SCUOLA/ Il caso inglese: bene la valutazione, ma attenti alla sindrome “Business school”

- Emanuele Bracco

Un esame a tutto campo del sistema inglese: dalla didattica alla valutazione,Tutte le scuole considerate nel sistema pubblico, possibilità per ciascuna di rendersi indipendenti dalle autorità locali: sono, spiega EMANUELE BRACCO, aspetti positivi del sistema inglese

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Il governo di coalizione Liberal-Conservatore a fine luglio, solo due mesi dopo essersi insediato, ha varato una riforma della scuola veramente rivoluzionaria. Molti i punti interessanti di questa riforma, e del sistema educativo britannico in generale. Questo articolo per semplicità narrativa e per stimolare una discussione è scritto volutamente in tono battagliero, ed è un ritratto a tinte forti del sistema educativo britannico, alla luce delle recenti riforme.

Il sistema educativo – Lo status quo britannico è un sistema educativo molto diverso dal nostro, più vicino forse al modello americano che abbiamo in mente grazie ai film, che coniuga usi e rigidità tipiche della tradizione inglese con forti innovazioni portate soprattutto dal decennio di governo Blair (1997-2007). È un sistema scolastico plurale in cui le Local Education Authorities (LEAs) – equivalenti dei nostri Provveditorati, ma in mano agli enti locali – gestiscono scuole direttamente, pur lasciando ampia libertà ad esempio nell’assunzione degli insegnanti ai singoli istituti. Accanto a queste scuole “statali” (ma in realtà locali) ci sono le Faith Schools (scuole religiose) e le Free/Independent Schools. Queste sono sempre nel sistema scolastico pubblico (e quindi gratuite), sono ovviamente svincolate dal controllo dei LEAs, e sottoposte invece al controllo “di qualità” a livello centrale.

A queste vanno aggiunte le Grammar School, scuole statali, anch’esse tendenzialmente gratuite, ma con accesso limitato agli studenti migliori, scremati tramite esami e colloqui, perpetuando e riconfermando spesso la rigida stratificazione sociale di questo Paese.

Accanto a queste ci sono poi, come su una retta parallela, le cosiddette “Public Schools”. Non fatevi ingannare dal nome: queste sono le vere e proprie scuole private, delle super-élites, molto esclusive e molto care (25.000 euro l’anno grossomodo dalle elementari al liceo). Talmente esclusive e “formative” che gli studenti di queste scuole si riconoscono dal loro accento, diverso da quello dei comuni mortali.

La più famosa di queste è Eton, frequentata dai principi William ed Henry, dal Primo Ministro Cameron, dallo stravagante sindaco di Londra Boris Johnson, ma aggiungiamo anche la Westminster Cathedral School, frequentata dal leader dei Lib-Dem e vice-primo ministro Nick Clegg (che in Italiano definiremmo come un classico radical-chic con cuore a sinistra e portafoglio a destra).

Tentando di rompere un po’ questo schema “classista” Blair istituì – con limitato successo a dir la verità – a livello di liceo le cosiddette Comprehensive Schools, non di élite come le Grammar School, non mediocri come molte scuole statali, ma inclusive e (in teoria) di qualità. Per rompere ulteriormente con le rigidità del sistema, sempre il governo Blair creò anche alcune (poche, in realtà) “Academies”, vale a dire scuole statali, ma indipendenti rispetto alle LEAs, fondate soprattutto in aree svantaggiate e con scuole di bassa qualità.

A prima vista sembra un sistema molto pluralista e aperto. In realtà molto meno di quello che sembra: innanzitutto per le scuole statali il bacino d’utenza è applicato rigidamente. Non è raro sentire di famiglie che cambiano casa per poter mandare il figlio ad una scuola migliore (o fanno carte false, pretendendo che il figlio viva dai nonni o dalla zia che vive vicino ad una scuola migliore… tutto il mondo è paese). Inoltre le scuole religiose accettano solo alunni che appartengono a quella fede. Per mandare tuo figlio alla scuola cattolica, solitamente attaccata alla parrocchia, devi avere una lettera del parroco, il quale la scrive solo se ti conosce, e ti vede a Messa la domenica.

Se aggiungiamo a questo il fatto che a undici anni gli studenti fanno un esame (che si chiama “Eleven Plus”) che deciderà se andranno alla Comprehensive o State  locale, piuttosto che alla prestigiosa Grammar School, vediamo che è un sistema sicuramente plurale, ma che comunque tende a chiudere le persone in un percorso molto rigido: un bambino di una famiglia povera, che vive in una zona povera andrà alla scuola locale, in media farà un Eleven Plus mediocre, finirà alla Comprehensive locale, andrà se va bene in una media (o mediocre) università, e troverà un lavoro mediocre. Il suo coetaneo ricco, andrà in una scuola migliore, seguirà la strada privilegiata, e si ritroverà a 21 anni con una laurea di Oxford o di Cambridge, e andrà a fare il dirigente per l’azienda di cui il suo coetaneo è mero passacarte. Da questa descrizione forse fin troppo macchiettistica rimane tuttavia evidente quali siano i problemi “istituzionali” del sistema educativo britannico: un pluralismo solo teorico, una rigidità di percorsi, e (ma si può discutere se sia un pregio o un difetto) una segregazione degli studenti migliori fin dall’età di 12 anni.

Prima la pratica, dopo la grammatica – Senza entrare nel dibattito tra competenze e conoscenze, che mi vede totalmente ignorante, sicuramente bisogna mettersi nell’ottica che confrontare Italia e Gran Bretagna è decisamente complicato per due ordini di ragioni. Una tradizionale, ed una più recente.

Tradizionalmente il sistema educativo anglosassone, inteso come metodi e programmi di insegnamento, è più “inclusivo” e meno “frontale” di quello italiano: da noi la capacità critica è sviluppata soprattutto attraverso un ingente studio a volte acritico delle nozioni (la vita di Leopardi, le opere, la parafrasi, Guglielminetti, De Sanctis, Sapegno). Il rischio è ovviamente che prevalga un puro studio mnemonico, la sfida è che dopo aver ingurgitato tutte queste nozioni, le conoscenze acquisite possano fornire gli strumenti per una capacità critica autonoma (ad esempio capire in profondità una poesia di Leopardi che il professore non abbia direttamente spiegato).

L’approccio anglosassone parte invece prima dalla pratica e, se vogliamo, dal commento delle poesie, attraverso cui viene poi fatta emergere la nozione e la tradizione. Manca poi totalmente l’idea gentiliana (o gesuita, forse) dello studio cronologico in parallelo di varie discipline, che è se vogliamo la caratteristica unica dei licei italiani. La lingua inglese poi, così semplice e complicata allo stesso tempo, dove le eccezioni prevalgono su regole che a volte non ci sono, e dove ovviamente la pronuncia delle parole è spesso non ovvia rispetto alla sua grafia, permette anche uno studio di materie base come grammatica e punteggiatura in un modo molto più pratico che formale/mnemonico. Semplificando: molto più pratico/sperimentale che non teorico/formale.

Chi ha ragione? Probabilmente né noi né loro. Da Italiano rimango molto fiero del mio liceo “gentiliano”, e delle mille verifiche di analisi logica, grammaticale e del periodo e inorridisco di fronte all’ignoranza degli inglesi sulla differenza tra “s” plurale e genitivo sassone, o della differenza tra “they’re”, “their” e “there” che si pronunciano (quasi) uguale, ma non sono assolutamente la stessa cosa.

Il liceo in Gran Bretagna è così poco “gentiliano” che negli ultimi due anni gli studenti scelgono tre materie (tre!, già vedo le facce inorridite di genitori e professori italofoni, e sguardi gonfi di superiorità morale di diligenti studenti di liceo classico). Certo uno può scegliere religione, educazione fisica e disegno, ma poi solo l’Università di Poggibonsi lo accetterà (con mille scuse ai bonizzesi). Gli esami infatti sono gestiti centralmente, e i risultati sono l’ultima parola sulla propria ammissione all’università. Se vuoi fare matematica a Cambridge devi avere tre “A”, e ovviamente una di queste deve essere matematica.

La politica: Tony Blair tassa, spende, misura, controlla – Veniamo ora a Tony “Education, Education, Education” Blair. Questo paladino della sinistra della terza via ha sempre concepito l’investimento in Educazione come il modo migliore per fare politiche redistributive: è permettendo al figlio del disoccupato di andare ad una buona scuola, che riusciamo ad elevarlo socialmente ed economicamente (culturalmente, non si sa). Molto più e molto meglio che semplicemente abbassando le tasse alla sua famiglia per alzarle ai ricchi. Tanto di cappello di fronte a questa idea di sinistra meritocratica che investe in capitale umano, da cui forse in Italia sinistra e destra (o quel che ne è rimasto) dovrebbero imparare.

Blair ha quindi investito massicciamente in scuola, costruendone di nuove, creando le “Comprehensive”, le Academies, e subissando tutte le scuole di target e indici di performance, con il duplice obiettivo di aiutare i genitori a scegliere la scuola migliore (o meglio, a scegliere dove traslocare…) e di incentivare scuole e insegnanti a fare meglio. Buona idea? Sì, ma non troppo. La libertà di scelta ovviamente non è tale se un genitore non ha modo di sapere quali sono le scuole migliori, ma questi target “aziendalistici” hanno portato con sé molte criticità.

Prima di tutto una cultura da Business School dentro le mura delle scuole: fin dalle elementari si possono vedere appesi ai muri delle classi gli obiettivi di apprendimento per l’anno, o il trimestre “sapere fare lo spelling di almeno 300 parole”, “sapere fare almeno X cose nella tal materia”, o cose del genere. A metà tra “Mondo Nuovo” di Huxley e Master in Bocconi. Inoltre ha modificato il sistema educativo portando molte scuole a preparare gli allievi “per il test” puro e semplice. Se il test o l’esame finale è l’unico criterio con cui la scuola, gli insegnanti e gli allievi sono giudicati, ovviamente comportamenti opportunistici sono incentivati. Ultimo caso della sclerotizzazione creata da questa furia misuratrice è uno scandalo che ha visto scuole classificare studenti “normali” (mi si perdoni l’espressione) come dislessici, in modo da ottenere i finanziamenti correlati ed espungere questi studenti (probabilmente mediocri) dagli indici di performance della propria scuola.

Queste dinamiche sono molto interessanti se guardiamo ai lodevoli sforzi che il Ministero sta facendo in Italia per valutare (più) oggettivamente le scuole e gli alunni, ad esempio con le prove INVALSI alla fine della scuola media, facendo emergere in modo evidente tutti i problemi di disparità territoriale che conosciamo. Intendiamoci: misurare la qualità delle scuole è utile e necessario, soprattutto data la quantità di risorse pubbliche che la scuola assorbe e l’importanza strategica (e umana) della scuola, tuttavia come in ogni occasione bisogna essere molto attenti alle limitazioni del sistema di valutazione e misurazione.

Da ultimo, ricordiamoci che Blair è sempre un laburista, per cui tutto queste politiche sono state accompagnate da forte incremento della spesa, sia in conto capitale (nuove scuole, nuovi edifici), che in conto corrente. Sono quindi proliferate decine di authority governative con il compiti più vari. Oltre alla sacrosanta Ofsted, che “misura” la qualità delle scuole, ci sono authority che promuovono l’informatizzazione, altre che controllano i curriculum (cioè i programmi), altre che promuovono innovazione nell’insegnamento, la qualità dei pasti scolastici, le scienze… insomma, quando in Gran Bretagna si fa spesa pubblica, lo si fa “creando” nuove entità e non, secondo meccanismi che ci sono più noti, dando soldi a fondo perduto a istituzioni “sprecone” e spendaccione (ogni riferimento alle Regioni “più distanti dall’arco alpino” è voluto).

Dave il sussidiario – In questo contesto si inserisce la quasi-vittoria conservatrice ed il programma di governo della coalizione Liberal-Conservatrice. Le linee “culturali” di questa riforma sono principalmente due: prima di tutto liberalizzare la scuola, ed in secondo luogo liberare gli insegnanti.

1. Liberalizzare la scuola. Invece di ridisegnare il sistema esistente con cambiamenti, Cameron ed il suo ministro dell’educazione David Gove stanno ponendo i presupposti per un suo superamento. Ogni scuola “statale” potrà decidere di togliersi dalle grinfie burocratiche dei LEAs (para-provveditorati) ed acquisire lo status di Academy, vale a dire di scuola indipendente, con maggiore autonomia rispetto a programmi e gestione.

Allo stesso tempo cooperative di genitori potranno chiedere al governo il permesso (ed i finanziamenti) per aprire nuove Academy presentando un business plan al Ministero, e provando che c’è effettivamente una domanda per una ulteriore scuola nella zona. Questa iniziativa, in un paese come la Gran Bretagna, può ovviamente prestare il fianco a grandi speculazioni economiche, con vere e proprie aziende che offrono “servizi scolastici all-inclusive” a queste cooperative di genitori, facendo diventare la scuola un’industria come un’altra, ma è ovviamente una delle politiche più “sussidiarie” mai promosse da un governo europeo, oserei dire.

Allo stesso tempo molte delle authority inutili sono state semplicemente chiuse, licenziandone i dipendenti (sì, si può licenziare un dipendente pubblico, soprattutto se bisogna tagliare la spesa pubblica).

2. Liberare gli insegnanti. Come conseguenza, gli insegnanti vengono liberati da molti dei controlli burocratici, da alcune delle misurazioni “aziendalistiche” della loro performance e vengono nuovamente messi al centro delle politiche scolastiche (in teoria, vedremo poi in pratica), con maggiore libertà e responsabilità nella formazione dei programmi e maggiore autonomia a livello di scuola per quanto riguarda l’offerta formativa. Altro cavallo di battaglia tipico del conservatorismo vecchio stile è l’accento posto sulla disciplina a scuola: viene assicurato supporto agli insegnanti, (pare) spesso impauriti di andare sotto inchiesta disciplinare se colti a usare metodi decisi con studenti “difficili”.

In conclusione, il caso britannico ha molte cose da insegnarci, innanzitutto riguardo alla coerenza e velocità dell’azione di governo, ma anche riguardo alla possibilità di fare grandi riforme e aprire spazi di libertà senza smontare direttamente il sistema esistente. Dal punto di vista più specifico della gestione delle scuole e dei curricula, dalla Gran Bretagna dobbiamo forse imparare a misurare e a voler misurare la “performance” delle scuole, ma anche a vedere i limiti ed i rischi di comportamenti opportunistici insiti in ogni sistema rigido di misurazione. Da ultimo, impariamo anche che uno stile di insegnamento meno gerarchico e “quantitativo” non necessariamente è il male assoluto, ma più semplicemente è il frutto di una diversa storia culturale di un paese con tradizioni molto diverse dalle nostre.

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