SCUOLA/ Nuovi licei: questa “finta” autonomia non promette nulla di buono

- Antonella Paolillo

ANTONELLA PAOLILLO esprime le proprie perplessità in merito ai criteri esposti dal decreto sull’autonomia scolastica dei nuovi licei

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Si narra che gli dei, radunati in occasione delle nozze di Peleo e Teti, furono visitati da Eris (la Discordia) che lanciò in mezzo a loro un pomo d’oro, dicendo che doveva essere assegnato “alla più bella” delle tre dee: Atena, Era e Afrodite. Tutti insorsero: nessuno voleva assumersi il compito di scegliere, così Zeus incaricò Ermes di portare le tre divinità sul monte Ida dove Paride avrebbe fatto da giudice. Paride assegnò la vittoria ad Afrodite, ebbe in premio la bella Elena e fu la guerra.

Quasi esattamente dieci anni fa, nella mia scuola si approvava il nuovo POF che modificava in maniera radicale l’organizzazione complessiva, utilizzando gli spazi previsti dal decreto sull’autonomia. L’obiettivo era offrire una scuola meno rigida e ingessata, più aderente agli interessi degli studenti e per la gran parte concentrata al mattino, per lasciare il pomeriggio allo studio e alle attività di ciascuno. Nulla di clamoroso, un modello scelto, con infinite varianti, da molte altre scuole: il tempo scuola “sottratto” alle discipline curricolari con l’introduzione dei moduli da 50’, veniva restituito agli studenti sotto forma di corsi con frequenza obbligatoria, che andavano ad arricchire il curriculum di base: ogni studente poteva scegliere se dedicarsi ad attività di tipo espressivo, approfondire qualche disciplina, conseguire certificazioni linguistiche o dedicarsi all’orientamento universitario. Più tardi si sono aggiunte le attività di recupero. Va da sé che attraverso queste attività i docenti recuperavano il loro tempo di lavoro, perché il fatto che diciotto ore da 50’ non corrispondano a diciotto ore da 60’, è una di quelle “sottigliezze metafisiche” che non poteva passare inosservata. Sono stati anni di lavoro furibondo, anni molto creativi: si trattava di preparare le normali lezioni e anche di “inventare” i corsi che si tenevano a classi aperte, senza registri e voti, quindi “senza rete”. È stato uno sforzo organizzativo notevolissimo per una scuola in crescita numerica, con due sedi staccate, afflitta da una cronica carenza di spazi. Non sono mancati vicoli ciechi, ripensamenti, aggiustamenti, polemiche feroci in Collegio docenti.

 

Quel progetto ha fatto il suo tempo ed è stato messo in soffitta: le generazioni degli studenti cambiano sempre più in fretta, è cambiato in parte il corpo docente e dal prossimo anno cambierà anche la cornice entro cui muoversi. Per quel che si sa – al mosaico mancano ancora parecchi decisivi tasselli – si prefigura un’autonomia limitata, da realizzarsi comunque entro il monte ore stabilito dai Quadri di ordinamento. Il dottor Bruschi, nel suo articolo del 30 novembre sul Sussidiario, assicura: «Ogni istituzione scolastica avrà la possibilità di piegare [i quadri di ordinamento] al proprio progetto formativo». Le pieghe però in sostanza possono essere realizzate in due modi: incrementare alcune discipline a spese di altre, introdurre discipline a spese di altre. In entrambi i casi qualcuno ne fa le spese. La terza via (le istituzioni scolastiche possono organizzare, nei limiti delle loro disponibilità di bilancio, attività ed insegnamenti facoltativi coerenti con il profilo educativo, culturale e professionale dello studente – cito dalla Bozza di regolamento dei Nuovi Ordinamenti ) è ancora avvolta nel mistero.

Per il Ministero noi docenti siamo un codice meccanografico. Per una scuola i docenti sono risorse e questo cambia radicalmente il punto di vista. Intanto perché i colleghi “a spese dei quali” si faranno le pieghe, hanno delle facce, una consuetudine di relazioni: sono il collega x con il quale in gita ho pattugliato il corridoio dell’hotel fino alle due del mattino, la collega y che mi racconta la sua vita alla macchinetta del caffè.

 

 

Ammettiamo pure che queste siano fisime sentimentali. La scuola però cammina sulle gambe di chi la fa, di chi si mette in gioco, di chi ci mette del suo. Allora potrebbe darsi il caso che il collega x, ultimo in graduatoria e docente di una disciplina “sacrificata” sia particolarmente in gamba nel gestire il laboratorio di chimica, mentre la collega y, anche lei ultima in graduatoria, organizzi con passione progetti di mobilità internazionale, scambi con scuole europee. Non è facile decidere di farne a meno.

Dunque, stando così le cose – ma, ripeto, mancano importanti tessere del puzzle – sembra più feconda la via della ristrutturazione dei curricola per assi culturali, il ripensamento ormai urgentissimo sui contenuti e sui metodi dell’insegnamento, posto che tra adulti e adolescenti il divario di cultura, di mentalità, oserei dire di costruzione del senso, si è fatto enorme.

Penso che al banchetto di Teti e Peleo, gli dei avrebbero fatto meglio a buttar via la mela. “Ma quieto vivere e futuro appaiono in contraddizione”, concludeva il dottor Bruschi. Se buttar via la mela come soluzione è parente del quieto vivere, bisognerebbe però riconoscere anche che un’autonomia così declinata non promette granché come futuro.

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