SCUOLA/ 2. Ocse-Pisa, così il Sud può uscire dalla “zona rossa”

- Daniela Notarbartolo

L’incremento della cultura della valutazione è stato determinante, spiega DANIELA NOTARBARTOLO, nel miglioramento relativo dei risultati PISA di Sud, Sud-Isole e Nord Ovest

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Caro direttore,

Le scrivo dalla Calabria, dove sono mandata da parte del Miur e dell’Invalsi insieme a un team di altri 4 colleghi “esperti”, per un’attività di informazione e formazione sulle indagini internazionali e nazionali. In tutti i presidi locali si svolgono analoghe iniziative, per un numero di circa 250 formatori mandati a circa 18mila insegnanti della scuola primaria e della secondaria di I grado. In pratica andiamo a spiegare ai colleghi cosa fa l’indagine Pisa e come si possono utilizzare i dati Invalsi. Le regioni interessate sono quattro: Calabria, appunto, Sicilia, Puglia e Campania. Sono le cosiddette regioni dell’“obiettivo convergenza”, dicitura un po’ criptica per dire che l’Europa sta investendo perché queste aree escano dalla “zona rossa” in cui si trovano riguardo alle competenze in Lettura e Matematica.

È la seconda volta che mi reco al Sud per una missione di questo genere: la volta precedente fu nel novembre-dicembre 2008, proprio nell’imminenza delle rilevazioni Pisa 2009. Si trattava allora, come avevo già scritto su queste colonne, della prima grande campagna di informazione che l’Italia faceva al suo interno, dopo anni in cui le rilevazioni internazionali venivano presentate dalla stampa solo come notizie ferali dal sapore scandalistico, ma non inducevano alcuna riflessione nel merito diffusa a largo raggio.

Oggi leggo sul sito dell’Invalsi i primi risultati di quella rilevazione, ed ecco la sorpresa… sperata. Il confronto veramente importante «è quello tra il 2000 e il 2009, edizioni in cui la lettura ha costituito l’ambito principale di indagine. Se si guarda a tale confronto, il dato che emerge è quello dell’assenza di cambiamento: punteggio medio di 487 nel 2000 e di 486 nel 2009. Tuttavia, se includiamo nel confronto anche i risultati delle edizioni intermedie, si nota che la tendenza peggiorativa osservata nel 2003 e nel 2006 sembra essersi invertita; tra il 2006 e il 2009 si è avuto un aumento medio del punteggio di 18 punti, che ha compensato pienamente il calo registrato tra il 2000 e il 2006».

Quello che più mi preme, e che porto ai colleghi del Sud, è un altro passaggio: «Segnali positivi vengono anche dall’analisi dei dati disaggregati a livello di macroarea, che indicano un possibile avvio di un processo di convergenza, cioè di avvicinamento delle diverse realtà territoriali. Infatti le macroaree che hanno contribuito maggiormente al miglioramento sono il Sud-Isole – con un aumento di 21 punti rispetto al 2003 e di 30 punti rispetto al 2006 – il Sud – con un aumento di 24 punti rispetto al 2003 e di 26 punti rispetto al 2006 – e il Nord Ovest – con un aumento di 17 punti rispetto al 2006. Il Centro resta del tutto fermo dal 2000 al 2009, mentre il Nord Est pur rimanendo stabile rispetto al 2006, peggiora di 15 punti rispetto al 2003 e di ben 23 punti rispetto al 2000».

 

Nonostante la situazione non brillante del Nord-Est, non posso fare a meno di pensare al grande lavoro che è stato fatto in questi ultimi anni, da parte di governi di diverso colore, per portare in Italia la cosiddetta “cultura della valutazione”, che consiste prima di tutto nella percezione dell’importanza, della positività, della ricchezza di informazioni che derivano dalle misurazioni standardizzate, pur nei limiti che queste operazioni hanno per loro stessa natura. Si tratta infatti di un segmento piccolo di tutto quanto a scuola si fa, ma proprio per questo è un campione del tutto, e ci permette di lavorare su una serie di ipotesi e non al buio, come tante volte si fa quando si cerca di intervenire sui “fattori malleabili” del sistema scolastico.

 

La campagna informativa del 2008 per esempio aveva consentito di capire come il grande limite del sapere scolastico in Italia è quello di non incoraggiare i ragazzi all’argomentazione, in pratica a rendere ragione dei processi, a argomentare in proprio, a rispondere alle molte domande aperte del Pisa. Un dato che ha immediate ricadute sulla didattica, senza bisogno di complicate mediazioni pedagogico-disciplinari o di un astruso dibattito sulle competenze.

 

Penso poi ai risultati estremamente positivi in Lombardia, dove questa cultura ha messo radici molto prima che in altre regioni. Non dimentichiamo che la Lombardia ebbe il campione statistico regionale già nel 2003, grazie alla lungimiranza della sua amministrazione; penso alla pionieristica esperienza della ricerca del valore aggiunto denominata Dalla differenza l’equità, condotta dal Crisp con la Regione Lombardia, l’Irer e l’Irre, cui ho avuto l’onore di partecipare; penso alle prove di apprendimento che da almeno 4 anni si svolgono al termine dei corsi triennali della Regione; penso a tante iniziative di cui si è fatta portatrice l’ex-Irre.

 

Resta una discrepanza, benché meno aspra, fra il Nord e il Sud: è probabile che il solo fatto di aver esteso la campionatura regionale a tutte le regioni d’Italia, come è stato fatto nel 2009, porterà con sé notevoli benefici: ogni realtà locale può, come la Lombardia, riflettere sui risultati e cercare le strade più giuste per migliorare. Quello che davvero funziona è prendere sul serio i dati, favorire la circolazione delle informazioni, e sulla base di queste informazioni ripensare non soli i curricoli ma tutta l’organizzazione scolastica.

Resta una differenza notevole fra le scuole di una stessa area, dato questo che emerge dalle rilevazioni nazionali. La positività con cui, alla fine dei due giorni di lavoro, i colleghi accolgono la proposta di lavorare analiticamente sui dati delle prove nazionali significa che il momento dell’arroccamento è superato, e che si cominciano a cogliere i benefici delle campagne informative.

 

 

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