UNIVERSITA’/ Tagli senza criterio: così il governo affossa il diritto allo studio

- Tommaso Agasisti

TOMMASO AGASISTI rileva come nel dibattito sulla riforma Gelmini sia calato il silenzio sulle borse di studio. E con i nuovi tagli uno studente idoneo su due rischia di non riceverla

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Foto Imagoeconomica

Sembra incredibile, ma nell’ambito del dibattito politico sulla riforma universitaria pare proprio che non trovi spazio la questione delle borse di studio per gli studenti capaci e meritevoli. E così, nel silenzio generale, il Governo si appresta ad effettuare una riduzione dei fondi per le borse di studio di entità mai vista prima.

Il fondo nazionale costituisce circa il 40% delle risorse necessarie al finanziamento delle borse di studio (il restante 60% è coperto da una tassa di scopo pagata dagli studenti e da risorse regionali). Nel 2009 tale fondo ammontava a circa 250 milioni di euro, grazie ad un contributo straordinario previsto dalla legge 9 gennaio, n. 1; tuttavia, già nel 2010 il fondo si è ridotto a 96 milioni, e la legge finanziaria per il 2010 prevedeva che per il 2011 non superasse i 75 milioni. In realtà, la situazione è ancora più grave: la legge di stabilità per il 2011, attualmente in discussione alla Camera (AC 3778) prevede la sua riduzione addirittura a 25 milioni (13 dal 2013) sancendo così, di fatto, la scomparsa di questa fonte di finanziamento.

Quali sarebbero gli effetti di una tale drastica diminuzione? Ad oggi, gli studenti definiti come “capaci e meritevoli, anche se privi di mezzi”, ed aventi quindi diritto alla borsa di studio, sono circa 185mila. Di questi, circa uno su quattro non riceve la borsa di studio per mancanza di risorse. Se i tagli al fondo nazionale saranno confermati, ci si potrebbe trovare nella grave condizione  in cui uno studente idoneo su due non riceverebbe la borsa di studio.

Molti addetti ai lavori ritengono che gli attuali criteri per l’assegnazione delle borse di studio siano in realtà troppo blandi. Per inciso, questa è anche la mia opinione: uno studente che supera poco più della metà degli esami previsti nel primo anno di corso è oggi definito meritevole, secondo i criteri contenuti nel dpcm 9 aprile 2001, tuttora in vigore. Per gli anni successivi al primo i criteri di merito sono  più elevati, ma non molto selettivi (circa il 70% degli esami dell’anno di corso di riferimento). 

Nei fatti, quindi, le borse di studio sono assegnate prevalentemente sulla base di criteri legati alla condizione economica, e lo spirito della norma che vorrebbe premiare gli studenti meritevoli è dunque parzialmente tradita. Però, allo stesso tempo, occorre chiedersi: è questa una ragione sufficiente per porre fine, in modo brutale ed improvviso, al sistema di aiuti agli studenti mediante una radicale diminuzione delle risorse statali? Io credo di no, per una ragione che vorrei esporre brevemente.

Il sistema di oggi si basa su un "accordo al ribasso", in cui agli studenti è chiesto poco perché è loro offerto poco. Una borsa di studio per uno studente fuorisede ammonta a circa 4.700 euro annui. Si provi ad immaginare come uno studente realmente bisognoso possa sopravvivere a Milano, o Torino, Bologna, Roma con questa somma a disposizione… Essendo impossibile, lo studente dovrà lavorare per mantenersi, e sacrificare tempo potenzialmente destinato allo studio. Pertanto, questo studente non potrà soddisfare requisiti di merito troppo elevati; così, consapevoli di questa situazione, si sono stabiliti criteri molto laschi. Dal mio punto di vista, questo non è un "patto" tra studenti e università, è un equivoco.

Il sistema andrebbe, invece, riformato radicalmente. I criteri di merito per l’attribuzione delle borse dovrebbero essere innalzati significativamente, per incentivare gli studenti a dare il meglio di sè e per selezionare i davvero meritevoli; al contempo, gli importi delle borse andrebbero sostanzialmente incrementati, specialmente per gli studenti fuori sede che devono sostenere alti costi di mantenimento (in particolare, legati all’alloggio). La borsa di studio, in altre parole, dovrebbe davvero aiutare lo studente a focalizzarsi sullo studio e non costringerlo ad arrabattarsi per sbarcare il lunario. Anche per questa ragione, accanto ai sistemi tradizionali di sostegno (borse di studio), andrebbero previste forme miste di borsa/prestito, più efficienti sotto il profilo della spesa pubblica e più sostenibili nel lungo periodo. Eventualmente, questo strumenti potrebbero essere offerti ad una platea più ampia di studenti.

Per riformare il sistema in questa direzione, occorre stabilire un obiettivo politico ben preciso, e avere la forza di perseguirlo. Tagliare radicalmente le risorse, senza domandarsi realmente come riformare un sistema imperfetto, non è espressione di forza politica, ma un evidente segno di debolezza. D’altro canto, le polemiche dell’opposizione e del mondo accademico in queste ultime settimane, che si sono focalizzate solamente sui soldi e la carriera dei professori, hanno "dimenticato" il problema delle borse di studio, dimostrando ancora una volta come ci si dimentichi che, nelle università, gli studenti dovrebbero essere "al centro".

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