Ieri alla Camera è stata bagarre sul ddl sull'educazione sessuale a scuolal. Valditara ha accusato le sinistre di usare i femminicidi in modo strumentale
Le aggressioni alle donne ritornano con insistenza sulle pagine della cronaca nazionale. Tra queste, quelle che colpiscono le ragazze, aggredite solo perché si fidano dell’uomo sbagliato, fanno ancora più male. Scoprire che non basti evitare le compagnie devianti, i sottopassaggi, i corridoi deserti delle metropolitane in pieno giorno e le stazioni ferroviarie dopo le diciannove per non incorrere in aggressioni, ma che siano gli affetti stessi a trasformarsi in trappole mortali, le persone delle quali ci si è fidati a rivelarsi dei carnefici, ci trascina nel buio dei deliri personali, dove il sociologo deve necessariamente cedere il passo al criminologo e questo, a sua volta, deve avvalersi dello psichiatra.
È perfettamente comprensibile che l’opinione pubblica e le istituzioni politiche che la rappresentano nelle sue diverse componenti non si rassegnino affatto a tollerare che l’universo delle donne viva nell’insicurezza e non accetti minimamente l’idea che non si possa far nulla per prevenire le aggressioni e le violenze nei confronti di queste.
Nasce da qui l’idea di intervenire sul piano educativo, cioè in quel terreno apriori che ha il pregio di godere del consenso istituzionale e di coinvolgere tutti. Nulla sembra essere più evidente dell’educare, dell’argomentare, dello spiegare e far capire. E naturalmente dovrebbero essere gli insegnanti, magari con l’ausilio di esperti, a indicare regole, affermare principi e spiegare doveri.
L’intento è nobile, tuttavia si passa accanto a quella che è la funzione parallela ma oltremodo decisiva della scuola.
Questa, prima di essere un luogo di formazione e di acquisizione delle competenze, è innanzitutto un ambiente normativo che, lo voglia o no, presidia inevitabilmente la vita quotidiana dei più giovani in anni decisivi della loro formazione. La scuola è infatti un luogo di relazione e di convivenza, dove non solo gli insegnanti si relazionano con gli alunni, ma soprattutto quest’ultimi si relazionano tra di loro.
Ancora più degli ambienti di lavoro, dove le relazioni sono mediate dalla divisione dei compiti e dalle specifiche gerarchie organizzative, la scuola è l’universo paritario delle relazioni significative, dove si convive dentro uno spazio strutturato dagli intenti dell’apprendere e del perfezionarsi.
Ma la scuola è anche il luogo di condivisione delle lezioni e dei momenti di dibattito, della partecipazione agli eventi sportivi e culturali che vi prendono forma. In pratica e in realtà questa è un territorio decisivo di condivisione e di relazione e quindi, proprio per questo, di crescita, se non addirittura di “fioritura” dell’umano. Nella scuola il cammino della conoscenza va di pari passo con quello dello sviluppo di sé stessi, procedendo verso un punto di arrivo dove sapere ed essere inevitabilmente si ricongiungono.

Da qui una considerazione decisiva: prima di formare attraverso le lezioni, la scuola educa attraverso le relazioni, le regole di comportamento e quelle della convivenza civile. Essa è la palestra civico-politica nella quale si cresce, manifestandosi sempre di più nelle proprie capacità, così come nella maturazione delle proprie scelte. La scuola quindi, oltre ad essere un’istituzione formativa, è anche e soprattutto una “comunità educante” dove le regole, prima ancora di essere enunciate e formalizzate, sono condivise e convissute.
Pratiche di vita e comportamenti ordinari degli studenti sono chiamati a riordinarsi non appena varcato il cancello d’ingresso e, prima ancora di incontrare gli insegnanti, si riflettono nel rapporto con il personale ausiliario ed a legittimarsi nelle relazioni tra di loro. È il cortile della scuola e il corridoio che collega le aule, prima ancora della lezione che si svolge dentro quest’ultime, a definire cosa è lecito e cosa non lo è, a legittimare i comportamenti ed a non tollerare le devianze, a tracciare i principi del rispetto e dell’accettazione dell’altro. L’educazione e il rispetto non si enunciano in aula ma si vivono prima, non danno tempo per essere spiegati, ma si impongono come un’evidenza al primo incontro.
Il cancello della scuola, di fatto, è un vero e proprio social detector dove a dover essere intercettati ed eliminati non devono essere solo gli “oggetti metallici” ma anche le arroganze, le violenze, le offese, le esclusioni in base all’aspetto fisico o all’accento regionale che provengono dall’ambiente. La scuola è il luogo dell’autorevole “rimessa in ordine” della dignità di ciascuno, la frontiera decisiva dove si gioca la principale battaglia contro le confusioni presenti nell’ambiente.
Il rispetto delle donne comincia proprio da qui e costituisce il lievito del maturare di ciascuno, la migliore spinta a crescere.
Ma se così è, lo sforzo delle istituzioni deve risiedere soprattutto nel curare l’ambiente interno alla scuola e il clima di classe. Nel fare delle aule scolastiche non solo il luogo del rispetto degli insegnanti, ma anche quello degli studenti fra loro. Ciò è molto più impegnativo di qualsiasi lezione, ma è anche la funzione implicita che la scuola è chiamata a compiere e per la quale certamente le vanno restituiti i mezzi per essere operativa, ma anche la consapevolezza della propria importanza.
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