INCHIESTA/ Ecco quello che manca alla manovra di Tremonti

- Ugo Arrigo

La finanziaria appena varata dal governo è, unita a quella dello scorso anno, tra le più gravose della storia e, spiega UGO ARRIGO, non affronta i veri problemi della finanza pubblica

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Giulio Tremonti (Foto Ansa)

Sono passati solo 14 mesi dalla manovra di Tremonti da 25 miliardi di euro del maggio 2010 ed eccone una nuova di entità doppia, ben 48 miliardi. In vecchie lire si tratterebbe di 93 mila miliardi, mille in più della finanziaria record del governo Amato del lontano 1992. È quindi la manovra più consistente di tutti i tempi se la consideriamo a valori correnti e non teniamo conto dell’inflazione; se invece, più correttamente, la confrontiamo a valori costanti, essa si riduce a 59 mila miliardi di lire 1992, circa due terzi della manovra Amato.

Si tratta comunque della seconda manovra di tutti i tempi, dato che la prima finanziaria del governo Prodi, presentata a fine settembre 1996 e particolarmente severa al fine di consentire di rispettare nell’anno successivo il parametro di Maastricht relativo al rapporto deficit/Pil, fu di circa 63 mila miliardi i quali, espressi in lire 1992, si riducono tuttavia a 47 mila miliardi.

Si può inoltre sostenere che la manovra Tremonti dello scorso anno e quella di quest’anno debbano essere cumulate nella loro dimensione: servono allo stesso scopo, che è quello di riportare sotto controllo la nostra finanza pubblica dopo la recessione economica e di rientrare nuovamente nei requisiti di Maastricht; inoltre, la manovra attuale era perfettamente prevedibile nelle sue dimensioni già in occasione della precedente, essendo conosciuto l’obiettivo finale, di provenienza comunitaria, del quasi pareggio di bilancio.

In occasione della precedente, infatti, scrivevamo il 27 maggio 2010 su queste pagine: “È opinione comune, infatti, che questa manovra non sarà sufficiente, ma dovrà avere un seguito tanto il prossimo anno quanto il seguente. È anche una previsione ragionevole: è vero che l’Italia ha realizzato un disavanzo in rapporto al Pil relativamente contenuto nel 2009, il 5,3%, molto inferiore ai paesi che sono ora osservati speciali dei mercati finanziari (i Pigs: Portogallo, Irlanda, Grecia, Spagna), ma risalire dal 5,3% sino a un valore compatibile con la stabilizzazione del debito in rapporto al Pil prima e con la sua convergenza al valore di Maastricht del 60% è particolarmente faticoso per l’Italia, in conseguenza della sua bassa crescita economica. […] Se volessimo non solo fermare la crescita del rapporto debito/Pil ma riavviare la sua discesa verso il 60% di Maastricht, […] dovremmo tenere il fabbisogno al 60% della variazione del Pil nominale, che nel 2010 corrisponde a 20 miliardi di euro. Ovviamente non dobbiamo farlo quest’anno, sarebbe inopportunamente recessivo, ma nei prossimi sì e la distanza tra gli 88 miliardi (di fabbisogno) del 2009 e i 20 miliardi (di fabbisogno stabilizzante il rapporto debito/Pil) è 68 miliardi, quasi il triplo della manovra attuale. Quindi dobbiamo aspettarci altre due manovre equivalenti nel prossimo futuro”.

In sostanza un anno fa scrivevamo che vi era necessità di una manovra in più tappe per complessivi 68 miliardi di euro (in valori 2010), mentre le due manovre di Tremonti assommano, su quattro anni complessivi, a 73 miliardi, dichiarando un obiettivo di sostanziale pareggio di bilancio che è più ambizioso di quello da noi considerato (e di quello necessario per le esigenze poste dall’Unione Europea): 73 miliardi di euro equivalgono a 141 mila miliardi di lire, se vi fosse ancora la vecchia moneta; in lire 1992, depurando della crescita dei prezzi, si tratta di 90 mila miliardi. Riordinando quindi i numeri, la hit parade delle grandi manovre italiane di finanza pubblica risulta la seguente (sempre esprimendone le dimensioni in lire 1992): 1) Amato 1992 (92 mila miliardi); 2) Tremonti 2010-2011 (90 mila miliardi); 3) Prodi 1996 (47 mila miliardi).

In sostanza Tremonti non riesce a battere Amato per pochissimo (vorrà riprovarci da qui a fine legislatura?), mentre riesce a doppiare la manovra Prodi senza avere di fronte un obiettivo paragonabile (l’ammissione all’euro che ci avrebbe permesso di abbattere in pochi anni la spesa per interessi sul debito pubblico). Si tratta a questo punto di domandarci perché siano state necessarie queste tre grandi manovre, a cosa siano servite e perché nessuna di esse sia stata risolutiva (compresa l’ultima di Tremonti) nei confronti dei problemi strutturali della finanza pubblica italiana.

La manovra Amato fu necessaria per salvare il Paese colpito dalla grave crisi finanziaria, impedendone una deriva paragonabile a quella attuale della Grecia. Prima di allora il disavanzo pubblico in rapporto al Pil era superiore al 10%, mentre negli anni seguenti, grazie al proseguimento di politiche rigorose da parte dei governi successivi, fu abbattuto di oltre tre punti e scese nel 1996 a poco meno del 7%. Si trattava di un risultato ancora insufficiente per i requisiti di ammissione alla moneta unica europea, dato che il trattato di Maastricht richiedeva un massimo del 3%. Questa è la ragione principale della manovra Prodi del 1996 che conseguì tale risultato nel biennio 1997-98 e ottenne l’ingresso dell’Italia nell’euro. Negli anni successivi e sino alla fine di quella legislatura il rapporto disavanzo/Pil risultò continuamente decrescente sino a permettere un quasi pareggio di bilancio nell’anno 2000.

Negli anni ’90, le consistenti manovre di finanza pubblica inclusero anche importanti riforme, in particolare sul fronte della trasformazione giuridica e successiva privatizzazione di imprese pubbliche, liberalizzazione dei mercati e riforma della regolazione delle utilities. A metà del decennio, inoltre, si iniziò a riformare anche il settore previdenziale. Non solo si intervenne attraverso le leggi finanziarie sulle entrate e sulle spese, ma si iniziò a ridurre il perimetro dell’intervento pubblico e il peso dello Stato sul sistema economico. Quelle riforme non furono proseguite con l’intensità dovuta e a un certo punto furono sostanzialmente abbandonate, lasciandoci con alcuni particolari risultati.

1) L’Italia è il Paese che ha privatizzato di più dopo la Gran Bretagna per dimensioni dei proventi conseguiti dai processi di dismissione ma, tra i paesi privatizzatori, è quello che ha rinunciato di meno a perdere il controllo delle imprese pubbliche. Infatti, per oltre due terzi dei proventi conseguiti, le imprese interessate dai processi di vendita sono saldamente rimaste a controllo pubblico; inoltre tutte le poche rinunce al controllo hanno riguardato lo stato centrale, nessuna gli enti territoriali.

2) Le liberalizzazioni dei mercati sono state avviate e completate in taluni casi con convinzione e in maniera tecnicamente corretta (energia elettrica, telecomunicazioni); in altri casi avviate correttamente ma non concluse (le gare per l’assegnazione dei servizi di trasporto locale, lo spezzatino ferroviario); in casi successivi, infine, sono state solo formalmente attuate perché obbligati da direttive comunitarie, ma di fatto boicottate nell’intento di difendere i monopolisti uscenti (tutti pubblici) dalle conseguenze delle liberalizzazioni (poste, ferrovie).

3) Nel 1995 furono introdotte, sull’esempio inglese, le Autorità di regolazione dei servizi pubblici. Con esse il potere politico si spogliava di una serie di poteri rilevanti su settori cruciali per il sistema economico e li affidava a organismi tecnici. Purtroppo l’unica Autorità pienamente riuscita è quella per l’energia elettrica e il gas, non altrettanto può dirsi per le successive. Per i trasporti non è mai stata istituita; per quelle più recenti (poste, servizi idrici) sembra piuttosto essere stato adottato un modello di “Autorità dipendenti per monopolisti sregolati”.

Nonostante molte riforme non siano state proseguite con la necessaria convinzione e nonostante altre in settori più interni al settore pubblico non siano state neppure affrontate (riordino dei differenti livelli di governo, semplificazione degli enti pubblici, riduzione dei comuni minori, abolizione delle province; riforme nei settori dell’istruzione, università e ricerca, sanità, assistenza e previdenza), all’inizio degli anni 2000 la finanzia pubblica si trovava in condizioni di deciso miglioramento: nel decennio precedente il rapporto disavanzo/Pil era stato ridotto, grazie alle maxifinanziarie, alle privatizzazioni e alle altre riforme di oltre dieci punti (dall’11,5% del 1990 a meno dell’1% del 2000) e il rapporto debito/Pil era avviato a una decisa discesa (come appare dal grafico sottostante).

 

Se si aggiunge a questo quadro il beneficio che anche negli anni seguenti sarebbe pervenuto dai minori tassi d’interesse sul costo del debito pubblico (quasi due punti ulteriori di Pil), si può sostenere come il pareggio di bilancio fosse facilmente alla portata di chi si ritrovava alla guida dell’economia nei primi anni del nuovo decennio. Bastavano pochissime riforme ulteriori, persino nessuna riforma purché si mantenesse un rigido controllo sulla spesa pubblica primaria in rapporto al Pil, per conseguire stabilmente il pareggio del bilancio ed eliminare qualsiasi futuro rischio per la finanza pubblica.

Il pareggio di bilancio era nei primi anni 2000 facilmente alla portata di Giulio Tremonti, ma allora non lo perseguì mentre lo persegue ora, in coda alla più grave crisi economica dagli anni ‘30 del secolo scorso, e lo fa senza mettere in campo nessuna delle riforme (liberalizzazioni, privatizzazioni, riforma della regolazione, riduzione dell’intervento pubblico nel sistema economico) che già sono state utilizzate efficacemente in passato per conseguire scopi analoghi. In molti casi, anzi, si assiste a un crescente e costoso ruolo del settore pubblico che appare incompatibile col risanamento dei conti (Banca del Sud, interventismo della Cassa Depositi e Prestiti, grandi opere pubbliche di incerta utilità).

Per questo riteniamo che mentre gli effetti dell’attuale manovra saranno ulteriormente e inutilmente recessivi, oltre che iniqui dato il carattere regressivo di diverse componenti, essa non riuscirà a conseguire gli obiettivi di risanamento finanziario che dichiara di perseguire. Una ben diversa manovra, intesa non come insieme di tagli più o meno indistinti e nuove tasse, bensì come pacchetto di sostanziali riforme, sarebbe necessaria (ma di essa parleremo in una prossima occasione).



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