tasse». Il secondo «è segno di una certa attenzione dei pensionati d’oro alla partita Iva: saltato il tetto dei 30.000 euro di pensione come limite massimo per accedere alla flat tax, di cui pure si era discusso in Parlamento, il pensionato con redditi alti attualmente può svolgere attività laterali, come consulenze o collaborazioni, a partita Iva scontata pagando l’Irpef al 15%».

A nostro giudizio però è inevitabile e opportuno disquisire su uno dei fattori sul tavolo, che sembra divenuta materia quasi tabù, nel senso che non si vuole affrontare poiché diventata nel tempo problematica da affrontare dignitosamente e, pensiamo noi, del tutto irrisolvibile, visto la complessità: ci sta a cuore sottolineare e ribadire, come già altre volte, l’argomento giovani nell’aspetto della collocazione nel mondo del lavoro. Noi consideriamo che il provvedimento legislativo della mini flat-tax delle partite Iva danneggi primariamente e in modo particolare tutto il macchinario che dà una minima possibilità agli “junior” di trovare un’occupazione.

Ci spieghiamo meglio: le aziende assumono sempre meno, soprattutto lavoratori alle prime armi. Questo, come già notato dal luglio dello scorso anno, è il risultato dell’introduzione del Decreto dignità, che, malgrado la presunta introduzione di un diritto dei lavoratori all’equità, non permette di fatto di assumere personale se non a tempo indeterminato o determinato, mandando a “carte e 48” le precedenti norme (istituite dalla legge Biagi) inerenti il lavoro flessibile. Così i nostri ragazzi, neo-diplomati, neo-laureati e via dicendo, si trovano a spasso, tormentati dalla ricerca di un lavoro quantomeno dignitoso e fuggono, i più intraprendenti ed emergenti all’estero, o, la maggior parte, si barcamenano alla ricerca di risposte risolutive (che chi ci governa non dà o non vuole dare) alla loro condizione, rifugiandosi nella mera speranza di un futuro migliore.

Infatti, le imprese che dovrebbero assumerli, vista l’eterna crisi economica che attanaglia l’Europa tutta, sono costretti o a portare la loro attività all’estero dove tutto costa meno o mantenere l’organico in essere magari ricollocando il proprio personale in via di pensionamento (raggiungimento della famosa quota 100) o già in pensione, usufruendo, come già evidenziato prima, della mini flat-tax, portando tutti questi soggetti a partita Iva piuttosto che spendere parecchio per nuove assunzioni, soprattutto di soggetti provenienti dalla formazione scolastica e quasi tutti poco esperti. È l’italianissimo ed ennesimo segreto di “pulcinella”; dal barile raschiato è conveniente escludere il problema e si sa il motivo: la questione giovani e lavoro, per forza di cose, è eternamente rimandato al futuro, a provvedimenti che verranno, sperando nell’illusione di un prossimo boom economico… e poi i ragazzi lasciamoli crescere quasi che la loro sperata maturazione, auto-risolva la rogna.

Meno male che la maggior parte di questi è gente tosta, capace di affrontare la realtà anche se si ritrova davanti un deserto, una società simile a un “muro di gomma” capace solo di respingere le aspirazioni, i giusti diritti e desideri di una libertà sempre impossibile da raggiungere. I nostri “bamboccioni”, come i più grandi soloni li definiscono, non certo anelano a qualsiasi forma di pietismo o di commiserazione, tuttavia il non vedere nulla all’orizzonte è certamente tragico. Ma non preoccupiamoci, fra un po’ arriveranno i cinesi e, con il consenso dei nostri governanti, costruiranno altro che la “via della seta”, ma un’autostrada ad altissima velocità: saremo tutti sottomessi, altro che la colonizzazione dell’America aperta da Cristoforo Colombo. Stiamo tranquilli, gli uomini con gli occhi a mandorla risolveranno tutto, a loro modo, compresi i nostri problemi economici e di lavoro… La speranza è che mai dovremmo dire ai nostri figli e nipoti come nel titolo di un bellissimo film drammatico francese del regista Louis Malle “Au revoir les enfant!” (arrivederci ragazzi), nel senso di abbandono al loro destino.

© RIPRODUZIONE RISERVATA