POSTE ITALIANE/ Ecco perché diventeranno una nuova Alitalia

- Ugo Arrigo

Tra 14 mesi nell’Unione Europea verrà varata la piena liberalizzazione del mercato postale. Poste italiane, che in questi anni ha sviluppato molto i prodotti non postali, rischia di trovarsi travolta dalla concorrenza come è avvenuto per la compagnia aerea di bandiera

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Foto: Imagoeconomica

Tra quattordici mesi sarà attuata nell’Unione Europea la piena liberalizzazione del mercato postale, stabilita dall’ultima direttiva di settore che è entrata in vigore nel febbraio 2008. Il nostro paese appare per molte ragioni impreparato a questa scadenza: (a) non ha ancora recepito la direttiva comunitaria e chiarito a quali regole dovranno sottostare sia i nuovi entranti che l’operatore dominante, Poste Italiane; (b) non ha ancora affidato, come la quasi totalità dei 27 paesi, la regolazione del mercato a un organismo indipendente ma la mantiene in capo al ministero competente (quello dello sviluppo economico, dopo la soppressione del ministero delle comunicazioni); (c) ha sempre subordinato, nel quindicennio trascorso dalla riforma del 1994, le regole del mercato all’obiettivo di tutelare il risanamento di bilancio dell’azienda di proprietà pubblica, con la conseguenza che ora il mercato soffre di eccesso di protezione dell’operatore dominante, di mancato sviluppo della domanda e di qualità tuttora incerta e non in linea con le migliori pratiche europee.

 

Nel quarantennio compreso tra le metà degli anni ‘50 e la riforma del 1994, le poste pubbliche avevano accumulato perdite così consistenti da indirizzare la riforma del governo Ciampi all’obiettivo prioritario di riequilibrare il conto economico, non di riformare le regole del mercato. Tre anni dopo, nel 1997, la prima direttiva comunitaria sui servizi postali avviò una timidissima liberalizzazione, imponendo l’apertura alla concorrenza di un segmento minimo del mercato del recapito.

Quando nel 1999 l’Italia la recepì, l’obiettivo del riequilibrio dell’azienda pubblica non era stato ancora conseguito e il governo dell’epoca, sotto la pressione di Poste Italiane, utilizzò in maniera impropria la direttiva liberalizzatrice per ampliare il monopolio in favore dell’azienda pubblica sino al limite massimo permesso, dato che sino a quel momento l’area liberalizzata risultava molto più ampia rispetto a quanto richiesto dall’Unione Europea.

Il mercato postale italiano era infatti, dal punto di vista legislativo, uno dei più liberalizzati d’Europa: la riserva legale riguardava solo le corrispondenze a carattere personale, escludendo tutte le tipologie di corrispondenze commerciali; il monopolio, inoltre, era posto in favore dello stato e un sistema di concessioni, esistente dai tempi della prima guerra mondiale, aveva creato spazio per numerose agenzie di recapito private, operanti nel perimetro comunale delle principali città. Sino al 1999 un ristretto monopolio legale conviveva con un certo pluralismo degli operatori e con una limitata possibilità di concorrenza nei segmenti liberalizzati.

Poiché il nostro paese era più virtuoso della media europea, col recepimento della prima direttiva si scelse di ridurre il nostro livello di virtù al minimo richiesto, in modo tale da permettere all’operatore pubblico di rimettere in sesto i conti. Il monopolio fu pertanto ampliato sino al massimo consentito e posto direttamente in favore di Poste Italiane; gli altri operatori furono invece privati della concessione e divennero, per sopravvivere, fornitori di servizi per l’azienda pubblica.

Questa scelta si è rivelata deleteria per lo sviluppo della concorrenza e del mercato: (a) i piccoli operatori delle grandi città, dovendo operare per conto del monopolista pubblico, sono stati di fatto impediti a competere; (b) il legislatore ha stabilito nel 2002 che, anche se il recapito di giornali e riviste è liberalizzato, gli editori possono godere di tariffe sovvenzionate solo se si avvalgono dell’azienda pubblica, e ha introdotto in tal modo un altro ostacolo alla concorrenza; (c) il regolatore del mercato, stabilito inizialmente nel Ministero delle comunicazioni, anziché operare in qualità di arbitro neutrale, ha sempre assecondato le posizioni di Poste Italiane, raggiungendo l’apice protezionista con l’abolizione del corriere ordinario in favore del più vantaggioso (per l’azienda e non certo per i consumatori) corriere prioritario.

 

Dal 2000 ad oggi non vi è più stato né pluralismo degli operatori né concorrenza, nonostante in due tappe successive la seconda direttiva postale abbia legalmente riaperto segmenti rilevanti e non più simbolici del mercato (sino al 50% del totale, espresso in numero di pezzi); nel nostro paese, infatti, non vi erano più competitori autonomi in grado di sfruttare le nuove opportunità. Grazie al protezionismo pubblico Poste Italiane è oggi monopolista di diritto in meno di metà del mercato e monopolista di fatto nella rimanente parte, ha raggiunto l’obiettivo del riequilibrio del bilancio, realizzando da otto anni a questa parte profitti crescenti, ma si è trasformata da azienda di recapito in un grande gruppo bancario e assicurativo. Poiché ricava da queste tipologie di business ben due terzi dei ricavi complessivi, rappresenta un caso unico nel panorama delle aziende postali europee poiché è la sola ad aver collocato in posizione marginale la sua mission originaria.

 

La grande espansione nel segmento dei servizi finanziari è stata realizzata grazie a una politica molto aggressiva dell’azienda che ha puntato sulla crescita della qualità, sull’innovazione dei prodotti e sul contenimento delle commissioni a carico degli utenti. Essa ha accresciuto la concorrenza nello specifico mercato, ha realizzato rilevanti incrementi di attività e generato benefici importanti per i consumatori, per il sistema economico e per la stessa azienda, permettendo il risanamento del bilancio e il raggiungimento di una redditività elevata (nettamente superiore alle maggiori aziende europee quali l’olandese TNT e la tedesca DBWN, veri colossi internazionali del recapito e dell’express).

 

In questi anni il mercato postale italiano, posto al servizio dell’azienda pubblica, ha tuttavia continuato a soffrire di scarso sviluppo: nonostante le tariffe più alte d’Europa la spesa annua pro capite per servizi postali è in Italia meno di un terzo rispetto ai casi europei più evoluti; il settore, inoltre, contribuisce al Pil e all’occupazione solo per una frazione ridotta rispetto agli altri paesi di riferimento. Il mercato è pertanto debole e potrà essere facile terreno di conquista dopo l’effettiva liberalizzazione.

 

Nell’area dei servizi postali di recapito, infatti, non è stata tentata unapolitica di sviluppo paragonabile a quella dei servizi finanziari e il nostro mercato continua a registrare appena 100 pezzi recapitati all’anno per abitante contro un valore medio europeo più che doppio e almeno triplo nei paesi con i sistemi postali più evoluti e già totalmente liberalizzati (Svezia, Finlandia e Gran Bretagna) o ampiamente liberalizzati (Olanda e Norvegia).

 

Il volume d’affari del recapito, inoltre, è pari solo allo 0,3% del Pil in Italia contro lo 0,6% nel totale dell’Unione (versione a 25 paesi, quindi stati dell’Est inclusi), mentre gli occupati del settore sono in Italia solo lo 0,3% degli occupati totali contro valori compresi tra 0,5% e 0,9% per i paesi più sviluppati citati in precedenza. In Europa la domanda pro capite di consegne postale appare fortemente correlata al Pil pro capite e sulla base del suo valore per l’Italia, la domanda pro capite annua dovrebbe risultare maggiore di circa il 50% rispetto a quella effettiva: sono tre i miliardi di pezzi che mancano all’appello.

 

Questi dati testimoniano il mancato sviluppo del recapito: nonostante il processo di riforma dell’azienda, il nostro paese non ha ancora un servizio postale di livello europeo e si priva del contributo che un mercato più grande potrebbe dare alla crescita economica e all’occupazione. Vi sono peraltro diverse aree nelle quali intercettare nuova domanda di recapiti come, ad esempio, la micrologistica verso il consumatore. Se internet porta inevitabilmente alla trasformazione di quote rilevanti di comunicazioni cartacee in elettroniche, potrebbe anche condurre alla trasformazione di una quota non trascurabile di talune tipologie di acquisti effettuati presso gli esercizi commerciali in acquisti on line (favorita dall’invecchiamento della popolazione, dalla scarsità di tempo libero delle persone, dalle difficoltà della viabilità urbana e dagli alti costi di commercializzazione al dettaglio dei beni), con conseguente necessità di far recapitare a domicilio i prodotti acquistati.

 

Il futuro dei recapiti postali non può che essere meno carta, più beni; mentre tuttavia la prima è una tendenza naturale, avviata da internet, la seconda non è spontanea ma richiede l’attivazione di politiche di mercato aggressive da parte delle imprese postali accanto ad una loro elevata efficienza nelle consegne. Senza di esse il futuro del recapito sarà solo meno carta, e quindi un suo progressivo e problematico ridimensionamento.

 

Le scelte pubbliche di settore, infine, sono di fronte a un bivio: continuare nel protezionismo dell’operatore pubblico anche dopo la completa liberalizzazione del mercato o cambiare radicalmente rotta? Nel primo caso la strategia è ovvia: sostituire nuove tipologie di barriere ai preesistenti ostacoli legali all’entrata sul mercato. Le conseguenze sono altrettanto prevedibili: il mercato continuerà a rimanere asfittico e l’operatore pubblico a non essere mai pronto per l’effettiva concorrenza. È un copione già recitato e il nome che stava sulla sua copertina era quello di Alitalia.

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