UNIVERSITA’/ Studenti, professori e risorse: tre “piccole” cose che la riforma sottovaluta

- La Redazione

Autonomia, responsabilità, valutazione del merito e differenziazione: sono i principi sui quali, nel riformare l’università, a parole, sono tutti d’accordo. Ma cosa accade nei fatti? Lo spiega a ilsussidiario.net DAVIDE DONATI

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L’uscita della proposta di legge di riforma dell’università (DDL 1905; 25 Novembre 2009), ha suscitato e continua a suscitare numerosi commenti e sottolineature. Nella maggior parte dei casi la riforma trova nella sostanza commenti positivi, e comunque anche chi si è dimostrato particolarmente critico non mette in discussione la necessità di riformare l’università. Chiediamoci perché vi sia questa forte spinta verso una nuova legge.

Molto spesso si parte dall’osservazione del modesto livello dell’università italiana rispetto alle classifiche internazionali. Fra gli altri criteri si sottolinea la scarsa attrattiva di studenti e professori stranieri o il mancato rientro di docenti italiani formatisi all’estero. A ciò si aggiunge il deludente risultato della recente riforma cosiddetta “del tre più due”, la quale a fronte di un forte aumento della spesa non ha dato l’aumento di laureati che veniva ipotizzato.

Di contro, qualunque sia il livello reale o presunto della qualità dell’università italiana, ad essa viene richiesto di essere il motore della produttività della nostra nazione, con particolare riferimento alla qualità e multidisciplinarietà della ricerca, produzione di brevetti e collegamento internazionale. A ciò si aggiunge, da parte delle regioni italiane economicamente più avanzate, la richiesta di una maggiore aderenza della formazione universitaria alle esigenze del territorio come richiesto da associazioni di categoria ed industriali.

Appare allora inevitabile puntare il dito sull’attuale sistema di governo dell’università che oggi si basa esclusivamente sui docenti appartenenti all’ateneo. In effetti, sono anni che assistiamo ad un attacco da parte della pubblicistica nazionale al sistema di gestione dell’università; troppi privilegi, sprechi, baronie che sottolineano la autoreferenzialità del sistema senza un controllo dell’attività dei docenti. Da cui consegue la necessità di ridurre il costo per il funzionamento degli atenei che mostra negli ultimi 15 anni un progressivo aumento rispetto al quale il governo vuole imporre una dinamica di differenziazione, fra atenei virtuosi e non.

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 In sintesi si profila uno scontro fra chi fino ad oggi ha gestito l’università e chi, attraverso la riforma ed i suoi successivi decreti attuativi, si candida ad entrare come nuovo soggetto. Cosa rimane fuori? Educazione è la grande parola che manca in questa come nelle leggi precedenti. Il punto dell’educazione mette il dito sulla qualità delle risorse umane; il sistema produttivo italiano, lo sviluppo del paese, non possono in nessun caso prescindere dalla necessità di formare persone, prima ancora che operatori specializzati.

Il compito della formazione universitaria, dentro alla declinazione propria del programma di studi proposto, deve tener conto della capacità di dare al laureato la possibilità di prendersi una responsabilità nell’ambiente di lavoro, prima ancora della capacità di fare che è propria del periodo di apprendistato. Il vero problema è realizzare la formazione superiore dei quadri dirigenti, fondamento dello sviluppo futuro, educando. Con quali mezzi si può realizzare lo scopo educativo?

 

Le parole chiave di questa riforma sono autonomia e responsabilità sulle quali sono tutti d’accordo, salvo poi osservare come il decreto in molte parti non rispetti questi principi. Spesso si presenta molto dettagliato andando di fatto contro al principio di autonomia. Per esempio, forzare la mobilità dei docenti (obbligo della provenienza di un terzo dei docenti da altre sedi), in un paese come il nostro dove la mobilità risulta molto difficile (bassi stipendi e mancanza di aiuto alle famiglie), sembra bello nei principi ma difficile nella realizzazione.

Sarebbe invece opportuno lasciare autonomia nella responsabilità ed inserire poi un’azione di giudizio con criteri chiari. Oggi si pone, giustamente, grande enfasi sulla valutazione universitaria che dovrebbe essere la premessa al riconoscimento del merito e quindi di una più adeguata gestione delle risorse. Seppure necessario, non basta appellarsi a criteri di oggettività della produzione scientifica (Impact Factor) o di attrattiva di fondi pubblici e privati. 

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 Ci si deve chiedere che interesse hanno gli studenti a vivere in una università che eccelle nella ricerca, e come tali eccellenze si trasformino in una buona didattica. Infine, la valutazione degli atenei, dei docenti, degli studenti, non può essere concepita come elemento punitivo, ma deve tendere a valorizzare assumendo una funzione premiante. Quali sono dunque i punti su cui chiedere un confronto e fare confluire aspetti di miglioramento di questo decreto legislativo? 

 

Dobbiamo ripartire dallo scopo dell’insegnamento universitario. Esso rappresenta il punto più alto dell’attività formativa, e quindi per sua natura non può non tenere conto dell’aspetto essenziale della formazione che è l’educazione. La formazione/educazione si realizza attraverso alcuni principi fondamentali: autonomia, responsabilità, valutazione del merito e differenziazione.

 

 

Ruolo dei docenti. Non è possibile fare dell’educazione il punto fondamentale dello scopo dello studio universitario e annichilire la funzione dei docenti. Come insegnante il docente decide del contenuto dello studio, il programma, le modalità di studio ma soprattutto si rende disponibile ad essere un punto di verifica per lo studente. Ciò implica un rapporto che, per quello che è possibile, deve essere attento, personalizzato e disponibile anche ad una verifica da parte degli studenti. Come ricercatore deve poter essere messo in grado di praticare la ricerca nel modo più libero possibile avendo come controllo non il dipartimento, ma un organismo superiore che non sia direttamente implicato con il suo lavoro. E’ necessario evitare che chi è già arrivato (professori ordinari) si ponga come l’unico elemento attraverso cui i più giovani debbano passare per trovare un proprio spazio e ruolo.

 

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Reclutamento universitario. E’ necessario semplificare il sistema nell’ottica della responsabilità, con la chiamata diretta dei docenti dall’albo nazionale degli idonei.

 

Risorse e differenziazione. Una riforma che non comporti un onere economico non può proporsi obiettivi premianti né può ipotizzare uno sviluppo in tempi congrui. Dare un nuovo volto all’università con le sole risorse provenienti attraverso il modularsi della spesa per il personale sarà possibile, se tutto procede nel migliore dei modi, solo dopo molti anni. Quindi è necessario disporre di risorse adeguate per fare delle scelte sulla base di criteri che riconoscano le differenze, le quali debbono essere valutate, e se positive premiate, se negative ridimensionate.

 

Corpo studentesco. L’università è fatta per l’educazione degli studenti, essi devono poter avere ambiti in cui singolarmente, od organizzati in gruppo, possano incidere sullo svolgimento dello studio universitario, in particolare dentro al rapporto con la componente docente tramite la valutazione della didattica. Di contro, debbono impegnarsi ad un profitto minimo prestabilito laddove la mancanza di rispetto di questo comporti maggiori oneri economici.

Sono solo alcuni spunti di riflessione per non perdere l’occasione di una riforma più ragionevole della formazione universitaria; non vorremmo che ancora una volta il riformare diventi una palestra per una discussione che cambia in apparenza, lasciando inalterata la sostanza.

(Davide Donati, Ricercatore Medicina e Chirurgia Ateneo di Bologna)

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