SCUOLA/ Berlinguer: meno finanza e più autonomia, la riforma che avrei voluto

- int. Luigi Berlinguer

LUIGI BERLINGUER commenta la riforma delle scuole secondarie appena approvata dal Consiglio dei Ministri e racconta quale sarebbero stati a suo avviso i punti sui quali rivolgere maggiore attenzione

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Riforma approvata, passata, timbrata e spedita. In attesa degli effetti sul sistema scolastico, che si vedranno già a partire dalle prime classi del prossimo anno presso le scuole secondarie, abbiamo ospitato commenti e interviste ai protagonisti di maggioranza e opposizione. Fra questi ultimi non poteva mancare il giudizio dell’ex ministro Luigi Berlinguer

Onorevole Berlinguer, la riforma Gelmini è stata finalmente approvata. Qual è il suo giudizio in merito?

In primo luogo saluto con grande piacere la chiusura di una stagione, ossia quell’eterno periodo delle sperimentazioni. Se c’è un aspetto che ho apprezzato in questa riforma, ed è comunque uno dei pochi, è la fine degli innumerevoli indirizzi presenti nelle secondarie. Come però ho spesso affermato il problema non finisce qui. Questo è solo un primo, doveroso, passo verso un cambiamento radicale del sistema scolastico italiano. Ma la mentalità con la quale si è affrontata questa riforma rimane inesorabilmente la solita, tradizionalista.

In che senso?

Cominciamo da un altro elemento positivo: la riduzione del numero di ore. Sicuramente è un provvedimento giusto. Io però non pongo come primario un problema di “numero di ore” di lezione. Personalmente, quando ero ministro, ho proposto e anche realizzato una riduzione del tempo-scuola formale. In seguito il ministro Moratti disfece tutto e reintrodusse tutte quelle ore che sappiamo. Ma il vero problema verte su quello che in un mio articolo ho chiamato «il terreno dei contenuti di metodo e culturali, disciplinari, curriculari, di organizzazione didattica». È su questo terreno che si costruisce una scuola nuova, adeguata ai tempi. Da questo punto di vista ho davvero notato ben poco di nuovo in questa riforma.

Questa è un’accusa frequente da parte dell’opposizione, insieme al fatto che proprio l’eccessiva attenzione agli aspetti finanziari legati alla riforma abbia impedito una maggiore riflessione didattico pedagogica. Che cosa ne pensa?

Sono in parte d’accordo, anche se credo che il contraccolpo sia stato più dannoso da un punto di vista psicologico. Mi spiego. L’approccio finanziario ha nuociuto perché sostanzialmente lungo il corso della passata stagione, dello scorso anno, il clima di riforma incentrato sul risparmio ha fatto apparire chiaro un messaggio rivolto sia agli studenti sia, soprattutto, agli operatori. Il messaggio è: “voi non siete una risorsa, ma uno spreco”. In poche parole è stata pesantemente messa in dubbio l’intera attività condotta all’interno delle mura scolastiche. Tale atteggiamento non ha certo favorito un clima benevolo nei confronti del ministro e della riforma. A mio avviso è stato un danno peggiore delle misure decise in parlamento. 

Torniamo allora ai punti di novità della riforma. Che cosa non la convince

 

Fondamentalmente non gradisco la conservazione della rigidità della distinzione disciplinare. C’è una prima ora, una seconda ora, una disciplina, un’altra disciplina e via dicendo. Tutto come avveniva nell’ottocento. Conservare ancora prevalentemente l’impianto cattedra-banco oggi non consente di cambiare la scuola e la nostra istruzione andrà ogni anno più indietro.

 

Qual è l’alternativa a tale metodo didattico?

 

Faccio qualche esempio: se un professore deve spiegare una reazione chimica o un meccanismo fisico oggi ricorre al manuale, al gesso e alla lavagna. L’idea del laboratorio è ancora lontana anni luce oppure viene vista come l’eccezione, la lezione straordinaria. Invece dovrebbe divenire la regola quotidiana. Assistenti di laboratorio che spieghino a gruppi di cinque o sei alunni, e non di 30, come funzionano le leggi chimiche e fisiche. Con esperimenti empirici. Oppure la questione legata all’insegnamento della lingua straniera: come si può pretendere di insegnare l’inglese in una classe composta da una trentina di adolescenti? Il risultato è un’inevitabile babele. Insomma non si può concepire l’aula come la sede in cui l’insegnamento della storia e quello della chimica possano avvenire attraverso le medesime modalità e gli stessi strumenti.

 

Queste osservazioni sembrano coinvolgere precipuamente l’aspetto tecnico della didattica, qual è la sua opinione dal punto di vista della crescita umana ed educativa degli studenti?  

 

Le due cose vanno di pari passo. L’osservazione infatti solleva una questione di assoluta importanza, ossia il porre al centro lo studente che oggi è in prevalenza un destinatario di informazioni. Invece credo che lo studente debba svolgere un ruolo attivo nella propria formazione. E ciò è possibile modificando i curricula attraverso corsi differenziati, secondo cioè la vocazione particolare di ciascuno studente.

 

Ovvero lei dice: bene che vengano ridotti gli indirizzi, ma i curricula vanno aumentati

 

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Precisamente. Occorre certamente una base comune. Ma questa non deve impedire che nella scuola si realizzi appieno la figura per esempio dell’assistente di laboratorio, del vero insegnante di musica, di veri gruppi di teatro. In sostanza occorre inserire una forma di offerta formativa molto più articolata. La nostra struttura scolastica attuale non esiste più nei paesi più evoluti. Non esiste l’ora scolastica schematica, la distribuzione delle materie fissa e rigida. Tutto questo in realtà non fa che assecondare un mio “pallino”: se non si introduce nella scuola la curiosità scientifica e la creatività artistica non si può realizzare l’istruzione di tutti, bambini e ragazzi. La scuola solo gnoseologica è rivolta a una sparuta minoranza. Chi non rientra nei parametri schematici educativi viene estromesso. Invece si devono sollecitare le passioni, le emozioni, la curiosità. Il tempo scuola deve diventare anche la visita al museo, alla città, alla rappresentazione teatrale o all’esperimento scientifico.

 

Da dove suggerisce di partire per realizzare una simile trasformazione?

 

Sia ben chiaro. Io non voglio mettermi a strillare e a fare il profeta. La riforma è stata fatta, abbiamo i decreti. Partiamo da qui. Io avrei agito in altro modo, certo, ma non sono qui a recriminare. Vorrei piuttosto che si lavorasse seriamente sull’autonomia delle scuole. L’autonomia, anche curriculare, è la strada da perseguire. Le indagini statistiche ci dicono che in Italia è realizzata più o meno al 5-6 per cento delle potenzialità. C’è bisogno di una modifica radicale dell’autonomia scolastica. Ed è un argomento che riforma dopo riforma, ministro dopo ministro, è stato sempre rinviato.

 

Molti da parte della maggioranza hanno lamentato il comportamento dell’opposizione che ha votato in Parlamento unanimemente contraria alla riforma. Questo sebbene la maggioranza sia venuta incontro a molte richieste durante la fase di elaborazione. Che cosa ne pensa?

 

Io penso che l’opposizione debba fare l’opposizione e che il governo debba tentare in tutti i modi di coinvolgerla. Se ciò è stato fatto nessuno ha nulla da rimproverarsi. Detto questo non voglio coinvolgermi in questioni di sottobanco politico. Quanto accaduto in Parlamento lo posso giustificare con quanto ho detto prima: l’approccio prettamente finanziario ha nuociuto moltissimo alla percezione della riforma. In tal senso posso comprendere che sinistra e opposizione abbiano risposto risolutamente. Per il resto non provo particolare interesse a difendere lo stato presente, ma tanto meno quello passato. Mi auguro che si trovi una convergenza reale sulle questioni che ho sollevato.

 

(Raffaele Castagna)

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