ISTRUZIONE/ Il cambiamento nella scuola? Deve essere dalla parte degli studenti

- Lucia Failla

Diversi sono i livelli di discussione che si aprono sul tema del cambiamento della scuola a partire da quello ordinamentale a quello strutturale, professionale, disciplinare e via via fino ad arrivare ai soggetti destinatari, cioè gli studenti e le famiglie

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Foto Imagoeconomica

Diversi sono i livelli di discussione che si aprono sul tema del cambiamento della scuola a partire da quello ordinamentale a quello strutturale, professionale, disciplinare e via via fino ad arrivare ai soggetti destinatari, cioè gli studenti e le famiglie.

Forse nel portare o addurre ragioni in un senso o nell’altro o nel tentativo, non certo disdicevole, di comporre contraddizioni o conflitti di competenze tra un soggetto istituzionale e l’altro, tra difese corporativistiche e altro, ci si dimentica che il primo compito della scuola è rispondere ad uno dei diritti fondamentali, il diritto allo studio, e contemporaneamente educare alla responsabilità e sostenere le persone nel loro ingresso nella vita burocratica, sociale, professionale ecc.

In altri termini la scuola oggi dovrebbe fornire ai giovani identità e professionalità, dovrebbe educare al lavoro, alla professione, e al vivere in società in modo responsabile.

Dovremmo chiederci dunque se e come l’attuale sistema scolastico risponda a questo. Pare di no a giudicare sia dagli esiti evidenziati purtroppo dai risultati internazionali sia dal malessere generalizzato di chi nella scuola si trova o per insegnare o per apprendere.

È evidente allora che il sistema così com’è non funziona e che un cambiamento è necessario. Ma su cosa intervenire?

Partendo dal presupposto che la scuola è principalmente chiamata a fornire ai giovani gli strumenti culturali per affrontare la realtà e per dare loro identità biografica, professionale e culturale, la prima questione da affrontare riguarda l’identità del sistema scolastico e la definizione di percorsi chiari e pensati per gli studenti nel tipo di scuola in cui hanno scelto di proseguire gli studi.

La seconda questione, alla prima strettamente connessa, riguarda la trasmissibilità dei saperi e il rapporto tra le varie discipline all’interno di un certo contesto scolastico: che cosa, quanto e come di ciascuna disciplina deve passare attraverso la relazione educativa insegnamento/apprendimento.

Qui il confronto, tra i docenti anche nelle associazioni professionali, dovrebbe uscire dalla logica della centralità della disciplina e andare nella direzione di puntare ai soggetti destinatari dell’azione educativa. Che non vuol dire svuotare di contenuti le discipline, al contrario vuol dire dare ad esse significatività e dare senso e forza a tutta l’azione educativa con il concorso delle diverse discipline.

Il cambiamento nella scuola deve passare allora attraverso una differenziazione chiara dei percorsi, che superi la logica della gerarchia tra le scuole, deve passare attraverso una rivisitazione dei saperi disciplinari non in relazione alla quantità, ma in relazione alla spendibilità e alle competenze che sono in grado di costruire.

Il cambiamento nella scuola è possibile solamente se c’è la volontà di confrontarsi con i sistemi scolastici europei e nella misura in cui le competenze che la scuola italiana fornisce siano riconducibili al quadro delle competenze chiave di Lisbona.

L’atteggiamento aprioristico e discretamente generalizzato di chi respinge qualsiasi tentativo di cambiamento, trincerandosi nella logica dell’autoreferenzialità della propria disciplina o della propria scuola, continuerà a non fare gli interessi dei nostri studenti.



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