SCUOLA/ Il dramma dei precari: quando si porrà fine a decenni di illusioni e frustrazioni?

- Giovanni Cominelli

Le cifre parlano di 200mila insegnanti precari, con un’età media intorno ai 40 anni. A forza di sanatorie, complici i sindacati, nei decenni si sono ingrossate le fila di un sistema che esiste solo in Italia. Ma una strada per mettervi fine c’è

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Le cifre più accreditate parlano di 200.000 insegnanti precari. L’età media oscilla attorno ai quarant’anni. Il loro carico di frustrazioni e di sofferenze individuali non è calcolabile, ma intuibile. La diminuzione prevista dalla legge 113 di Tremonti di 87.000 cattedre in tre anni avrà due conseguenze certe, anche se non precisamente quantificabili: la collocazione in soprannumero di insegnanti già di ruolo e il blocco dell’immissione in ruolo dei precari per almeno un triennio. La Moratti ne aveva immesso, in cinque anni, 165.000 e Fioroni 65.000.

Perché esiste questa figura nel nostro sistema e solo nel nostro? Il precariato è un mostro giuridico generato dal Moloch burocratico del ministero dell’Istruzione. Esce dalla fenditura che si apre tra le esigenze quotidiane e immediate delle scuole e la capacità di risposta da parte del ministero. Nasce dalla contraddizione tra i tempi della didattica e quelli burocratici. Se un insegnante si ammala o va in maternità, deve essere sostituito per giorni fino a un anno. Per una scuola che fosse davvero autonoma sul piano didattico, organizzativo e finanziario, che avesse la responsabilità totale delle risorse umane e finanziarie la soluzione sarebbe relativamente semplice. È assente per 2 settimane il prof di matematica? Si può semplicemente rinviare per 2 settimane l’insegnamento della matematica e ristrutturare gli orari, in modo da offrire altri insegnamenti. Quando il titolare ritorna, recupera le ore. Poiché, invece, l’offerta è rigida, il buco che si apre viene riempito chiamando un supplente. L’istituto della “supplenza” sta all’origine della formazione del precariato.

L’apparato amministrativo non è mai riuscito né a prevedere né a programmare sia l’aumento massiccio della domanda di insegnanti, a seguito dell’espansione della scuola di massa, né la risposta immediata alle esigenze organizzative quotidiane. Non è riuscito né mai vi riuscirà. Solo chi sta sul posto – l’autonomia scolastica – potrebbe dare una risposta tempestiva, utilizzando le risorse a disposizione, ma non ne ha la facoltà. Perciò, fin dagli inizi degli anni ’70, i supplenti che insegnavano a decine di migliaia, spesso per un anno intero, incominciarono a chiedere giustamente il riconoscimento del loro lavoro. Insegnavano tutto l’anno come e spesso meglio dei titolari di ruolo, che cosa impediva che fossero loro riconosciuti i diritti e la retribuzione dei loro colleghi?

La prima massiccia manifestazione di supplenti a Milano è del 1972. Il ministero rispose sostituendo ai concorsi ordinari, il cui espletamento era lunghissimo, i corsi abilitanti oppure i concorsi riservati a determinate categorie. Si trattava in realtà di sanatorie. Dal 1948 ad oggi se ne contano circa 28! A poco a poco i concorsi, che erano l’unico canale di reclutamento, sono venuti meno, pur senza essere mai stati aboliti, e si è creato surrettiziamente un secondo canale di reclutamento: i concorsi riservati.

Qui fa la sua comparsa in scena il sindacato. Esso chiama a raccolta i supplenti, chiede e ottiene i corsi abilitanti, li organizza, avendone in cambio tessere, potere contrattuale e soldi. Il sindacato è così diventato il gestore effettivo del secondo canale. Nel 1974 i Decreti delegati avevano deciso la formazione universitaria dei docenti, ma sarà realizzata solo vent’anni dopo, con l’opposizione dei sindacati stessi: saranno le SSIS. La lunga marcia del sindacato si compie nel 1999 con la legge 124 sulle graduatorie permanenti, imposta dai sindacati al troppo cedevole ministro Berlinguer. La legge stabilisce che a chiunque faccia supplenze venga riconosciuto un punteggio, che lo colloca dentro una graduatoria permanente. Si decide anche che di lì in avanti l’immissione in ruolo avverrà per il 50% attraverso i concorsi e per il 50% attraverso le graduatorie permanenti. In realtà i concorsi non sono più stati indetti, unico canale di reclutamento è rimasta la graduatoria permanente. Se i concorsi tradizionali accertavano quantomeno il possesso della disciplina, ma non certo le capacità didattiche, dalle graduatorie permanenti si passa al ruolo senza più nessuna verifica. Che questa procedura abbia portato all’abbassamento della qualità dei docenti è sotto gli occhi di tutti, in primo luogo dei ragazzi e delle loro famiglie.

La Moratti non riuscì a eliminare le graduatorie, ma con il Decreto legislativo 227 del 2005 delineò un nuovo itinerario di formazione dei docenti e lasciò aperta la strada anche alla chiamata diretta da parte delle scuole. Forse non è un caso che Fioroni, di nuove succube del sindacato, sospendesse o rinviasse tutti i Decreti Moratti, ma quest’ultimo lo abolisse tout court. La sua idea era di tornare ai concorsi ordinari, mentre nel frattempo chiudeva le SISS e l’accesso alle graduatorie permanenti. Di lì in avanti si sarebbe andati ad esaurimento delle medesime. In attesa che il ministro Gelmini dica qualcosa, e non essendo venuta meno la contraddizione tra i tempi reali della didattica e quelli stellari della burocrazia ministeriale, la scuola continuerà ad aver bisogno di supplenti e a generare supplenti. Non entreranno più nelle graduatorie permanenti, ma continueranno a lavorare, finché, esasperati, si metteranno insieme, troveranno il sindacato che li porterà prima in piazza e poi al tavolo ministeriale, il quale produrrà, finalmente, la ventinovesima sanatoria. A meno che il parlamento e il governo prendessero sul serio l’emergenza educativa del Paese e decidessero finalmente: a) di definire una nuova modalità di formazione e di reclutamento dei docenti; b) di riconoscere alle scuole un’autonomia completa didattica, organizzativa, finanziaria e il reclutamento del personale; c) di escludere dal governo della scuola il duo ministero-sindacato. Hic Rhodus, hic salta!



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