UNIVERSITA’/ Quel taglio che fa perdere 4 milioni di euro per risparmiarne 5mila

- La Redazione

All’Università La Sapienza la Scuola di ingegneria aerospaziale è un’eccellenza che rischia di essere cancellata, come ci spiega LORENZO BIONDI

universita_toghe1R400
Foto Imagoeconomica

Tagliare la spesa è il miglior modo per risparmiare? Non sempre. Mentre il Senato discute l’approvazione del ddl Gelmini, all’Università La Sapienza di Roma sono già iniziate le grandi manovre per ridurre il numero delle facoltà (da ventitre a undici) come chiesto dal ministro dell’Istruzione. L’obiettivo è limitare la spesa riducendo i costi del settore amministrativo.

Tra le vittime dei tagli c’è anche la piccola Scuola di ingegneria aerospaziale (Sia), 150 studenti tra laurea magistrale, master e corsi di dottorato. A sentire professori e allievi della Scuola, però, da questo taglio non ci guadagna proprio nessuno. Al contrario. Per risparmiare poche migliaia di euro sui costi amministrativi, La Sapienza perderà la prodigiosa cifra di quattro milioni di euro in contratti con aziende esterne all’università.

Paolo Teofilatto, da poco eletto preside della Scuola, ci spiega il paradosso cifre alla mano. «Il nostro costo per l’ateneo è di 5mila euro l’anno». Il resto delle spese, che ammontano a 190mila euro, viene coperto grazie ai contratti stipulati dai professori della Scuola: la lista dei “clienti” spazia dall’azienda missilistica Mbda all’Unione europea e all’Agenzia spaziale italiana. «Per il prossimo anno accademico – dice il professore – abbiamo contratti per quasi un milione di euro».

Altri due accordi del valore di oltre tre milioni vanno perfezionati entro la fine dell’anno. Ma rischiano di andare in fumo, a causa della “sospensione” della Scuola decisa dal Senato accademico dell’ateneo romano. L’elezione del professor Teofilatto a preside non è stata approvata dal rettore Luigi Frati; allo stato attuale, nessuno ha il potere legale di firmare i contratti per conto della Scuola.

Teofilatto aggiunge che i due contratti in questione hanno un’importanza particolare per la Scuola, non solo per motivi finanziari: nel primo caso «quindici ragazzi iracheni verrebbero qui ad imparare come si fa un satellite. Promuovere la cultura aerospaziale in un paese che ha così tanti problemi è una possibilità che ci esalta, come docenti. Il secondo è un progetto con un’università iraniana: abbiamo l’opportunità di esportare in Iran cultura scientifica a fini civili. Sono occasioni eccezionali, che probabilmente perderemo».

Il problema che emerge dal caso Sia – rispetto al dibattito in corso sulla riforma Gelmini – è che se i tagli vengono applicati in modo meccanico rischiano di essere controproducenti. Il 3% di ogni contratto della Scuola è usato per coprire le spese dell’istituto, mentre il 10% viene trasferito nelle casse della Sapienza. Teofilatto sostiene allora che la spiegazione addotta dal rettore per la chiusura sia «assolutamente pretestuosa. Il motivo è politico: il rettore vuol far vedere al ministro Gelmini di aver attuato la riforma ancor prima che diventi legge. Ha contratto la dimensione di realtà come Scienze politiche e Statistica, lasciando spazio solo alle tre facoltà di Medicina».

Numeri a parte, alla Scuola sembrano tutti orgogliosi del modello educativo che lì si porta avanti. «Fin dal primo anno – prosegue Teofilatto – gli studenti sono inseriti in progetti di ricerca: una realtà già “lavorativa”, apprezzatissima all’estero. Veniamo contattati da molte aziende straniere che ci chiedono di mandargli i nostri studenti, perché sanno che la loro formazione non è quella nozionistica che spesso si riceve altrove. Il 95% dei nostri studenti si laurea nei termini previsti; l’85% di loro trova lavoro entro un anno nel settore aerospaziale». Il professore racconta che cinquanta studenti «si sono voluti prendere la briga di andare a firmare il nostro ricorso al Tar» contro la sospensione della Scuola: il segno di un «attaccamento sorprendente a questa istituzione».

 

Chiediamo conferma a un rappresentante degli studenti, Roberto Cica. «La Scuola è un polo di efficienza, in cui abbiamo il privilegio di un rapporto umano sia coi professori sia con la segreteria: in questo modo le tempistiche burocratiche finiscono per annullarsi». Roberto insiste sul numero di laureati che trova lavoro in tempi rapidi nel settore in cui si è specializzato: «Sfasciare a priori una struttura efficiente, sia nella didattica sia nel fatturato, è una perdita per tutta l’università».

 

Ma davvero, col “travaso” nella facoltà di ingegneria, il patrimonio della Scuola andrebbe perduto? «Il nome della scuola – ci risponde Teofilatto – ha un prestigio internazionale fortissimo». Fondata negli anni Venti, la Sia partecipò al lancio del primo satellite italiano. Prima di allora solo Unione Sovietica e Stati Uniti erano “potenze spaziali”. «Per usare una metafora calcistica, è come se la Roma da oggi cambiasse nome in Quartiere Prati: nel ranking Uefa va a zero. E per i contratti è lo stesso: se perdiamo il nome, le aziende andranno altrove, andranno in America. Magari fra ottant’anni il dipartimento raggiungerà lo stesso prestigio che la Scuola ha raggiunto in ottant’anni di lavoro. Ma oggi?». A gennaio il Tar deciderà del ricorso. Intanto l’occhio della Sia è puntato sul dibattito in corso a Palazzo Madama.

 

(Lorenzo Biondi)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori