SCUOLA/ La parità? Dati alla mano, lo Stato avrebbe tutto da guadagnare

- Tommaso Agasisti

Il 30 per cento delle famiglie vorrebbe scegliere una scuola privata, ma non può per fattori economici. Un sostegno dello Stato per l’accesso alle paritarie, porterebbe a un significativo risparmio

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Immagine d'archivio

Grazie al coinvolgimento della prof.ssa Ribolzi, dell’università degli studi di Genova, ho potuto partecipare ad una ricerca sulla scelta delle famiglie per le scuole paritarie. La ricerca ha coinvolto 728 genitori, distribuiti nella scuola dell’infanzia (214), primaria (244) e secondaria inferiore (270). Il campione di famiglie è distribuito territorialmente in sei città (Genova, Padova, Bari, Bologna, Firenze e Catania).

Mentre la ricerca, nei suoi aspetti generali, si è concentrata sulle motivazioni alla base della scelta del tipo di scuola (statale o paritaria) la parte della ricerca che ho curato più direttamente riguarda gli aspetti economici di tale scelta.

Dal punto di vista metodologico, si è cercato di utilizzare i risultati dei questionari somministrati alle famiglie per capire quante famiglie vorrebbero scegliere la scuola paritaria, ma incontrano ostacoli di natura economica. Questo insieme di famiglie rappresenta il target di riferimento per eventuali politiche di sostegno alla libertà di scelta. I risultati della ricerca mettono in evidenza che vi e’ una proporzione consistente di famiglie che dichiara di avere un qualche problema di natura economica nella scelta della scuola paritaria.

Più precisamente, alla domanda: Nella sua scelta quanto hanno pesato i fattori sotto elencati? Ci si è concentrati sulle famiglie (153 casi) che hanno risposto abbastanza, molto e moltissimo all’opzione “Avrei voluto scegliere la scuola paritaria ma ho incontrato problemi/ostacoli di natura economica”. Mediamente, questa popolazione rappresenta il 30% delle famiglie che prendono in considerazione la scelta di una scuola paritaria, con una “forbice” compresa tra il 10,7% delle famiglie di Firenze che hanno figli nella scuola materna, e il 50% delle famiglie di Catania con figli nella medesima fascia d’età.
 

Sulla base di questi risultati, nella fase successiva ci si è chiesti quali sarebbero gli effetti di un eventuale spostamento di questi studenti dalla scuola statale a quella paritaria. In particolare, ci si è focalizzati sugli effetti di tipo economico. In altre parole, poiché lo Stato spende una certa somma per l’istruzione di ciascuno studente iscritto in una scuola statale, a quanto ammonterebbe il risparmio per lo Stato nel caso in cui un certo numero di famiglie decidesse di iscrivere i propri figli nella scuola paritaria?

Si è così cercato di simulare gli effetto di tale spostamento, utilizzando i dati sulla spesa statale per studente (fonte MIUR), disaggregati per regione e grado scolastico, per simulare il risparmio possibile qualora le famiglie “target” optassero effettivamente per la scuola paritaria. Chiaramente, poiché non è possibile definire con certezza quanta parte della spesa per il singolo studente sarebbe effettivamente risparmiato a fronte della sua “migrazione” verso la scuola paritaria, per la presenza di elevati costi fissi delle scuole statali (es. retribuzioni del personale), si è ipotizzato che il risparmio ammonterebbe, mediamente, al 20% – in altri termini, per consentire un risparmio equivalente alla spesa statale per 1 studente, nella nostra ipotesi dovrebbero trasferirsi 5 studenti.

Inoltre, poiché i dati relativi alla singola città sono stati utilizzati per simulare gli effetti sull’intera regione di appartenenza (es. i dati di Padova per simulare gli effetti sul Veneto, e così via) si è adottata una ulteriore correzione dei dati. Dato che la presenza di scuole non statali paritarie è fortemente influenzata dalla densità di urbanizzazione di una certa area (es. tali scuole sono molto più presenti in contesti urbani), i risultati sono stati “corretti” per il grado di urbanizzazione delle Regioni italiane (fonte Istat).

I risultati indicano che il risparmio potenziale di spesa statale oscillerebbe tra lo 0,5% e il 2,5% della spesa statale attualmente destinata all’istruzione (l’oscillazione si riferisce al caso in cui si consideri l’effetto solo per gli studenti del primo anno di ogni grado, oppure all’insieme di tutti gli studenti iscritti). Chiaramente, tali vantaggi in termini di minore spesa pubblica potrebbero essere anche maggiori, se il risparmio effettivo per studente risultasse superiore al 20% della spesa statale di riferimento.

Infine, si è simulato il possibile effetto di un contributo monetario a favore della scelta di una scuola paritaria. In particolare, una domanda del questionario chiedeva alle famiglie di indicare a quanto dovrebbe ammontare un contributo monetario per far propendere verso la scelta di una scuola paritaria. Poiché le risposte a precedenti domande del questionario hanno evidenziato che le informazioni delle famiglie sull’effettivo costo delle rette di frequenza sono piuttosto limitate, si è prudenzialmente considerata solamente quella parte di famiglie che hanno dichiarato di ritenere adeguato un contributo di 1.500 euro.

Tale popolazione di riferimento oscilla tra il 7% e il 30% del campione (che, è bene ricordare, è limitato alle sole famiglie che hanno dichiarato di avere incontrato ostacoli economici nella scelta di una scuola paritaria). Utilizzando i dati sulla percentuale di famiglie che sceglierebbero una scuola paritaria se ottenessero un contributo di 1.500 euro, si è simulato un confronto tra il risparmio ottenuto qualora queste famiglie esercitassero questa scelta, e il costo di un tale intervento. I risultati mostrano che il saldo sarebbe positivo, per un ammontare che oscilla tra 0,05% e 0,3% della spesa statale oggi destinata all’istruzione.

In pratica, il costo di tale intervento di incentivo per le famiglie sarebbe quasi perfettamente compensato dal risparmio connesso al movimento di studenti verso la scuola paritaria. La altre simulazioni, in cui si son considerati importi più contenuti dell’intervento (500 o 1.000 euro) suggeriscono un possibile saldo ancor più positivo, nell’ordine dello 0,1 – 1% dell’attuale spesa statale, che comunque in termini assoluti equivale potenzialmente a qualche centinaio di migliaia di euro.

Al di là dei singoli numeri ottenuti in questo esercizio di simulazione, mi preme sottolineare tre aspetti. Primo, è possibile affrontare il tema della libertà di scelta delle famiglie anche sotto il profilo economico, considerando congiuntamente i diversi impatti di interventi a sostegno di tale libertà (contributi economici e risparmio di spesa pubblica). Il valore della ricerca, dunque, è anche nel suo approccio metodologico, che potrà essere ulteriormente perfezionato, ad esempio raccogliendo dati sull’effettivo costo delle rette di frequenza, avviando una specifica indagine presso le scuole paritarie.

In secondo luogo, il Ministero e/o gli altri soggetti interessati potranno utilizzare tale approccio per ampliare l’indagine sul campo ad altre aree geografiche, utilizzando informazioni più dettagliate a disposizione dei servizi statistici nazionali, e simulare in modo più capillare gli effetti di eventuali politiche favorevoli alla libertà di scelta. Infine, è bene rimarcare che i risultati preliminari ottenuti in questa ricerca esplorativa suggeriscono che il saldo tra contributi alle famiglie e risparmi per lo Stato potrebbe essere positivo, se adeguatamente concepiti.

Questo suggerimento dovrebbe essere almeno considerato e verificato dai policy-makers. Se, infatti, il 30% delle famiglie che vorrebbero iscrivere i propri figli alla scuola paritaria si trovano impossibilitate a farlo per ragioni di natura economica, è bene che la politica provi ad immaginare possibili soluzioni ed interventi. L’esperienza lombarda del Buono Scuola prima, e della Dote Scuola oggi, sembra dunque rivolta ad affrontare un problema realmente esistente.

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