SCUOLA/ Ecco perché i nuovi licei mandano in pensione Gentile

- Annamaria Poggi

L’introduzione di ANNAMARIA POGGI al convegno “Nuovi licei: l’avventura della conoscenza” organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Roma 11 ottobre

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Dante Alighieri (immagine d'archivio)

L’introduzione di Annamaria Poggi al convegno “Nuovi licei: l’avventura della conoscenza” organizzato dalla Fondazione per la Scuola della Compagnia di San Paolo, Roma 11 ottobre.

Intorno ai recenti provvedimenti sull’istruzione liceale da poco entrati in vigore e alla prova dell’inevitabile rodaggio si è aperta una singolare disputa. Potremmo così riassumerla. Essi possono essere inquadrati entro la categoria di una vera riforma oppure, invece, costituiscono più modestamente un semplice riassetto organizzativo, un riordino che non intacca la sostanza dell’istruzione secondaria?

Penso che siamo in presenza di un falso problema che rischia di fuorviare la corretta attuazione del Regolamento e delle relative Indicazioni nazionali.

Se si resta fermi a questa impostazione – e specie nel caso di chi ritiene che in fondo tutto è restato come prima – non si va molto lontano, non si esce dalla logica, molto italica, delle contrapposizioni preconcette e in ultima istanza non si fa un buon servizio alla scuola italiana. La Fondazione per la Scuola non intende entrare in questa singolare e un po’ sterile diatriba e preferisce praticare altre vie. Ha deciso di intraprendere un piano di accompagnamento per la piena attuazione delle nuove norme. In linea con la sua tradizione, la Fondazione si confronta con la realtà, si propone di sostenere le scuole a migliorare e a potenziare le loro prestazioni.

Siamo convinti in questo caso che questo passaggio rappresenti una opportunità da non sottovalutare e tanto meno da non sprecare, utile non solo per ripensare la funzione della scuola liceale nella società italiana, ma anche per rilanciarla nelle sue varie articolazioni previste, evitarle il rischio di ridursi a una semplice prosecuzione della scuola secondaria di primo grado, e porla come polo strategico per il miglioramento della qualità dell’istruzione. Per molto tempo la scuola liceale ha rappresentato un fiore all’occhiello del nostro sistema scolastico. Poi è venuta una stagione che in nome di ragionevoli esigenze di equità ha distolto lo sguardo dalle eccellenze come se queste fossero necessariamente alternative alle preoccupazioni e alle necessità di chi va a scuola con maggior fatica.

Una scuola di qualità deve saper tenere insieme l’una e l’altra questione, come ha dimostrato che è possibile fare la riforma scolastica degli anni trascorsi e come dimostrano molteplici iniziative intraprese da più governi occidentali impegnati ad assicurare che “nessuno resti indietro”, ma anche preoccupati non soltanto della qualità ma dell’eccellenza degli apprendimenti.   

Agli inizi del prossimo dicembre, come è noto, saranno diramati i risultati della rilevazioni Ocse-Pisa del 2009 e potremo verificare qual è l’andamento degli apprendimenti dei quindicenni italiani non tanto rispetto agli altri Paesi – probabilmente la situazione non sarà molto diversa da quella degli anni trascorsi – ma rispetto alle precedenti rilevazioni analoghe compiute sui nostri quindicenni dal 2000 in poi. La cultura della valutazione diffusa attraverso Ocse-Pisa ha molto accentuato anche da noi l’attenzione per la qualità del sapere scolastico concepito come un fattore importante per innalzare non solo le competenze, ma la consapevolezze stessa dei futuri cittadini. Senza una buona scuola non solo avremo persone scarsamente qualificate in funzione delle esigenze produttive, ma avremo presumibilmente anche cittadini poco consapevoli dei loro diritti di cittadinanza.

I nuovi licei vanno visti in questa prospettiva anche se – beninteso – l’eccellenza non riguarda soltanto i licei, ma coinvolge anche l’istruzione tecnica e quella professionale. Per restare però al nostro discorso il primo punto che vorrei richiamare è proprio questo: la nuova licealità rappresenta un’opportunità di miglioramento complessivo. Se pensassimo ai nuovi licei nei termini di una routinaria o poco più revisione o aggiornamento di qualche parte della cultura scolastica compiremmo una grave mutilazione della loro potenziale portata innovativa, affidata alla capacità delle scuole di realizzarla alla luce delle innovazioni e dei cambiamenti suggeriti dalle Indicazioni.

 

Il regolamento dei Licei e le Indicazioni nazionali sono infatti il frutto di un significativo ripensamento sul senso della scuola, sullo scopo di un percorso di tipo liceale dal punto di vista della possibilità di crescita umana e culturale di chi lo frequenta. È auspicabile che, come è accaduto nel gruppo di lavoro di specialisti ed esperti che ha elaborato i documenti, e in tutti i docenti (davvero molti, come ho potuto constatare scorrendo il sito su cui il dibattito è stato registrato) che hanno partecipato per via telematica alla messa a punto prima del Regolamento e poi delle Indicazioni, ci si ponga il medesimo interrogativo. Solo se si apre questa domanda fino in fondo, fino al punto in cui mettere in discussione il modo “solito” di fare scuola, può emergere una prospettiva di cambiamento vero e non un appena un “adattamento”, vissuto in modo un po’ rituale e quasi burocratico.

 

È questo un secondo punto su cui mi permetto di richiamare la vostra attenzione. Solo questa domanda può far riscoprire in tutta la sua ricchezza il valore di una scuola capace di fare della cultura – dell’autentica cultura declinata nelle varie forme della licealità contemporanea – il suo perno centrale.  

 

È precisamente questo il senso dell’impegno che con questa iniziativa e con quelle che seguiranno in varie città italiane e destinate ai vari tipi di licei si assume la Fondazione per la scuola. Abbiamo proprio bisogno che i nuovi licei siano un’avventura nuova – abbiamo detto “un’avventura della conoscenza” – per onorare nel modo più serio ed efficace possibile l’opportunità che è data alla scuola italiana.  

 

La possibilità che lo studio sistematico e critico delle discipline diventi la strada per aiutare i nostri ragazzi a chiedersi il perché della realtà, il perché del nostro essere comunità, il perché del nostro rapporto con il sapere, partendo da un’ipotesi che ci viene dalla nostra tradizione culturale, è lo scopo di un percorso liceale. Consentitemi una citazione tratta dal Regolamento: all’art 2, comma 2 si legge: “I percorsi liceali forniscono allo studente gli strumenti culturali e metodologici per una comprensione approfondita della realtà, affinché egli si ponga, con atteggiamento razionale, creativo, progettuale e critico, di fronte alle situazioni, ai fenomeni e ai problemi, ed acquisisca conoscenze, abilità e competenze coerenti con le capacità e le scelte personali e adeguate al proseguimento degli studi di ordine superiore, all’inserimento nella vita sociale e nel mondo del lavoro”.

La lingua e la letteratura italiana, la storia, la filosofia, le lingue classiche, le lingue moderne, la matematica, la fisica, le scienze che cosa sono, se non un deposito fondamentale dell’esperienza che l’uomo ha fatto della realtà nel corso dei secoli? La sfida vera è che i licei siano, diventino, o tornino ad essere, dei luoghi in cui si crei una atmosfera argomentativa per favorire la ragionevolezza, per incrementare la criticità nel senso proprio del termine, cioè la capacità di giudizio e discernimento. Conoscere infatti non è un processo meccanico, implica la scoperta di qualcosa che entra nell’orizzonte di senso della persona che “vede” , si “accorge”, “prova”, “verifica”, per capire.

 

Se nelle nostre aule – come è stato autorevolmente osservato – si apre la porta ad un testimone scomodo: “il nulla”, tutto è vano. Vale la pena fare scuola se si ha qualcosa di significativo da comunicare a chi si affaccia alla vita.

Questa rinnovata consapevolezza del valore educativo dell’istruzione liceale – dico rinnovato perché nella cultura italiana il liceo ha tradizionalmente rappresentato un punto fondamentale di riferimento – s’incontra con alcuni motivi di novità che dobbiamo avere ben presenti perché intorno alla loro piena comprensione o meno si giocherà una fetta significativa di innovazione o di pigra ripetizione del passato, magari condita da qualche parole nuova allo scopo di mascherare il gattopardismo. È questo il terzo punto che richiamo alla vostra cortese attenzione, un punto che collega il passaggio innovativo dei licei con i cambiamenti – che tutti desidereremmo più incisivi e più convinti – che hanno profondamente segnato, almeno in di principio, la scuola italiana con il passaggio al regime dell’autonomia.

   

Le Indicazioni nazionali non sono la semplice riedizione dei vecchi e tradizionali Programmi. Questi ultimi derivavano – come si diceva un tempo con burocratica ed ossequiosa espressione – “dal superiore Ministero” e agli insegnanti si chiedeva semplicemente la loro attuazione. Quanto negli anni 70 si moltiplicarono le iniziative sperimentali le scuole erano autorizzate a cambiare e a modificare alcuni aspetti ordinamentali solo in seguito a una specifica autorizzazione ministeriale. Tutto poteva diventare lecito, talora anche con costi molto alti e senza nessun tipo di controllo circa l’efficacia sull’esito finale della sperimentazione, se il Ministero aveva dato il suo benestare.

  

La logica sulla quale si basano i nuovi licei è molto diversa, perché diversa dal 2000 è la realtà della scuola italiana dopo il passaggio al regime dell’autonomia. Le Indicazioni nazionali si svolgono in una direzione del tutto opposta rispetto ai programmi di un tempo. Lo Stato, a livello nazionale, definisce soltanto gli obiettivi e i contenuti irrinunciabili in termini di apprendimenti, fissando un “budget” di ore, lasciando all’autonomia delle scuole ampi spazi per formulare il proprio piano dell’offerta formativa. Ogni scuola potrà proporre una sua curvatura specifica, senza dover ricorrere ad autorizzazioni, naturalmente facendo riferimento a una base omogenea nazionale. A tal fine ciascun istituto potrà, come è noto, modulare il piano degli studi fino a modificarlo per una quota abbastanza significativa dell’orario.

Si tratta di un’apertura di credito molto ampia che ci auguriamo le scuole sappiano valorizzare non sulla base di piccoli calcoli o di opportunità più o meno confessabili, per esempio quelle relative alla gestione del personale docente.

Una autentica e piena valorizzazione dell’autonomia assume a principale punto di riferimento il Profilo dello studente in uscita. È questa novità – dove deve arrivare lo studente e cosa è tenuto irrinunciabilmente a padroneggiare – la vera bussola che dovrà guidare i collegi dei docenti per assicurare il bene dello studente, la predisposizione delle migliori condizioni per l’apprendimento, la coerenza di un proposta culturale organica e significativa. L’impegno sarà di qui in poi quello che le singole scuole possano avere un organico di diritto modificato in base alle richieste fatte all’interno dei confini ampi indicati dal regolamento se vogliamo che le premesse su cui poggiano le Indicazioni non restino sulla carta.

 

Vorrei, infine, ricordare un ultimo aspetto, ultimo per ordine di presentazione, ma certamente non ultimo per importanza. Desidero esplicitare in modo molto netto che gli attuali licei non sono “costole” del ginnasio-liceo di gentiliana memoria (e cioè il classico per eccellenza), ma sono percorsi con una propria identità.

Senza tradire la natura stessa del liceo che è quella di dare una formazione ampia che può aprire a tutti gli studi successivi, i sei licei danno la possibilità di coltivare attitudini e in qualche caso vere e proprie vocazioni fin dai 14 anni, età in cui i ragazzi hanno bisogno di uscire dal “generico”, per cominciare a cimentarsi in qualcosa che essi scelgono, senza rimandare all’infinito la possibilità di andare a fondo di qualcosa. Lo studio delle lingue classiche o delle lingue moderne, delle materie scientifiche, dell’arte,della musica,della danza, di ciò che l’uomo è, sono i titoli di quei sei indirizzi che nascono alimentati su un doppio versante.

 

Da una parte essi riflettono l’ampliarsi della nozione di licealità alla luce delle trasformazioni culturali ed epistemologiche dell’ultimo secolo, e dunque si muovono entro un orizzonte incomparabilmente più ampio e complesso rispetto alla licealità basata sulla cultura classica e sul nesso filosofia-storia. Per un altro verso essi sono anche il frutto delle sperimentazioni che sono state realizzate negli ultimi 20-30 anni, talora in modo disordinato e senza una precisa progettualità, soggette non di rado ad una certa improvvisazione e all’esigenza di ampliare gli organici. Ma non di meno a vederle nel loro insieme le sperimentazioni sono state anche una significativa opportunità di innovazione che si è sedimentata nell’individuazione dei sei licei – anzi degli otto, se restiamo all’indicazione della riforma del 2003, poi modificata nel 2006 – e del Regolamento che ora ha dato operatività alla norma legislativa.

 

Siamo di fronte a una sfida che L’Italia deve vincere perché l’istruzione liceale – ma il discorso vale anche per quella tecnica e professionale – è chiamata all’impegnativo compito di formare le future generazioni nelle cui mani è affidato il nostro futuro e dobbiamo avere cura – questa la preoccupazione della nostra Fondazione – di formarle non solo sul piano della professionalità, della capacità di far interagire conoscenze e competenze, ma anche sul piano della maturità culturale che è la premessa della formazione di una personalità critica che sa ragionare con la propria testa.

 

Si tratta, in una parola, non solo – per parafrase con una lieve correzione una espressione largamente abusata – di assicurare delle “teste piene”, ma anche teste pensanti, capacità di amare la cultura e di farla propria, capaci di accettare il rischio della libertà e del senso critico.

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