SCUOLA/ 1. Riforma Gelmini rinviata a data da destinarsi: niente di nuovo sotto il sole…

- La Redazione

La notizia del rinvio al 2010 per l’applicazione dei regolamenti per i nuovi licei e i nuovi istituti tecnici porta con sé due conseguenze: mitiga la situazione nelle scuole superiori, rinviando tutto e tranquillizzando i sindacati; ma al tempo stesso lascia chiaramente intendere che il governo non sembra avere intenzione di impegnarsi sul fronte della riforma della scuola

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C’era qualcosa che andava e qualcosa che non andava, nelle ipotesi che circolavano intorno ai regolamenti per l’istruzione superiore. Da una parte si poteva apprezzare una spinta alla razionalizzazione del sistema, di cui certo si avvertiva la necessità per non continuare a far disperdere il denaro pubblico in mille rivoli. Dall’altra parte però si temeva che un eccesso di centralizzazione delle decisioni potesse portare a cancellare tutta una serie di sperimentazioni nate in seno all’autonomia scolastica, alcune delle quali meritavano di essere salvaguardate. Va bene snellire, si diceva, ma che non si decida ancora una volta tutto dal centro.

Comunque, positivo o negativo che fosse il giudizio in merito a tutto questo, quel che è certo è che di qualcosa si discuteva. Se non che l’intero dibattito è stato gelato ieri dalla notizia dell’esito dell’incontro fra governo e sindacati. Esito riassumibile in una sola parola, che sinistramente cade  sempre più spesso sulle cose italiane: rinvio. I regolamenti per i nuovi licei e per i nuovi istituti tecnici sarebbero ormai quasi pronti, dicono dal ministero, ma verranno definiti fra gennaio e febbraio, per poi essere applicati a partire dal 2010. Tutto questo, dicono sempre da Viale Trastevere, permetterebbe da una parte di aprire «un confronto con tutti i soggetti della scuola sull’applicazione metodologico-didattica dei nuovi regolamenti»; e dall’altra darebbe la possibilità «alle scuole e alle famiglie di essere correttamente informate sui rilevanti cambiamenti e sulle innovazioni degli indirizzi».

L’amaro sapore di questa decisione non viene per nulla mitigato da queste parole. Il retrogusto che lascia, infatti, è l’impressione che tutto sia finito com’è solita finire la politica scolastica. Il ministro si è spaventato per l’opposizione virulenta dei sindacati; e all’interno del governo non ha trovato nessuno (lei compresa) tanto infiammato dal problema della scuola da voler sostenere con coraggio una qualsiasi ipotesi riformistica. Rinviando si calmano le acque, il governo non incrina la sua posizione di fronte alla società, e tutti sono contenti (tranne forse un po’ Tremonti, che sperava in qualche risparmio in più).

Cosa rimane infatti di tutti questi mesi di dibattiti, scontri, scioperi e parole pro o contro una riforma che nessuno ha mai visto? Rimane solo qualche (condivisibile) modifica per le elementari, in particolare l’eliminazione delle compresenze, nonché l’opzione del cosiddetto “maestro unico”, che sarà attivato su richiesta delle famiglie, e che assomiglia sempre di più al ben noto maestro prevalente. Giusto, ma non molto diverso da ciò che già era in atto da un po’ in molte scuole. Insomma, rimane poco.

Significative, per contro, le reazioni alla notizia di ieri degli avversari del governo: dell’opposizione che, per voce del leader del PD e del ministro ombra all’Istruzione, sospira per il fatto che il governo ha tardivamente ma finalmente accolto le sue rimostranze; e del sindacato, che festeggia perché «la protesta della scuola culminata nello sciopero del 30 ottobre ha prodotto i suoi frutti». E la Cgil, non celando la propria soddisfazione per l’esito del tavolo («La mobilitazione paga!», recita il comunicato diramato ieri), cerca comunque di distinguersi confermando lo sciopero di oggi solo come sciopero contro le manovre del governo inadatte a contrastare la crisi economica in atto.

Insomma, chi una volta di più rimane con l’amaro in bocca sono i riformisti, coloro che si aspettano l’apertura di «un ampio dibattito su una riforma attesa da almeno quarant’anni, sperando che non vi siano altre ragioni e interessi corporativi a frenare il cambiamento», come non a caso recitava ieri l’autorevole portale “Tuttoscuola”. Non perché ciò che trapelava dalle ipotesi di regolamenti fosse condivisibile in toto, è bene ancora una volta precisare; ma perché risulta sempre più evidente che dietro a un cosiddetto “rinvio” si intravede chiaramente qualcosa di più ampio, cioè una delle tante tappe di un “eterno rinvio”. Il che, tradotto in parole povere, significa che anche questo governo dimostra di non voler rischiare nulla sul fronte scuola. E di rinvio in rinvio, cinque anni passano velocemente. Nihil sub sole novi…

(Rossano Salini)



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