SCUOLA/ Imparare facendo: bambini a “lezione” di scrittura da Stephen King

- Feliciana Cicardi

Da alcuni anni la scuola primaria “La Zolla” di Milano propone ai bambini un “laboratorio di scrittura”. Con esiti inaspettati. Ne parla FELICIANA CICARDI

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Immagine d'archivio

Da alcuni anni la scuola primaria “La Zolla” di Milano propone un evento interessante e significativo nel metodo che copre l’arco temporale di una settimana. Fino a tre anni fa tale evento si titolava “Bancarella del libro” e consisteva in occasioni di lettura, di ricerca di libri interessanti, di incontri ravvicinati con la parola scritta, ma scritta da altri. Negli ultimi anni la settimana è stata intitolata “Festival del libro” ed ha avuto, tra gli altri, lo scopo di offrire agli alunni la possibilità di trasformarsi, passando dalla lettura, in attori protagonisti di scrittura. In realtà le due abilità lettura e scrittura hanno delle connessioni, non esiste l’una senza l’altra. La scrittura è intensamente connessa con l’attività della lettura: Stephen King sostiene che “se volete fare gli scrittori, ci sono due esercizi fondamentali: leggere molto e scrivere molto” (On writing).

La settimana si è praticamente strutturata come un “laboratorio di scrittura” che ha offerto agli alunni occasioni e modalità diversificate – in base alla classe frequentata – di essere protagonisti e produttori di lingua scritta. Ancora S. King espone due temi, entrambi semplici relativi alla scrittura. “Il primo è che la buona scrittura si basa sulla padronanza dei fondamentali (vocabolario, grammatica, elementi di stile) e sul fatto che la vostra cassetta degli attrezzi contenga gli strumenti giusti. Il secondo è che, sebbene sia impossibile estrarre uno scrittore competente da un cattivo scrittore, e sia ugualmente impossibile tirar fuori un grande scrittore da uno bravo, è invece possibile, con molto duro lavoro, dedizione e aiuti tempestivi, trasformare in bravo scrittore uno scrittore che è solo competente”.

Ciò premesso, la scrittura  interessa anche perché ha una notevole valenza formativa per la costruzione e la conquista della propria identità e per la riflessione sulla propria esperienza. A sostegno, le nuove Indicazioni per il curricolo (2007) indicano il valore formativo della scrittura laddove evidenziano che “particolare cura sarà dedicata all’apprendimento della scrittura come strumento per conoscere e rappresentare gli aspetti della propria personalità e del mondo circostante, individuando nelle forme di scrittura narrative e autobiografiche un modo per ordinare e dare senso alle proprie esperienze”.

Il Festival del libro si è strutturato come un vero e proprio laboratorio di scrittura, laddove per laboratorio si può intendere una situazione interattiva nella quale, in base a un input, si mettono in atto percorsi operativi e strategie mentali per affrontare un problema. O, ancor più significativamente, il laboratorio può essere inteso come “luogo privilegiato in cui si realizza una situazione d’apprendimento che coniuga insieme conoscenze e abilità su compiti significativi per gli alunni possibilmente in una dimensione operativa ed applicativa, che li metta in condizione di poter utilizzare il proprio sapere in modo competente” (Raccomandazioni per l’attuazione delle Indicazioni Nazionali 2002).

 

A fronte di quanto esposto, si è proposta ogni anno alle classi quarte un’esperienza “speciale” attraverso l’incontro/lavoro con uno scrittore di libri per ragazzi. Prima di incontrare gli alunni delle classi lo scrittore Luigi Ballerini ha proposto alle classi – per tramite delle insegnanti – un “esercizio di scrittura”. L’esercizio proposto non è dei più semplici: consiste nel partire da un incipit predefinito sul quale costruire una storia utilizzando non più di 150 parole. Si tratta quindi di un compito di scrittura con vincoli. “Il giorno in cui arrivò la notizia che zia Dorothy…”, questo attacco, con il verbo al passato remoto, ha orientato lo scrittore alla produzione di un testo narrativo in cui doveva accadere qualcosa descritto in sequenze temporali.

 

A seguito dell’attività svolta dai bambini sono stati promossi due incontri con l’autore. Nel primo incontro con gli alunni Ballerini si è “raccontato” nella sua veste di scrittore, evidenziando con sincerità i travagli dello scrivere: dall’ideazione “come vengono le idee, dove pescarle”, alla stesura “in quali forme linguistiche e testuali le posso esprimere”, alla presentazione del manoscritto a una casa editrice. Ed è qui che solitamente scatta l’interesse dei bambini. Ma come, un libro che viene stampato è corretto prima da qualcuno che si chiama editor?

 

Avendo già ricevuto e letto in precedenza i testi prodotti dagli alunni a partire dall’incipit proposto, Ballerini li ha incontrati una seconda volta assumendo la veste di editor. L’editor, ha spiegato ai bambini, è colui che legge le storie e suggerisce all’autore correzioni che migliorino il testo, lo rendano più accattivante e più comprensibile per il lettore. Senza esprimere giudizi sugli argomenti delle storie, Ballerini ha commentato i testi suggerendo cambiamenti, aggiunte, soprattutto ponendo domande per sciogliere gli impliciti che erano presenti nei testi.

 

La debolezza della coerenza nonché la presenza di impliciti è dovuta al fatto che i bambini difficilmente rileggono il testo durante la stesura e, se lo fanno, rileggono per trovare errori ortografici e/o lessicali (raramente sintattici). Scrivono di getto e il “prodotto” non si tocca. Dall’altro lato il bambino fatica a tener presente il destinatario dello scritto (il lettore) proprio perché non ha ancora raggiunto lo stadio della scrittura comunicativa. Ci si preoccupa più del contenuto, degli elementi da inserire nella fabula, che della chiarezza e della correttezza con cui tali elementi vengono intrecciati (coerenza).

 

I rilievi fatti al lavoro di ciascun bambino sono stati accolti dagli alunni molto serenamente, anzi, desiderati. Essi sono stati portati, tramite domande su elementi inseriti nei loro testi, a riflettere e rivedere la congruenza (coerenza) dell’esposizione del loro pensiero. Il bambino non è ancora capace di essere lettore di se stesso per considerare il proprio scritto criticamente (a questo punto è sotteso tutto il problema della revisione del testo, una delle operazioni meno praticate dagli alunni e meno “insegnate” dalla scuola). Non vuole essere questa una nota di demerito relativa agli elaborati degli alunni bensì una sottolineatura   delle difficoltà del compito che è stato loro chiesto, tenendo presente che scrittori “esperti” si diventa. E si diventa se la scuola offre agli alunni occasioni per sviluppare compiti di scrittura concepita come attività di problem solving e come attività cognitiva, oltre che comunicativa. Non basta avere qualcosa da dire: occorre scegliere quali cose dire, come dirle, per chi dirle, perché dirle. Solo così si raggiunge il livello della scrittura comunicativa (che mette in relazione scrittore e lettore) “in cui chi scrive è in grado di tener conto del destinatario e di adottare piani e strategie in relazione a specifiche intenzioni comunicative” (Boscolo). In tal modo viene sottolineata ed evidenziata la natura relazionale della scrittura.

 

Due rilievi. Tutti gli alunni, proprio tutti, anche i più “incapaci” si sono misurati su un compito di scrittura proposto nella scuola, ma che andava oltre la “verifica” delle sue capacità. Anche i bambini con scarsa strumentalità di base si sono avventurati nella foresta dei pensieri tradotti in parole scritte, senza la paura del “giudizio” scolastico.

Tutti gli alunni hanno atteso con ansia, ed hanno ricevuto, un commento critico da parte di un vero scrittore “esperto”. Con sorpresa alcuni si sono sentiti valorizzare il loro prodotto quando pensavano di non essere “bravi” nei testi, acquistando in tal modo un po’ di fiducia in sé. Chi ha avuto commenti critici su alcuni particolari del suo scritto ha accettato di buon grado la correzione perché l’editor/Ballerini lo ha spinto a trovare le ragioni di una modifica da apportare al testo.

 

Un terzo rilievo, di carattere generale, è la presa d’atto che l’incontro con un adulto “esperto autorevole” che non si ferma ad un’ammirazione o, peggio, ad un paragone con una capacità che non si ha ancora, mette in moto la motivazione nel bambino, la libertà e il piacere di comunicare il dentro e il fuori di sé attraverso parole scritte. Motivazione e libertà che vengono premiate grazie alla compagnia “magistrale” che lo scrittore fa ai bambini attraverso la presa in carico benevola ma seria dei prodotti degli alunni. Senza dimenticare l’operazione di autovalutazione che è stata elicitata nel bambino che porta quest’ultimo a prendere più precisa consapevolezza delle proprie capacità e dei punti deboli che deve potenziare. Così il bambino diventa soggetto del proprio orientamento e può mettere in campo e sperimentare concretamente le sia pur iniziali competenze di comunicazione in lingua scritta.

 

L’esperienza descritta nei suoi tratti essenziali consegna alla scuola alcuni criteri per la valorizzazione della persona degli alunni. L’insegnante deve vigilare per individuare quando un bambino propone un testo in cui c’è un soggetto che è desideroso di comunicare qualcosa di sé o del mondo. Se un alunno comunica un’esperienza, un pensiero e lo formula a partire dal desiderio di farlo capire, è importante che il bambino riceva una restituzione amorevole ma netta e motivata relativa al suo lavoro. Testi sintatticamente perfetti possono essere privi di idee, di bisogno e di gioia di dirsi. È bene non accontentarsi solo della bella forma e della correttezza ortografica che sono delle condizioni perché il messaggio sia comprensibile (non solo, ma anche). Un testo, magari un po’ scorretto, ma che ha le caratteristiche di vivo strumento di interazione tra due umanità, consente all’insegnante di potenziare una relazione mirata a condividere il senso dell’esperienza umana e di conoscenza che è racchiuso in una comunicazione scritta.

 

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