UNIVERSITA’/ Mazzarella (Pd): ecco perché la riforma dice addio all’autonomia

- int. Eugenio Mazzarella

Secondo EUGENIO MAZZARELLA (Pd) sulla riforma Gelmini dell’università grava l’incognita dei fondi. E quella di una burocrazia che rischia di soffocarla. Ecco cosa fare

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Tremonti e Bossi si consultano (Ansa)

Il suo emendamento, detto anti “parentopoli” (le università non possono assumere dalla lista nazionale professori parenti di chi già insegna o è rettore o è nel Cda di un ateneo, ndr) è uno dei pochi che hanno messo d’accordo maggioranza e opposizione. Disponibile e aperto al dialogo, Eugenio Mazzarella, del Pd, professore di filosofia nell’Università Federico II di Napoli, non fa però sconti alla maggioranza e conferma che il problema rimane quello dei fondi che servono per attuare la riforma.

«Quella norma – spiega Mazzarella al sussidiario – ha una lunga storia perché parte da un ordine del giorno che presentai due anni fa ma fu respinta dall’allora maggioranza, Lega e Pdl unito. Ho riproposto l’emendamento in commissione, che questa volta lo ha fatto proprio. È stato un risultato importante contro il familismo».

Oltre alla norma anti-parentopoli, la sua proposta di limitare al 5 per cento dei docenti di ruolo i contratti a titolo gratuito, inserita nel ddl, le fa vincere il premio dello spirito bipartisan. Ma qual è la sua opinione di fondo sul complesso della riforma?

«Il ddl per funzionare davvero ha bisogno di fondi. Anche l’assunzione di 4.500 associati in tre anni – all’inizio ne erano previsti 9mila – non è scontata, perché la copertura è affidata alla prossima finanziaria sulla base dell’esito dell’asta delle frequenze e dunque come tale è incerta. Insomma, non si sa se i soldi ci saranno».

Dunque, professore?

«Dunque c’è una sproporzione tra aspettative e risorse che è enorme. Da questo però si vede che l’impianto del ddl è stato determinato da una scelta politica che ha sacrificato il futuro del paese ai cordoni della borsa. Mi auguro che il governo riesca a garantire la misura prevista, che peraltro è molto ristretta, se pensa che quei 4.500 posti vengono incontro ad una platea di 27mila ricercatori strutturati, più alcune decine di migliaia di ricercatori non strutturati ma con 10-15 anni di attività. Nella sostanza si offre un’opportunità ogni dieci soggetti che vi possono aspirare».

Secondo lei come andrà a finire?

 

«Il ministro dichiara di assumere 1.500 posti l’anno per tre anni, in realtà le risorse a disposizione per il primo anno consentiranno di coprire 200, massimo 250 posti. È un risultato di compromesso che è servito a Fli per votare la legge».

 

Parliamo dell’assetto che la riforma dà al reclutamento dei docenti: stop ai concorsi, abilitazione scientifica nazionale, ingresso con contratto a tempo determinato della durata di massimo sei anni. Qual è la sua opinione?

 

«È una proposta su cui si era ampiamente ragionato: c’erano opinioni difformi ma in larga parte convergenti. È del tutto ragionevole che ci siano due fasce, ordinari e associati, e una terza fascia, quella dei ricercatori, a tempo determinato. Quest’ultimo costituisce un incentivo se c’è un ragionevole sbocco in ruolo per chi ne ha usufruito bene, ma se mancano le risorse è solo un’anticamera del precariato».

 

Cosa pensa della protesta dei ricercatori? Secondo lei è stata oggetto di strumentalizzazioni?

 

«No, non c’è stata nessuna strumentalizzazione. Quelli che hanno protestato l’hanno fatto perché percepiscono una società dove la loro vita è precaria, anche nell’università. In piazza c’era la paura dei giovani che la qualità futura della loro vita non sarà come quella dei loro genitori. Non è in gioco un semplice ope legis: quel che è mancato a questo governo è di non aver investito sulla situazione di precarietà di chi si impegna in un comparto decisivo per il futuro del paese com’è quello della ricerca».

 

La situazione economica però non è delle migliori. Difficile anche solo pensare di “comprare” il futuro a scatola chiusa…

  

 

«Capisco che data la situazione economica il governo non possa farsi carico dell’ansia e di precarietà che attanaglia tutti i giovani italiani, ma almeno facciamo come hanno fatto altri in Europa: facciamo di tutto perché i giovani dai quali dipendono le sorti del paese non debbano sottostare a quella precarietà».  

 

Come valuta l’azione di Fli nei confronti del governo?

 

«Ha portato probabilmente meno vantaggi di quanti si riprometteva, ma senza l’azione dei finiani non avremmo visto interventi migliorativi. Se la riforma fosse rimasta quella che ci è stata consegnata al Senato, sarebbe stata irricevibile. Mi auguro che qualsiasi governo ci sarà dopo il 14 dicembre, si decida a tirar fuori i soldi da investire in un asset strategico per il paese».

 

C’è chi accusa la riforma di centralismo a scapito di una vera autonomia degli atenei. Che ne pensa?

 

«È uno dei vulnus di questa riforma, cominciata con quattro parole d’ordine che avevamo tutti condiviso: autonomia, merito, responsabilità, valutazione. L’autonomia è finita sotto il tritacarne di circa 170 norme che chiedono 500 linee di attuazione e mille regolamenti. Poi non si può non menzionare l’“autonomia” – si fa per dire – rappresentata dalla clausola di salvaguardia, fortunatamente bocciata in aula. Il ddl inaugura un’autonomia sotto tutela per tutti gli atenei, però con una deroga per quelli che contratteranno col ministero un percorso di merito virtuoso, premessa per sottrarsi alle disposizioni di gestione che valgono per tutti quanti gli altri organi accademici. Questa deroga rappresenta chiaramente un cavallo di Troia per spingere in direzione di un gruppetto di atenei di serie A, dotati di autonomia reale, lasciando indietro gli altri, in regime di autonomia sorvegliata e per giunta senza fondi».

 

Fatta la legge si tratterà di dare attuazione alla riforma. Quali sono per lei le cose da fare subito?

 

«I regolamenti per attuare la nuova concorsualità e per sbloccare il diritto allo studio, che appare fatto di briciole. Occorre muoversi subito, per evitare una vacatio concorsuale che potrebbe durare tra i 5 e i 7 anni. Ma soprattutto, occorre uno sforzo condiviso nel paese per credere nell’università. Tradotto, vuol dire che non possiamo continuare ad investire lo 0,8 per cento del Pil mentre l’Europa lo fa con l’1,3 per cento».

 

(Federico Ferraù)

 

 

 



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