TESTIMONIANZA/ Scuola: il rito stanco delle occupazioni degli studenti in autunno

- La Redazione

MARCO FATTORINI, da poco ex studente di liceo a Roma, commenta il rituale più conservatore che ci sia in Italia, quello dell’occupazione a scuola dei giovani studenti di sinistra

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Anche quest’anno, nei mesi di ottobre e novembre, impazzano le occupazioni di protesta negli istituti superiori italiani. Parliamo di un fenomeno vecchio ma ancora in auge, tra scetticismi, polemiche e proposte soffocate.

Basti pensare a Roma: prima il Tasso, poi il Cavour, il Manara e negli ultimi giorni il Mamiani. Un passaggio di testimone nel nome dell’antagonismo in licei storici della Capitale, per dirne alcuni, che hanno visto ripetere questo rito sempre più pieno di astio, ma povero di contenuti.

Da ex liceale che ha vissuto occupazioni (in qualità di dissidente) si può dire, senza ombra di dubbio, che questo tipo di protesta ha perso ogni tipo di valenza e costruttività per lasciare spazio all’agognata trasgressione, alla voglia di libertà, e, ogni tanto, all’ideologia fai da te. Perché negli istituti occupati, tra il fumo (delle sigarette?) e il disordine nei corridoi, non si respira aria di protesta e alternativa. Spesso non si parla nemmeno della riforma Gelmini, che qualche anno fa si chiamava Moratti. Spesso i “valori programmatici” di queste occupazioni, votate alla spicciolata da un manipolo di studenti, sono solo pretesti se non argomentazioni vaghe e poco approfondite, frutto degli slogan di qualche capetto che, megafono alla mano, arringa le folle di adolescenti e corrompe i loro animi per qualche giorno di vacanza in più. Senza prof che scocciano, senza verifiche che incombono. Visto che in questi casi l’opportunismo regna sovrano, ancor di più di quella coscienza critica paventata dai giovani leader col megafono.

Un mio ex professore, Andrea Monda (collaboratore di questo giornale), a chi gli chiedeva un giudizio sulle occupazioni avvenute nel nostro liceo, rispondeva così: «per me che sono nato quasi nel ’68, vedo che in Italia spesso i giovani cadono in una sorta di “conservatorismo” per cui continuano a fare gesti e rituali vecchi anche quando sono ormai obsoleti e privi di un reale significato, lo si fa perché lo si è sempre fatto».

 

Una liturgia che si ripete ogni anno, adducendo questo o quel motivo, distruggendo intenzioni e riforme, senza valorizzare un bel niente, senza provare ad aprire la porta del dialogo per capire se c’è qualcuno (tra gli studenti) che veramente propone qualcosa di diverso, magari un dibattito o un punto positivo da valorizzare. Ci si concentra sui “tagli ai fondi” senza pensare al tessuto umano che è alla base dell’apparato scolastico, ci si preoccupa di “aule nuove” ma non ci si lascia accarezzare dal pensiero che quelle classi dovrebbero essere riempite di contenuti educativi.

 

In qualche caso poi, a “contrattare” con i ragazzi barricati all’interno della scuola, ci sono professori che, idealmente condividono le loro battaglie, ma, per il bene della situazione, li spronano a cercare insieme altri metodi di lotta. Oppure capitano genitori che si indignano se il preside minaccia sgomberi o punizioni disciplinari perché vedono violati chissà quali diritti dei propri figli. In un liceo romano (il mio) un manipolo di genitori arrivò addirittura a pubblicare sull’”Unità” una lettera contro la preside che aveva paventato il 5 in condotta agli occupanti intransigenti.

Il problema non è dunque quello della repressione ma quello della comprensione e dell’educazione. Perché spesso vincono semplicemente le ragioni dei più forti e dei più fichi, magari perché politicanti e impegnati. E le ragioni degli altri? Quelle degli oppositori (spesso una maggioranza silenziosa), di coloro i quali “vogliono far lezione”, vengono bollate come stupide e degne dei peggiori secchioni del terzo millennio. Idee colpevoli di essere ragionevoli.

 

Ecco perché sarebbe auspicabile che trionfasse veramente un dialogo schietto, leale a partire dalle componenti di professori e presidi fino ad arrivare ai ragazzi (nessuno escluso).

Comprendere e provare a costruire insieme qualcosa di più grande che una semplice protesta, destinata a cadere nel dimenticatoio in poche settimane. Perché non aiutarsi nello studio, magari valorizzandone gli aspetti positivi? Perché non provare ad organizzare un’assemblea d’istituto diversa e più “profonda”? Oppure dar vita a progetti di condivisione, socialità e quant’altro? Si parla di cose realizzabili e realizzate, spesso nel silenzio dei media.

Il suddetto professor Monda accettava serenamente l’invito a discutere di aborto ed etica in assemblee d’istituto palesemente “di sinistra”. Accettava il tutto non certo per provocazione ma per spiegare le sue ragioni che poi, spesso, erano le ragioni di tanti studenti silenziosi e “secchioni” che, pur non urlando slogan, sono stati capaci di rivoluzioni ben più grandi.

 

(Marco Fattorini)

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