EDITORIALE/ N° 77 – Gennaio 2021 – Imparare in classe

- Mario Gargantini

Imparare in classe è possibile se non ci si limita a trasferire conoscenze e ad acquisire competenze ma se si registra l’accadere di qualcosa che mobilita la vita.

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Chi pensava che il miglioramento delle nostre scuole fosse legato all’adozione di particolari modelli pedagogici o all’applicazione di indovinati schemi didattici o all’utilizzo massiccio di strumenti avrà molto da riflettere su quanto si è verificato in questi mesi di pandemia nelle aule scolastiche e fuori di esse. Non è difficile constatare che, se c’è qualcosa che ha retto e che ha sostenuto il lavoro e la fatica degli insegnanti e che ha tenuto viva la partecipazione e l’attenzione degli alunni, non sono certo state le tecniche didattiche né le pur preziose e in molti casi necessarie tecnologie di comunicazione. Ciò che ha tenuto è stata la passione educativa di molti docenti che – come segnala Andrea Gorini nelle sue Note a margine sulla DaD – hanno saputo «re-inventare le attività didattiche in forme nuove, e, pur nella evidente difficoltà, qualche cosa di buono se ne può trarre. Le condizioni in cui si opera hanno richiesto una maggiore precisione sia nella formulazione delle proposte, sia nella loro comunicazione».

La differenza l’hanno fatta quei docenti che sono entrati in classe o hanno aperto il collegamento Zoom o Meet con quella tensione descritta da Carlo Fedeli nel suo approfondimento su L’ora di lezione: «chi insegna è attento a sorprendere che cosa suscitano nella propria persona, così come in quella degli alunni, le cose che dice, gli argomenti che tratta, i suggerimenti o i passi che propone, i voti che assegna. In quest’ottica, si vede che “insegnare” è un verbo non solo “transitivo”, ma anche “riflessivo”: indica cioè un’azione, il cui effetto si produce tanto nel soggetto cui essa si rivolge, quanto in chi la compie».

Sono i docenti che si stanno educando – sottolinea ancora Fedeli – «a percepire nella sua interezza, unitarietà e reciproca correlazione tutto ciò che ha a che fare con la scuola, con il sapere, con l’insegnamento e con l’educazione». Per costoro quello delle tecniche e degli strumenti non è il tema prioritario; o meglio, tecniche, strumenti, modelli diventano gli attrezzi – sempre modificabili e migliorabili – di un lavoro che ha come focus la crescita della persona nella concreta situazione in cui si trova, un lavoro sempre possibile e non rinviabile a quando ci saranno le condizioni ideali di insegnamento/apprendimento.

Così tutto può diventare risorsa utile e supporto valido che contribuisce a rendere viva l’ora di lezione (in presenza o a distanza), a far sì che la classe (reale o virtuale) sia un luogo dove imparare, dove accorgersi di imparare, dove sperimentare il gusto di imparare; come stiamo documentando con i contributi presentati negli ultimi numeri nella sezione SCIENZ@SCUOLA.

Con una ulteriore sottolineatura che prende spunto da quanto raccontato ancora da Gorini: «Quando in classe chiediamo di ascoltare stiamo chiedendo un’azione e stiamo chiedendo attenzione, l’ascolto è tutto meno che un momento di passività. Una riflessione su un episodio personale: in classe i momenti in cui c’è più silenzio, quel tipo di silenzio intenso e carico di aspettativa di qualcosa che deve succedere, sono quelli in cui sto inventando un esercizio – di solito preceduto dalla minaccia: “fatemi concentrare altrimenti mi viene più difficile”. Il contenuto primo dell’azione dell’ascoltare è una attesa. In questo senso i bambini ci sono maestri, perché in genere si aspettano che succeda qualcosa».

Imparare in classe è possibile se, sia per gli insegnanti sia per gli alunni, succede qualcosa; se non ci si limita a trasferire conoscenze e ad acquisire competenze ma se si registra l’accadere di qualcosa che mobilita la vita. Certo, tale registrazione è più naturale e immediata in una classe reale ma è un’esperienza possibile anche a distanza; purché qualcosa accada veramente.

Nel n. 60 di Emmeciquadro, parlando dell’insegnamento delle discipline scientifiche e della sua portata educativa, scrivevamo : «Sottolineare la dimensione dell’avvenimento nell’educazione scientifica significa concretamente mettere in evidenza la valenza didattica dell’esperienza di scoperta: risolvere un’equazione, fare osservazioni, eseguire un esperimento, leggere un resoconto storico sono le attività quotidiane dell’apprendimento scientifico ma non vanno proposte e vissute come pure procedure meccaniche bensì come momenti in cui accade qualcosa».

Si contribuisce alla crescita della persona in qualunque momento della vita scolastica, attraverso qualunque disciplina, quando si supera quella che Meirieu e Liesenborghs denunciano nel brano posto in apertura di questo numero, cioè «l’incapacità di trasformare dei fatti in avvenimenti».

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