SCUOLA/ Cara Gelmini, graduatorie o albi per i prof? Attenzione, cambia tutto

- Giovanni Cominelli

La differenza che passa tra Graduatorie e Albi per il reclutamento dei docenti può decidere tra un sistema realmente liberale e un centralismo su scala ridotta. Il commento e la proposta di GIOVANNI COMINELLI

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Maria Stella Gelmini (Imagoeconomica)

Dopo le elezioni regionali del 28 marzo 2010, il governatore della Regione Lombardia Roberto Formigoni, presentando il proprio programma, è intervenuto con energia sull’argomento del reclutamento degli insegnanti. Ha chiesto “uno stop alle graduatorie nazionali, con il reclutamento diretto dei professori da parte delle scuole su base regionale. Chiunque può iscriversi all’Albo regionale, garantendo la permanenza nel territorio, almeno un ciclo di studio di 5 anni”. Nell’immediato ha proposto un patto di sperimentazione triangolare tra scuole, ministero e Regione.

Subito dopo, il tema è stato rilanciato da un intervento politicamente significativo del ministro Gelmini, attraverso interviste rilasciate in questi giorni a vari giornali, nelle quali ha parlato di Albi regionali e di Graduatorie regionali e dà notizia della preparazione di un Disegno di legge sul reclutamento e sulla valutazione delle scuole e degli insegnanti, preannunciando il ricorso a sistemi premianti. Il passaggio ai fatti si fa dunque stretto e urgente.

È divenuto, ormai, senso comune che ogni scenario di innovazione del sistema educativo sia realizzabile solo a condizione di un’innovazione profonda dei meccanismi di formazione, reclutamento, carriera, stato giuridico, valutazione degli insegnanti.

Attualmente esistono le graduatorie provinciali per gli insegnanti e quelle regionali per i dirigenti. Ora, l’immissione nelle graduatorie per via di concorso nazionale – che non è stato più indetto da anni – o per punteggi accumulati via-precariato non consente di verificare il possesso delle competenze-chiave da parte del docente: le conoscenze disciplinari, le capacità didattiche, l’abilità di comunicazione e altro ancora. I concorsi verificavano solo le prime e l’immissione via-precariato solo, eventualmente, le ultime due. Ma un secondo problema è quello più grave: le scuole autonome non hanno nessuna voce in capitolo nella scelta del personale. Elaborano un Progetto di Offerta Formativa, insistono in un territorio determinato, avrebbero bisogno di specifiche competenze, ma un meccanismo esterno decide inesorabilmente al loro posto. Dal loro punto di vista, l’arrivo del nuovo docente è un salto nel buio. Nella logica della graduatoria sono gli insegnanti che scelgono le scuole.

Una volta assunto, un insegnante su quattro – circa 200mila su 800mila – si sposta l’anno dopo, come ha fatto rilevare il Rapporto della Fondazione Agnelli del 2008, utilizzando tutti gli strumenti legislativi, amministrativi e contrattuali a disposizione. È, del resto, l’unico via al miglioramento della propria condizione lavorativa. Non essendo previsti né la carriera né gli incentivi né gli aumenti del salario nominale per merito, egli punta sull’incremento del salario reale: avvicinamento a casa (così si risparmia fatica, tempo e trasporti), ritorno al Sud, dove magari si possiede una casa in proprietà e la vita costa meno, passaggio dalla provincia in città o dalla periferia al centro, trasferimento a una scuola più prestigiosa o a un indirizzo socialmente più apprezzato, per esempio dall’Istituto professionale al Liceo.

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Poiché dal punto di vista del Paese la qualità professionale dei docenti è una posta in gioco decisiva, da anni vengono periodicamente elaborate proposte di legge volte ad affrontare sia i criteri di reclutamento sia quelli di assunzione. Fin dai primi giorni di questa legislatura, nel 2008, è stato presentato il PdL n. 953 dall’on. Valentina Aprea, presidente della Commissione Cultura della Camera, al quale sono stati abbinati successivamente altri PdL a firma ciascuno di Paola Frassinetti, di Roberto Cota, di Rosa De Pasquale, di Letizia De Torre e di altri. L’ultima versione del PdL n. 953 propone, all’art. 12, l’iscrizione ad Albi regionali degli insegnanti che abbiano conseguito i titoli previsti, con vincolo di permanenza per cinque anni nello stesso Albo regionale. L’art. 13 regola il reclutamento dei docenti “mediante concorsi per titoli banditi dalle reti di scuole, anche eventualmente costituite appositamente, secondo le esigenze della programmazione degli istituti afferenti ad ogni rete di scuole e al fine di coprire i posti disponibili e vacanti accertati dagli organismi competenti”. Il vincolo di permanenza nella stessa scuola è di tre anni. Nel meccanismo degli Albi regionali, sono le scuole che scelgono gli insegnanti.

 

Ora, il PdL n. 953 è fermo al Comitato ristretto della Commissione dal luglio 2009, perché la Lega aveva chiesto di introdurre una nuova prova selettiva per l’accesso all’Albo regionale, volta all’accertamento della corrispondenza tra la tavola di valori e cultura del candidato con quella del territorio. Il 30 marzo 2010 l’on. Paola Goisis, capogruppo della Lega nella Commissione Cultura della Camera, ha presentato un proprio Disegno di Legge, non ancora noto ufficialmente. Da dichiarazioni alla stampa si evince una posizione più organica e definita della Lega: 1) il reclutamento avverrebbe su base di Graduatorie regionali (non di Albi!); perciò gli insegnanti sceglierebbero le scuole; 2) un punteggio più alto in tali Graduatorie sarebbe assegnato ai nati e residenti nella regione stessa; 3) l’accesso sarebbe subordinato a una verifica di “sintonia culturale” del candidato con il territorio, mediante prova/colloquio riguardante la cultura locale; 4) l’insegnante non potrebbe chiedere il trasferimento prima di cinque anni.

 

Tenendo conto del dibattito in corso e delle intenzioni legislative e politiche sopra esposte, azzardo qui una proposta, ribadendo che quella del reclutamento è solo una “tessera” del puzzle, alla cui composizione servono tutte le altre in tempi rapidi: la formazione iniziale, la carriera, lo stato giuridico, la valutazione.

 

1. Al termine dell’iter della formazione iniziale dovrebbe uscire un aspirante all’insegnamento dotato di laurea magistrale e perciò già abilitato all’insegnamento, grazie alla somma del giudizio delle Università – che forniscono le conoscenze disciplinari specifiche e trasversali – e di quello co-determinante delle Scuole, nelle quali si svolge il periodo di tirocinio – che accerta sul campo e in exercitio il possesso delle conoscenze disciplinari, delle competenze-chiave di mediazione didattica e di comunicazione con i ragazzi, con l’ambiente interno ed esterno alle scuole. La laurea magistrale ha valore su tutto il territorio nazionale. Non esistono, da questo punto di vista, competenze “lombarde” o “siciliane”.

 

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2. Gli Albi regionali registrano gli abilitati all’insegnamento nella regione da loro scelta. Il problema delle disparità spesso clamorose dei voti finali di laurea dati dalle Università – che solo l’abolizione del valore legale e una certificazione su base di standard nazionali risolverebbe alla radice – potrebbe essere in parte attenuato dal meccanismo dell’iscrizione all’Albo, proprio perché non è una graduatoria. La scelta della regione avverrebbe sulla base della conoscenza delle dinamiche del mercato. È noto, per esempio, che il tasso di natalità è in calo al Sud e in aumento al Nord e perciò al Nord le possibilità d’impiego sono più vaste. Così è noto che al Nord molti giovani laureati scelgono altre professioni nel mercato del lavoro privato, poco attratti dalla professione docente.

 

3. Le scuole bandiscono i concorsi per singoli istituti o per reti di istituti per assumere gli insegnanti, iscritti all’Albo regionale, in base alle proprie necessità di organico e alle proprie esigenze educative, alla propria tradizione educativa, ai propri legami con le istanze culturali e con l’antropologia della struttura produttiva, sociale, culturale del territorio. Tutto ciò è – o dovrebbe essere – elaborato e incorporato nel POF (il Progetto di Offerta Formativa). Le scuole scelgono i candidati, la cui dotazione professionale e le cui qualità culturali e umane – e non il territorio di origine o residenza – siano in maggiore sintonia con il POF. È ciò che già praticano le scuole paritarie.

 

4. La scuola autonoma deve poter ricorrere alle competenze di “esperti” in certe discipline e indirizzi specialistici non iscritti all’Albo. Esso non può trasformarsi in una gabbia per le autonomie scolastiche. Viceversa, sarebbe forte il rischio di deriva verso un ordine professionale corporativo.

 

5. È necessario un vincolo di permanenza didattica di almeno tre anni (i cicli sono bi/triennali), a difesa del welfare educativo delle famiglie e dei ragazzi. Il posto di insegnamento non è uguale a quello di un impiegato postale. La residenza in loco o nei dintorni ne è la conseguenza.

 

Una simile iter si deve sperimentare da subito, come dichiara di voler fare Roberto Formigoni. Una migliore e definitiva formulazione legislativa dell’intera materia nascerà, infatti, non solo dal confronto in Parlamento e nell’opinione pubblica sulle ipotesi diverse, ma soprattutto dalle sperimentazioni sul campo della scuola. Ci si può solo augurare che a fianco di Formigoni scendano in campo finalmente anche altri governatori delle Regioni non solo del Nord, ma soprattutto del Centro e del Sud, approfittando anche della fortunata congiuntura di nuovi equilibri politici costituiti dopo le ultime elezioni regionali all’interno della Conferenza Stato-Regioni, finora paralizzata da una maggioranza conservatrice di sinistra.

 

 

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