UNIVERSITA’/ Ricercatori, la protesta è sbagliata e a rimetterci saranno gli studenti…

- La Redazione

Cominciano le mobilitazioni dei ricercatori universitari contro la riforma Gelmini. DAVIDE DONATI (Universitas University) spiega cosa serve realmente a chi fa ricerca negli atenei

universita_rettoratoR375
Foto: Imagoeconomica

Si apre la settimana di mobilitazione indetta dalle associazioni dei ricercatori universitari per protestare contro il disegno di legge Gelmini di riforma dell’Università. Oltre a incontri e assemblee, si prevedono interruzioni delle lezioni come premessa al rifiuto da parte dei ricercatori di assumere compiti didattici per il prossimo anno accademico. È questo il metodo migliore per affrontare il problema?

 

Dalla prima presentazione della legge avvenuta nel novembre dello scorso anno, il mondo politico e degli opinionisti salutava positivamente l’arrivo di un provvedimento ampio e articolato capace di riformare in modo sostanziale il sistema universitario. Da subito, però, appariva chiaro che veniva dimenticato l’annoso problema della definizione del ruolo del ricercatore a tempo indeterminato, il quale con l’approvazione della legge andrebbe a trovarsi in un’area non ben definita di parcheggio con limitate possibilità di carriera futura.

Il problema dei ricercatori attuali è un problema che presenta numerose contraddizioni. Questa figura istituita con la legge del 1980 prevede che essa sia dedicata alla ricerca e non alla didattica, ma allo stato attuale la maggior parte delle ore di didattica frontale viene sostenuta dai ricercatori. I ricercatori italiani vengono assunti a un’età media di circa 40 anni, e tutti sottolineano l’esigenza di ringiovanire questa categoria, ma allo stesso tempo si chiede una carriera garantita per la quale l’accesso non può che prevedere un periodo di apprendistato.

Si dice che la vera emergenza italiana è la ricerca, ma si considera come titolo per la progressione di carriera dei ricercatori l’aver effettuato attività didattica. Si dice che il ruolo del ricercatore viene eliminato, ma questo era già stato proposto e approvato dalla Legge Moratti, la quale prevedeva l’abolizione del ruolo entro il 2013. Anche le affermazioni sulla esclusione dalla progressione di carriera non sono esatte. Pur non essendo prevista una progressione, come avviene per i ricercatori a tempo determinato, non vi sono vincoli alla partecipazione delle future idoneità e conseguenti concorsi locali.

Il Coordinamento Nazionale dei Ricercatori Universitari ha cercato di introdurre una possibile via di fuga attraverso la proposta di inquadramento alla seconda fascia docente per tutti quei ricercatori che hanno fatto didattica certificata dalle facoltà per almeno sei anni e che mostrano di essere attivi nella ricerca superando i requisiti minimi scientifici già definiti dal CUN.

PER CONTINUARE L’ARTICOLO CLICCA >> QUI SOTTO

Ma nelle assemblee nazionali che si sono succedute esiste in un numero consistente di ricercatori più di una perplessità sulla validità di questa proposta. Innanzitutto perché rischia di non valorizzare sufficientemente il merito, secondariamente perché in qualche modo mette in contrapposizione gli anziani (che entrerebbero con certezza) e i più giovani, che vedrebbero più difficile il loro futuro ingresso laddove gli spazi di progressione verrebbero saturati dai primi ingressi.

 

A questo punto, vista la scarsa attenzione del governo, si cerca di forzare la mano e iniziare un periodo di protesta che coinvolge non solo il problema dei ricercatori ma la governance e il contributo statale al finanziamento delle università. Inizia la solita contrapposizione fra valorizzare il merito e il dare tutto a tutti, fra università elitaria e popolare, fra il fornire un alto livello di istruzione universitaria a chi la merita e una università di basso livello accessibile a tutti.

 

Se questa è una rivendicazione che utilizza il problema della definizione dello stato giuridico dei ricercatori come grimaldello per attivare una protesta antigovernativa noi non siamo d’accordo, inoltre il metodo della sospensione della didattica rischia di far pagare agli studenti un conto che non li riguarda.

 

È invece necessario usare ogni altro mezzo per arrivare a soluzioni condivise da governo e opposizione che dirimano i due punti chiave: il ricercatore deve fare ricerca e non il docente; inoltre deve essere un giovane a cui non viene garantita la carriera, ma una possibilità che dovrà essere valutata entro pochi anni per poi decidere se proseguire sulla strada della ricerca universitaria o dedicarsi ad altro. Il problema è quindi aperto.

 

(Davide Donati, rricercatore a Medicina, Bologna – Universitas University)

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori