SCUOLA/ Se con l’autonomia, anche i genitori (ri)diventano maestri…

- Giancarlo Tettamanti

Scuola e famiglia, due sfere sovrane nei rispettivi campi d’azione, che difficilmente cedono terreno. Eppure, il processo educativo nasce dall’intreccio dei due mondi. Tenendo presente – spiega GIANCARLO TETTAMANTI – che l’introduzione dell’autonomia «autorizza ancor più i genitori a chiedere un coinvolgimento concreto nel processo di crescita culturale dei loro figli»

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Il rapporto tra scuola e famiglia – o meglio: tra insegnanti e genitori – è sempre stato un rapporto problematico: entrambe sovrane nel loro campo di intervento, quando devono misurarsi su un terreno comune non intendono cedere di un passo le loro prerogative. Questa problematicità riemerge ogni qual volta si affronta il tema della partecipazione e del coinvolgimento dei genitori nel processo educativo scolastico, nonché quando si afferma che il problema non è la partecipazione dei genitori alla comunità educativa di una scuola, ma la coniugazione del dovere-diritto di educare e di istruire i figli, dei quali i genitori sono titolari, e l’educazione svolta professionalmente dai docenti in una istituzione scolastica.

Il problema sembra non essere tanto nel fatto partecipativo, ma soprattutto nel come. E ciò quasi a dire: scuola e famiglia sono due entità aventi connotazioni diverse, per cui, se la famiglia vuole collaborare, bene, ma ognuno al suo posto, senza indebite interferenze. Questo porta inevitabilmente docenti ed operatori scolastici a prospettare un discorso partecipativo, un discorso coinvolgente i genitori, non tanto come un diritto, ma soltanto come una “concessione”. Come a dire: «La scuola siamo noi! La scuola è una comunità educativa organizzata, con figure, ruoli, diritti e doveri distinti: è una organizzazione di insegnamenti a cui sono affidati alunni e studenti affinché crescano culturalmente».

Affermazione ripresa recentemente – seppur con parole diverse – in conclusione di un intervento apparso su Il Sussidiario: «Non spetta al Consiglio di scuola organizzare il servizio educativo, bensì alla comunità tecnico-professionale dei docenti e alla leadership dei dirigenti. Alle famiglie toccano la scelta iniziale della scuola e il giudizio finale». Ecco: forse il nodo da sciogliere sta in quella “comunità educativa” che deve essere trasformata in “comunità educante”, e ciò analizzando il termine nel suo autentico significato e senza indebiti riferimenti ad impostazioni di ordine organizzativo.

Partendo dal dato costituzionale che evidenzia il dovere-diritto dei genitori ad educare e istruire i figli, obbligatoria e ineludibile appare l’urgenza di riconoscere ai genitori la loro responsabilità e quindi di applicarla in tutti i settori in cui questa responsabilità è chiamata ad essere esercitata: quindi anche nella scuola. Da qui la necessità di rapporti tra docenti e genitori: docenti e genitori hanno bisogno di superare un certo protagonismo individuale e promuovere “formazione” insieme. Va coltivata la possibilità di operare in unità insegnanti e genitori verso la realizzazione “corale” di un obiettivo condiviso.

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Di tutto ciò, nel processo educativo/formativo scolastico, va tenuto conto. Se l’educazione è la vita che si sviluppa, allora il metodo da seguire perché ciò avvenga è la comunicazione di sé. La comunicazione di una vita chiede che l’altro acquisisca in modo consapevole l’esperienza che gli è comunicata. Ciò presuppone – nella scuola – non soltanto instaurare un rapporto con il sapere, ma soprattutto favorire un rapporto con la vita. Scuola e famiglia possono e devono lavorare insieme: è l’autonomia introdotta nel nostro sistema nazionale di istruzione che lo esige.

Se è vero, come è vero, che i genitori sono i primi educatori dei figli, è a loro che spetta orientare il percorso educativo: se nessun genitore può pensare di soddisfare da solo tutte le esigenze formative dei propri figli, nessuna scuola può sostituirsi totalmente all’opera educativa dei genitori. E’ in questo quadro che si colloca, quindi, il ruolo – implicito o da esplicitare – delle famiglie nei confronti della scuola, e quindi degli stessi curricoli scolastici, che non sono riducibili al solo momento didattico tradizionale, ma possono essere intesi come sintesi dei contributi necessari alla piena strutturazione scolastica della proposta formativa ed educativa.

 

La scuola deve poter (saper) valorizzare, comprendendoli, tanto l’istruzione, quanto la formazione, in un contesto di educazione – cioè formazione integrale della persona – nella quale l’educazione familiare ha una connotazione rilevante e primaria. Infatti, l’educazione deve poter rappresentare l’insieme delle azioni culturali ed istituzionali che offrono le condizioni per la realizzazione del progetto personale, della vocazione di ciascuno.

Se pertanto va rispettata la specificità professionale del corpo docente, e quindi dell’aiuto istruttivo e formativo degli insegnanti e degli operatori scolastici, va accolta e rispettata la prerogativa e la specificità educativa dei genitori e delle famiglie. In ultima analisi – proprio perché «nessuno educa nessuno; nessuno è educato da nessuno; ci si educa insieme» – la famiglia deve essere presente nella scuola aiutandola in ordine ai propri obiettivi educativi e formativi, e la scuola deve uscire dal proprio particolarismo attivando un processo educativo/formativo supportato dai valori insieme individuati, condivisi e verificati con la famiglia. In sintesi: «occorre che nella scuola si creino spazi sinergici atti a rendere il processo educativo-formativo esperienza espressione di insieme di adulti reciprocamente impegnati nell’espletamento del loro compito».

 

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In parole più semplici: «si tratta di un processo di riattribuzione di dignità reciproca (genitori-docenti) che è espressione concreta del principio di sussidiarietà», il tutto nella convinzione che «la scuola può aiutare la famiglia ad essere più famiglia, e la famiglia, a sua volta, può aiutare la scuola ad essere più scuola». Ecco che allora “comunità educante” significa condivisione, compartecipazione, corresponsabilità, e – in un certo senso – vita comune: quando la vita comune non è stata, e non è più matrice dell’azione e del contenuto culturale, ma solo spunto per le categorie portate avanti individualmente da alcuni, si è avuto, e si ha il fenomeno della confusione e della riduzione culturale ed educativa.

 

 

L’introduzione dell’autonomia – anche se si tratta di una autonomia monca, ancora da sviluppare e da completare – ha sostanzialmente affermato che il valore di una scuola non deriva dall’appartenenza allo Stato o a questo o a quell’Ente privato, ma dalla sua capacità di formulare un progetto e un percorso educativo-formativo affidabili e rispondenti alle attese e alle richieste dei cosiddetti utilizzatori del servizio (studenti e famiglie in primo luogo).

Ciò autorizza ancor più i genitori a chiedere maggiore spazio nella scuola ed un coinvolgimento concreto nel processo di crescita culturale dei loro figli. L’autonomia ha ridato respiro all’esigenza di una presenza attiva dei genitori e della famiglia nella scuola. Non si tratta di sostituirsi ai docenti, bensì di riaffermare con decisione che solo un percorso condiviso da studenti e genitori, è in grado di far crescere adulti critici e responsabili, capaci di controllare la complessità del mondo in cui vivono e di seguire – senza smarrirsi – l’intreccio delle loro esperienze.
 

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