EDUCAZIONE/ Caro prof, la scuola è finita? Forse…

- Feliciana Cicardi

FELICIANA CICARDI presenta l’ultimo libro di Giovanni Cominelli, un’opera volta ad affrontare le tematiche inerenti la storia, la pedagogia e la sociologia dell’insegnamento con uno sguardo chiaro e aggiornato sui moderni problemi dell’istruzione in Italia

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C’è un libro che occhieggia dagli scaffali delle librerie e che si fatica a collocare in uno dei settori consueti: storia, pedagogia, sociologia? “La scuola è finita…forse. Per insegnanti sulle tracce di sé” (Guerini e Associati, 2009) è un po’ tutto questo e qualcosa di più. Ed è quel qualcosa di più che fa da tessuto connettivo alle varie parti che compongono il libro.

Giovanni Cominelli, fin dagli anni settanta protagonista attivo di politica e cultura nella società civile e nelle istituzioni, in particolare nel settore delle politiche scolastiche, scrive pagine preziose, senza la nostalgia del “come eravamo”, ma con la consapevolezza che – garantiti alcuni fondanti criteri e significati – ogni stagione della politica scolastica ha le sue positività ed opportunità. Ed è proprio la ricerca di quei significati che rende il testo di Cominelli interessante e propositivo. Ricerca che parte dalla storia per trarne criteri di lettura del presente ed elementi di proiezione per il futuro prossimo.

La storia. Affrontata da Cominelli con grande precisione, con toni dotti, ma non pedanti, è lo zenit a cui guardare per trovare anche le radici dell’oggi. Per dirla con Giorgio Vittadini, che introduce il testo, «il lavoro di Cominelli si distingue per la rilettura del contesto storico-critico in cui si colloca la questione educativo-formativa, figlia dei diversi modi con cui, lungo la storia, l’uomo ha concepito se stesso, le sue relazioni, il suo compito nella società e nel mondo. E, proprio la storia, qui, appare la grande maestra, in grado di chiarire la sfida e la portata antropologica della scelta “educativa” e di indicare i criteri con cui costruire percorsi di cambiamento».

Infatti l’Autore non si ferma sulla soglia della storia per osservarla con sguardo distaccato, ma ricerca in essa le chiavi di volta per poter ridisegnare un sistema educativo. «Prima di elaborare progetti di possibili riforme del sistema educativo, è necessario preliminarmente identificare il campo dell’educazione quale luogo naturale dell’azione e dei soggetti che vi agiscono. I sistemi educativi hanno senso ed efficacia solo se prendono atto del dato naturale, se creano le condizioni del suo sviluppo. I sistemi educativi sono sussidiari all’educazione».

 

La parte “construens” del libro fa intravedere uno studioso mosso da un rigore e da una logica raffinata, capace di un argomentare lucido e sereno, proprio di chi è empaticamente implicato nella problematica ed è speranzoso in una ri-costruzione del tessuto educativo, facendo i conti con il Moloch del sistema scolastico, cui i ragazzi sono esposti. Affiora qualche affinità con la descolarizzazione di Ivan Illic che nel 1969 scrisse “Deschooling society”, e con le posizioni di coloro che temono l’Overschooling, se si considera che l’autore distingue tra la funzione necessaria e permanente dell’educazione e la caducità dei sistemi educativi storicamente determinati. Quasi a dire, paradossalmente, ma non troppo: per potenziare l’educazione, occorre ridurre la potenza degli apparati educativi.

La persistenza del “cerchio educativo” nel tempo e nella società impone l’attenzione all’educazione, ancor più oggi di ieri, perché i soggetti del cerchio educativo – persona-ragazzo, famiglia, insegnante – vanno ri-compresi ogni volta nelle loro caratteristiche e nei loro bisogni. E Cominelli tratteggia il profilo dei tre soggetti a partire da sguardi antropologici, sociologici, culturali, supportando il tutto con dati offerti da ricerche internazionali e con teorie scaturite dalle nuove scienze dell’uomo e della sua mente.

 

 

Cominelli ha il coraggio di proporre delle soluzioni e dei cambiamenti significativi, a volte scomodi, con chiarezza e senza troppa utopia, ma con la speranza, che è anche una certezza, che c’è tutta un’umanità sensibile al bisogno educativo, uguale e diverso a quello del passato. Perché, egli afferma, «nessuna salvezza può arrivare dalla politica. Tocca alle persone, alle “minoranze creative”, alla società civile attingere di continuo al novum che nasce per rigenerare forze e linee di azione lungo il sentiero scosceso della transizione. Ma è compito ineludibile dei sistemi educativi predisporre le condizioni sussidiarie per la continuazione del viaggio. (…) sistemi, si intende, minimamente invasivi».

La scuola non è finita. Anzi. Chiede a tutti noi di essere protagonisti attivi ed appassionati di un nuovo progetto che poggi su fondamenta solide di valori e di conoscenze. Il libro di Cominelli cammina in questa direzione: «È  uno sguardo profondo alla realtà che cambia e all’uomo che, pur rimanendo lo stesso, ha bisogno di accorgersi che la realtà è fatta per lui…». (Vittadini)

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