ISTRUZIONE/ Il paradosso: è Bagnasco a difendere la libertà dello Stato

- Marco Lepore

MARCO LEPORE commenta il modo con cui molti media hanno presentato la prolusione di S.E. il Cardinal Angelo Bagnasco presso l’Assemblea Generale della CEI a proposito del reintegro dei fondi destinati alle scuole private

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Il pregiudizio, si sa, è duro a morire. Il cardinale Bagnasco, nella sua prolusione alla 60ma Assemblea generale della Conferenza Episcopale Italiana (Assisi, 9 – 12 novembre 2009), ha formulato un auspicio molto preciso e inequivocabile: «per quanto riguarda i fondi destinati al sistema dell’istruzione non statale, cioè alla scuola libera, ci si augura che le cifre inizialmente previste con decurtazioni consistenti, possano essere prontamente reintegrate in modo da consentire agli enti erogatori dei servizi di mantenere gli impegni già assunti».

“Sistema di istruzione non statale, cioè scuola libera”: chiaro, no? Eppure, numerosi organi di stampa hanno immediatamente riferito che il cardinale ha chiesto soldi per la scuola cattolica. E la differenza è di non poco conto.

Ciò che chiede il porporato, infatti, non è la difesa corporativa delle scuole nate da ordini e congregazioni religiose o che, comunque, si professano cattoliche. Non sembra proprio gli interessi la sopravvivenza di una “riserva indiana” di scuole confessionali ormai circondata dalla “pluralistica e democratica” scuola di stato. A tema, invece, è la libertà di tutti e per tutti. E dalle sue parole appare evidente. La richiesta di mantenere gli impegni già assunti (il riferimento ai diversi ordini del giorno approvati nell’ultimo anno dal Parlamento a favore delle scuole paritarie è implicito) è infatti per tutte le scuole non statali, qualunque sia la loro origine, fossero anche scuole di ispirazione atea. Perché è un problema di libertà. Quello che fa crescere un popolo è l’esercizio della responsabilità in un contesto di vera libertà. Questo il cardinale Bagnasco lo sa, e per questo lo ha ribadito in diversi modi nella sua prolusione.

 

È lo stesso equivoco, volutamente alimentato dai mass-media affinché il monopolio della scuola di stato si perpetui all’infinito, che è presente anche nelle polemiche che sono seguite alla sentenza della Corte europea che impone di togliere i crocefissi dalle aule scolastiche. È indubbio, infatti, che la croce quantomeno rappresenti – anche per chi non crede – il simbolo della storia, della cultura, della civiltà del nostro popolo, e che pertanto abbia titolo per essere presente in ogni luogo pubblico, e a maggior ragione nelle scuole. Il giudizio, a questo livello, è chiarissimo ed è giusto che sia ribadito. È altrettanto vero, però, che nessuno ha provato a portare alle estreme conseguenze l’affermazione contenuta nel testo della sentenza, là dove si giustifica la decisione sulla base del diritto delle famiglie alla libertà di educazione.

Finché avremo la scuola unica di Stato, nella quale si pretende – in nome del pluralismo – che ci sia tutto e il contrario di tutto, questi problemi continueranno infatti a riproporsi. È evidente, tra l’altro, che il passaggio da questo pluralismo – coesistenza teorica di una molteplicità di proposte ideali – al relativismo – imposizione dell’assenza di proposte ideali – è fisiologico e inevitabile, come del resto i fatti stessi dimostrano.

Proviamo allora a passare dalla scuola “pluralista” di stato alla pluralità di scuole autonome: istituti statali, non statali, scuole di ispirazione religiosa o atea, scuole originate dalle diverse idealità presenti nella società civile, ognuna con una sua proposta educativa. Scuole che espongono il crocefisso e scuole che non lo espongono: e le famiglie libere di scegliere. Certo, in un contesto di regole comuni e condivise, e di obiettivi formativi certi, misurabili e valutati dall’esterno. Però libere e senza oneri per chi le sceglie.

È forse questo che il cardinale ha chiesto; non ha paura del confronto, non ha paura della libertà. Per tutti. Ma questo non si deve dire.

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