ISTRUZIONE/ 1. Le “idee confuse” di Giavazzi: un falso concetto di scuola non-statale e i dati “torturati” a piacimento

- Giorgio Vittadini

Il presidente della Fondazione per la Sussidiarietà GIORGIO VITTADINI risponde all’editoriale di Francesco Giavazzi, pubblicato dal Corriere della Sera di ieri, nel quale vengono erroneamente interpretati dati internazionali che screditerebbero le “scuole private”. L’esperto di sistemi educativi GIOVANNI COMINELLI risponde invece alle critiche mosse alle proposte di legge in campo scolastico del ministro Gelmini

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Nel suo editoriale sul Corriere del 12 maggio Francesco Giavazzi riporta e ripete a distanza di tempo, in modo acritico e fideistico, un’affermazione fatta da Daniele Checchi. Il quale ha preso in mano l’indagine Ocse-Pisa 2006 e le ha fatto concludere che le scuole private in Italia sono le peggiori d’Europa e che sono anche al di sotto della scuola statale. In termini di punteggi internazionali le differenze a favore degli studenti delle scuole pubbliche sarebbero di 11 punti in matematica, 14 nelle materie scientifiche, 3 nella lettura. Checchi aggiungeva che gli alunni delle private – con il loro 4% rispetto al totale! – abbassavano gravemente la media nazionale italiana, rendendo abissale il distacco dall’Europa nelle materie scientifiche. Supponiamo pure, per un attimo, che quel distacco tra scuola statale e scuola privata esista: appare avventuroso affermare che la responsabilità dell’abbassamento della media nazionale dipenda dai 686 studenti delle private dispersi nell’universo statistico dei 20.922 studenti del campione. Una differenza di 14 punti sul 4% del campione incide soltanto per lo 0,12% sul risultato complessivo.
Ma la questione centrale è che cosa significhi “scuola privata”. Stupisce che dopo la legge n. 62 del 2000 varata da Luigi Berlinguer e dopo la riforma del Titolo V si continui a parlare confusamente di “scuole private”, ignorando che esistono almeno due tipi di scuole private. Quelle “private” e quelle “paritarie”, che sono scuole pubbliche a norma della legge, avendo ottemperato alle condizioni da essa prevista.
Le tabelle 5.4 del volume II di Ocse-Pisa 2006 assegnano il 96,4% degli studenti italiani alle scuole statali, l`1,2% alle scuole che noi chiamiamo “paritarie” (Governement-dependent private schools), il 2,4% alle scuole “private” (Governement-independent private schools). Per “Governement-dependent private schools” l`Ocse intende quelle scuole che ricevono da agenzie governative almeno il 50% o più dei fondi necessari a supportare i servizi educativi di base. Poi, però, in una tabella successiva Ocse-Pisa mette sotto la voce “private” le scuole paritarie, le scuole private, le scuole professionali delle province di Trento e Bolzano, i corsi offerti dai Centri di Formazione professionale (Cfp – Legge 53/2003).
In questo modo nel campione di 686 studenti di scuole non statali utilizzato per l`area scientifica, parte frequentano 56 Cfp – che spesso funzionano da “Croce rossa” e da punti di raccolta dei drop-out dell`istruzione formalizzata- parte arrivano da 33 altre scuole, che comprendono “i diplomifici”, con studenti a basse performance.
È evidente, perciò, che i dati Ocse-Pisa non possono essere utilizzati per identificare le performance di tutta la scuola non statale. Certo, “torturando” e manipolando i dati al cospetto del volgo si può ottenere di piegarli a confermare opzioni ideologiche preconcette, vendute come autoevidenti.
Stupisce che il liberal/liberale Giavazzi si presti a questo gioco.



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