SCUOLA/ Apprendistato o liceo? Non è la scuola, ma la scelta sbagliata a “rovinare” i ragazzi

Ci sono ragazzi che a scuola, anche fosse la Formazione professionale, non riescono proprio a starci. È giusto obbligarli? DIEGO SEMPIO, direttore del Centro di Formazione Professionale Canossa di Lodi, prova a rispondere

27.02.2010 - La Redazione
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Irene oggi è una ragazza solare e sa bene cosa vuole; ha iniziato a frequentare il primo anno di Economia e Commercio e fra qualche settimana darà il suo primo esame.

Mi racconta dei suoi compagni di corso e dei nuovi studi e io non posso non tornare con la mente a sei anni fa quando Irene era invece una ragazzina fragile e insicura. I genitori erano coscienti delle sue difficoltà, non solo scolastiche, e si erano rivolti al Centro di Formazione Professionale Canossa come “ultima spiaggia”, e non per modo di dire.

Così Irene ha iniziato il suo percorso triennale di formazione professionale. I suoi primi anni di scuola non sono facilissimi, tanto che in terza, l’anno degli esami, si decide per la bocciatura, con la speranza che un altro anno possa renderla più matura e in grado di ottenere migliori risultati.

«Lo sa – mi dice ora – io vi devo ringraziare per avermi fatto ripetere l’anno, è da lì che sono ripartita». E infatti l’anno dopo viene ammessa agli esami e ottiene la qualifica di “Addetta ai Servizi Amministrativi di Impresa”; decide poi di frequentare, sempre al CFP Canossa, il quarto anno e infine il grande salto, impensabile solo tre anni prima: «Mi sono iscritta al quinto anno di ragioneria, e lì, per la prima volta, ho pensato che avrei potuto puntare all’Università. Ho faticato parecchio: i ritmi e la mole di studio erano differenti, ma ho visto che ce la potevo fare e ci ho dato dentro». E Irene ce la fa, supera la maturità (tra gli allievi che provengono dal CFP ha la valutazione migliore) e ora è iscritta all’Università, «è un’altra persona, ha un’altra faccia», mi dice un collega e il papà già mi aveva detto «non ci speravamo quasi, e invece è come rinata».

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Riflettendo sulla storia di Irene e sulla possibilità che un anno di lavoro in apprendistato permetta l’assolvimento dell’obbligo di istruzione mi dico che stare a scuola fa bene, che si deve mettere in conto, quanto meno, la crescita della persona. Se Irene fosse andata subito a lavorare, chissà… D’altra parte, però, penso anche che se Irene si fosse iscritta a un istituto tecnico o a un liceo, probabilmente avrebbe dovuto affrontare, per come era a 14 anni, un pesante insuccesso scolastico e ora non potrebbe essere come è adesso: fiera di quanto ha ottenuto.

Insomma il problema, cogliendolo nell’esperienza dei ragazzi, è complesso: se paragoniamo l’educazione al terreno che permette lo sviluppo del seme (che è proprio come la persona, in cui potenzialmente c’è già tutto) non tutti i terreni sono uguali, ogni seme ha il terreno più adeguato a sé.

Ogni ragazzo ha i suoi tempi di maturazione, le sue debolezze e le sue eccellenze, educare significa tirar fuori il valore, le potenzialità di ciascuno e questo accade solo attraverso il modo con cui trattiamo quello che si ha “tra le mani”: la vita in famiglia, la scuola, il lavoro, lo sport, ecc.

Per questo abbiamo condiviso appieno la scelta di un obbligo di istruzione assolvibile anche nella formazione professionale: un percorso uguale per tutti (il biennio unico) non può essere una sorta di ricetta magica. Si è detto che i ragazzi a 14 anni sono immaturi per una scelta, ma nello stesso tempo disaffezione e difficoltà scolastica sono fenomeni numericamente significativi già nelle scuole medie; è ragionevole far perdurare i ragazzi in una condizione di reale disagio?

 

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In questi anni c’è chi si è battuto, per esempio, perché la formazione professionale non fosse un binario unico verso il lavoro a 17 anni, ma la reale possibilità di “usare” il lavoro anche come strumento didattico ed educativo. Irene è lì a testimoniarlo: non ha fatto una scuola più facile, ha fatto la scuola più adatta a sé, è stata accompagnata, ha potuto svolgere 4-5 esperienze di stage in azienda, è stata anche bocciata un anno, ma questo “terreno” ha facilitato la sua crescita, le sue scelte. Tanti suoi compagni hanno trovato nel lavoro dopo la qualifica la propria realizzazione, lei ha voluto, e potuto, proseguire gli studi, ognuno ha preso la sua strada. Questo, solo dieci anni fa, era impensabile.

Ma ci sono anche ragazzi che a scuola, anche fosse la Formazione Professionale, non riescono proprio a starci; è giusto “obbligarli”? Parcheggiarli per uno-due anni senza un’ipotesi positiva, come fosse un a priori, è la risposta giusta?

Un anno di apprendistato, si dice, non garantisce tanto quanto le 900-1000 ore di scuola; ma qual è lo scopo, quali sono gli obiettivi di queste 900 ore? Siamo sicuri che il lavoro non possa concorrere a molti di essi?

Il dibattito deve rimanere aperto a partire dalle tante e diversissime esperienze in campo: accettiamo l’idea che la libertà di scelta sia un diritto delle famiglie, rimettiamoci a parlare, senza pregiudizi, di cosa vuol dire insegnare, di cosa hanno bisogno i giovani e soprattutto di cosa abbiamo veramente bisogno noi adulti nella vita, per essere capaci di invitare loro a fare lo stesso cammino.

 

(Diego Sempio – Direttore CFP Canossa di Lodi)

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