SCUOLA/ Presente e futuro dell’istruzione tecnica: parola ai presidi

- La Redazione

Un dialogo a tutto campo sull’istruzione tecnica con quattro presidi: Giovanni Zen, ITIS Rossi di Vicenza; Arturo Campanella, ITIS Malignani di Udine; Roberto Pellegatta, ISIS-IPSIA di Lissone (MI) e presidente dell’associazione DiSAL (Dirigenti scuole autonome e libere); Giuliana Colombo, ITCG-PACLE di Seregno (MI)

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Punto di incontro tra il mondo della scuola e le varie realtà produttive, l’istruzione tecnica è stata per lungo tempo uno dei motori principali dello sviluppo economico italiano. Anche se sempre costretti al confronto – perduto in partenza, secondo l’opinione comune – con la sfera superiore dei licei (secondo il modello gentiliano), gli istituti tecnici, insieme agli istituti professionali, hanno portato avanti imperterriti la loro proficua vocazione teorico-pratica che ha favorito quel perenne contatto virtuoso con l’imprenditoria diffusa, tipica dell’economia del nostro Paese.

Momento privilegiato di questo “idillio” è stato naturalmente quello del dopoguerra e degli anni del “boom”; ora le cose cambiate. Non che l’istruzione tecnica abbia perso del tutto i contatti con il mondo produttivo, ma certo la realtà economico-industriale è totalmente cambiata, mentre gli istituti tecnici sono sostanzialmente rimasti quelli di una volta. Pur sollecitata con forza da più parti, una seria riforma dell’istruzione tecnica (come anche di tutta l’istruzione superiore) rimane ancora un sogno nel cassetto. E proprio in questi giorni si torna a parlare di nuova istruzione tecnica; a farlo è l’associazione Treellle, che ha presentato il suo ultimo lavoro di analisi, comprensione e valutazione degli aspetti più problematici del nostro sistema scolastico: il quaderno “L’istruzione tecnica: un’opportunità per i giovani, una necessità per il paese”.

L’occasione è dunque propizia per affrontare in modo approfondito l’argomento. Per farlo abbiamo contatto alcuni presidi di istituti superiori, tecnici e professionali: Giovanni Zen, preside dello storico ITIS Rossi di Vicenza; Arturo Campanella, preside dell’ITIS Malignani di Udine; Roberto Pellegatta, preside dell’ISIS-IPSIA di Lissone (MI), nonché presidente dell’associazione DiSAL (Dirigenti scuole autonome e libere); Giuliana Colombo, preside dell’ITCG-PACLE di Seregno (MI). E abbiamo chiesto loro di valutare la situazione attuale del rapporto tra istruzione tecnica e mondo del lavoro, nonché le prospettive future, in chiave di possibili riforme, e di rapporto, inevitabile, con il mondo dell’istruzione professionale.

1. Il ruolo dell’istruzione tecnica di fronte a un’economia in crisi

Degli istituti tecnici come motore in anni di sviluppo economico abbiamo detto. Ma questo giudizio  vale ancora oggi? Sicuramente ci sono esempi concreti di contatto continuo tra scuola e lavoro: «collante massimo tra questi due mondi sono gli stages, sia durante l’anno scolastico che in periodo estivo», spiega Campanella; e concorda Colombo, dicendo che «esperienze di stage e di alternanza scuola-lavoro sono diventate normali all’interno dell’attività scolastica degli istituti tecnici e costituiscono occasione privilegiata di avvicinamento fra i due settori». Non è d’altronde un caso, come ricorda Zen, che «nella nostra zona (Veneto) ogni diplomato di un ITIS abbia in media tre offerte di lavoro». Ma non si può nemmeno negare che, guardando la situazione generale, molto sia cambiato: «da diversi anni – spiega Pellegatta – l’istruzione tecnica e professionale hanno abbandonato la loro “vocazione” originaria, mettendosi ad inseguire l’istruzione generalista e scimmiottando i licei».

Un più profondo e radicale cambiamento dello scenario economico è quello che stiamo sperimentando in questo momento: l’attuale crisi, infatti, crea sfide nuove, che devono innanzitutto muovere dalla presa di coscienza dei fattori che hanno portato all’attuale situazione. Su questo l’analisi è comune e, pur con sfumature diverse, condivisa: «si è pensato che il benessere non venisse generato dal lavoro ma dal gioco finanziario» (Zen); «questa crisi mostra quanto imparare un lavoro, una professione sia il migliore investimento per la vita» (Pellegatta); «la crisi attuale presenta aspetti riguardanti le responsabilità “nel” e “del” lavoro» (Colombo). E allora, spiega ancora Colombo, la scuola legata al mondo del lavoro può dare un contributo enorme per una prospettiva di ripresa: «un settore dell’istruzione come quello tecnico può fornire un prezioso contributo a rimettere al centro della formazione la questione del significato del lavoro e della persona che nel lavoro trova la sua espressione adulta». E questo si può realizzare concretamente, spiega Campanella, applicando proprio ai settori tradizionali gli sforzi di innovazione di prodotto e di processo: «noi saremo il motore della ripresa nel momento in cui saremo capaci, con l’affiancamento delle imprese, di capire il potenziale di sviluppo dei filoni tradizionali. Nell’ambito della siderurgia, che da molto è indicato erroneamente come un settore decotto, noi del Malignani abbiamo fatto sperimentazioni molto positive, sia nella modificazione dei processi, sia nella ricerca di nuovi prodotti».

2. Quale rapporto tra istruzione tecnica e istruzione professionale?

Il primo disegno della riforma Moratti prevedeva chiaramente, e distintamente, due canali: quello liceale, in capo allo Stato, e quello dell’istruzione tecnico-professionale, in capo alle Regioni. Molti istituti tecnici preferiscono invece considerarsi un “terzo polo”, autonomo sia rispetto all’istruzione teorica dei licei, sia rispetto agli istituti professionali, più a vocazione pratica. Quale delle due posizioni è preferibile? Qui le opinioni sono diverse.

Le differenze tra i due tipi di istruzione sono così riassunti da Colombo: «l’istruzione tecnica è finalizzata all’acquisizione di competenze ad ampio spettro, spendibili all’interno di ambiti di studio e di lavoro attinenti al settore prescelto ma esportabili anche in altri campi; l’istruzione professionale, che presuppone una precisa scelta di settore, quindi da valorizzare anche in fase di opzione da parte dei giovani, è finalizzata all’acquisizione di capacità operative attinenti al campo di studio/lavoro prescelto». Ecco perché, secondo Campanella, «il rapporto tra tecnici e professionali è di contiguità e non di continuità. Siamo due segmenti paralleli, tra loro intimamente connessi; ma bisogna anche tener presenti le differenti tipologie di utenti. Da una parte utenti chiamati a un apprendimento teorico-applicativo; dall’altra, viceversa, utenti chiamati a un apprendimento prevalentemente applicativo, che solo in alcuni casi può accedere al livello teorico». Di conseguenza le finalità sono diverse: «l’istruzione tecnica dà risposte globali, localmente applicabili; l’istruzione professionale dà risposte locali, globalmente trasferibili». Da qui la giusta differenziazione, secondo Zen, tra «tecnici, legati allo Stato secondo l’articolazione in 11 indirizzi prevista dal Regolamento, e professionali, legati invece alle Regioni».

Di diversa opinione invece Pellegatta, secondo cui è errata la «netta separazione tra istruzione tecnica e professionale. La via utile ai giovani e alla società italiana era quella impostata dalla riforma Moratti: un “canale” diverso dal percorso liceale, fortemente orientato alla preparazione verso il mondo del lavoro e delle professioni, organizzato in poli formativi, che abbiano al proprio interno (sul modello tedesco e francese) percorsi diversificati, con uscite a diversi livelli (tre, quattro, cinque e sette anni) e completata dopo il quarto anno dall’Istruzione Tecnica Superiore, mai avviata in Italia. La differenza non deve consistere nella diversità di tutto il percorso, ma nei vari gradi di istruzione e specializzazione».

3. Il piano Gelmini: luci e ombre

Ora sul tavolo c’è un piano di riordino dell’istruzione superiore, approvato in Consiglio dei ministri prima di Natale, ma la cui applicazione è rinviata di un anno. Cosa c’è di positivo e cosa di negativo in questo piano? Secondo Zen «c’è qualcosa da rivedere nella distribuzione delle materie», ma il giudizio è complessivamente positivo, soprattutto in merito al fatto che sia stata data la «possibilità, ad alcune scuole, di procedere con sperimentazioni, per vedere cosa va bene e cosa invece è da modificare», il che dimostra «una grande capacità di ascolto della scuola reale». Colombo vede una positività nella «semplificazione del quadro e nell’amplificazione dell’autonomia», mentre valuta negativamente il fatto che sia «mortificato il settore della comunicazione», soprattutto in relazione «all’uso delle lingue straniere». Uguale giudizio positivo sulla «semplificazione degli indirizzi» da parte di Pellegatta, il quale però conferma le profonde riserve sull’abbandono della riforma Moratti: «c’è stato un forte passo indietro, e in un certo senso un tradimento, rispetto al grande impianto prospettato dalla riforma Moratti. Sparisce il “doppio canale”, spariscono le discipline opzionali o facoltative e quindi viene eliminata l’autonomia didattica degli istituti a favore di un modello uniforme per tutta la penisola». Semplice e quasi lapidario invece il giudizio di Campanella: «è positivo che un Regolamento ci sia; mentre è molto negativo che questo sia stato rinviato». Secondo Campanella, infatti, il rinvio è l’ennesimo capitolo dell’immobilismo che da decenni blocca la nostra scuola: «abbiamo perso un anno per ossequio all’interesse di lobby sindacali e professionali, che tutto vogliono fuorché il cambiamento, tesi solo alla difese di redite di posizione». Preoccupato anche Zen, secondo cui «c’è il rischio che venga buttato ancora una volta tutto a mare, dal momento che sono quarant’anni che queste cose si rincorrono»; meglio sarebbe stato «avere il coraggio di rischiare». «Bene il rinvio», invece, per Colombo, «perché i tempi erano troppo stretti», ma rimane «il timore che tale rinvio porti, anziché a una definizione più precisa e aderente alle esigenze, a uno stravolgimento». Così anche Pellegatta, che giudica «saggia» la decisione del rinvio, ma al tempo stesso mette in guardia: «se non si sceglierà la via di un ampio confronto, allora sarà un’altra occasione persa».

Ed è proprio per evitare di perdere un’occasione che il dibattito su questo giornale proseguirà, anche con l’aiuto dei lettori.

(Rossano Salini)

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