SCUOLA/ Troppo Stato fa male, ma ricordiamoci che la famiglia non può fare da sola

- Gabriele Uras

Dopo l’articolo di Giovanni Cominelli, GABRIELE URAS interviene in risposta riabilitando la funzione educativa dello Stato e sottolineando il ruolo fondamentale della figura del docente all’interno del percorso educativo

liceostudentiR375_15lug09
Studenti di un liceo, foto LaPresse

L’articolo di Giovanni Cominelli, come al solito impetuoso e tuttavia lineare, su “La globalizzazione che manda in soffitta lo Stato educatore”, si presta a diverse considerazioni. Non voglio entrare nel merito della ricostruzione storica, come al solito ricca e documentata, ancorché parziale. Comprendo che la ricostruzione del passato possa in qualche misura risultare manichea, dal momento che essa è volta a legittimare una prospettiva di cambiamento esposta agli attacchi di avversari faziosi il cui fine è convalidare l’esistente e impedire il cambiamento.

Quello che non convince è lo schema adottato da Cominelli, uno schema semplificato, tutto giocato sulla contrapposizione tra lo Stato e la società civile, e sulla pretesa, attribuita al primo, di ergersi ad arbitro del bene comune e di assorbire al suo interno anche il pubblico, chiudendo il privato residuo dentro i recinti dell’intimità. Secondo questo schema, il vincitore della contesa sarà ora lo Stato, come nel passato, ora la famiglia, grazie alla globalizzazione che ha debilitato il secolare invasore, occupatore abusivo di spazi che non gli appartengono.

Quando lo applichiamo all’interpretazione del fatto educativo, lo schema si rivela debole e in qualche misura distorcente. In esso è assente, infatti, il vero protagonista, che è poi l’oggetto del contendere: il bambino. Lo Stato lo toglie alla famiglia, ritenuta incapace di educare alla cittadinanza, e lo affida al docente, dopo avere dato a costui le opportune istruzioni e l’indispensabile specifica formazione, non senza avere prima stabilito con chiarezza, e spesso con ridondanza, gli obiettivi da raggiungere e i contenuti culturali da utilizzare, chiamati programmi, sui quali, per definizione, non può mancare l’accordo accettante e persuaso dei genitori degli allievi. I riferimenti valoriali sono, infatti, quegli stessi su cui si fonda la civile convivenza, per definizione condivisi, pena la perdita del diritto di cittadinanza. La famiglia è chiamata a collaborare, prima per indeclinabile dovere, in seguito anche per diritto.

 

Venuto meno lo Stato, secondo l’auspicio di Cominelli, la famiglia può riappropriarsi di ciò che naturalmente le appartiene: il compito di educare la prole, in base ai propri ideali e secondo le proprie prospettive valoriali, finalmente liberata dalle indebite intrusioni del Leviatano usurpatore, ma sempre, è da ritenere, dentro la cornice dei principi e delle norme generali che istituiscono, governano e disciplinano l’appartenenza alla comunità nazionale rappresentata dallo Stato, questa volta leggero e per nulla intrusivo, rispettoso dei diritti della persona e delle diverse autonomie che sono la trama della vita civile.

È evidente che lo schema anzidetto va adeguato, perché la cornice unitaria dello Stato permane e continua necessariamente ad operare anche quando esso abbia perso l’esclusiva nella gestione dell’educazione delle giovani generazioni. Ma anche nella prima ipotesi, l’esclusivismo pedagogico dello Stato patisce le limitazioni strutturalmente proprie della vicenda formativa, variabile da soggetto a soggetto, mutevole in base ai differenti contesti di vita e all’imprevedibile azione di numerosi incontrollabili fattori.

Ma i problemi non finiscono qui. C’è famiglia e famiglia. E ci sono, purtroppo, anche quelle che non sono in grado di far fronte alle responsabilità di educare, ora per inadeguatezza sul piano culturale ora per gravi deficienze sul piano morale. In questi casi, l’unico soggetto capace di compensare le chiusure e le inadempienze della famiglia è il potere pubblico costituito dallo Stato, esercitato da personale professionalmente qualificato capace di animare e guidare la formazione del giovane, nell’esclusivo interesse di questi, facendo riferimento a principi condivisi, presenti nella Costituzione o con essi coerenti.

 

 

Ma a questo punto appare evidente il limite maggiore dello schema utilizzato da Cominelli. Esso consiste, a mio avviso, nel mancato riferimento al ruolo del docente, l’unico garante del diritto del bambino, del ragazzo, del giovane allo sviluppo, figura ineliminabile di mediazione e di garanzia, fino a ieri nei confronti dello Stato, ma anche della famiglia, da domani nei confronti della famiglia, ma anche dello Stato. Ogni nuovo nato appartiene innanzi tutto a se stesso, e ha il sacrosanto diritto di diventare quel ch’egli è. Tutti gli altri sono al servizio del suo sviluppo, inteso come graduale scoperta di sé come persona, capace di autonomia e libertà, grazie all’apprendimento e alla interiorizzazione dei valori, fondata sui saperi e su impegnative scelte personali.

È giusto diffidare dello Stato, ma non è prudente affidarsi totalmente alla Famiglia. Scommettiamo sui docenti, la cui funzione è per definizione intrisa di eticità. E se talvolta ci assale qualche dubbio a riguardo della libertà d’insegnamento, accettiamo il rischio e diciamo: malo periculosam libertatem.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori