SCUOLA/ In classe il 30 settembre? Non si risolve così il braccio di ferro famiglia/lavoro

- Paola Liberace

La proposta del ministro Gelmini di posticipare al 30 settembre l’inizio delle lezioni scolastiche non risolve quel conflitto scuola-famiglia-lavoro che milioni di italiani vivono ogni giorno. Il commento di PAOLA LIBERACE

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Agli studenti italiani non deve essere dispiaciuta l’idea avanzata dai banchi parlamentari del Pdl, e sposata ieri dal ministro Gelmini, di rinviare l’inizio delle lezioni scolastiche in tutto il Paese al mese di ottobre – almeno due o tre settimane in ritardo rispetto ai calendari abituali. Almeno in linea di principio, potrebbe non dispiacere neppure ai loro genitori: soprattutto se lo scopo fosse quello dichiarato, di cogliere le migliori opportunità economiche per le vacanze disponibili nel mese di settembre.

Naturalmente, se interrogati sul tema, in pochi si dichiarano contrari a trascorrere le ferie con la loro famiglia in un periodo meno affollato, con tariffe alberghiere più accessibili, e senza subire la corveé del traffico delle partenze e dei rientri da alta stagione: un sondaggio improvvisato sul sito internet dell’emittente Sky, che ha raccolto le dichiarazioni del ministro, ha visto esprimersi in favore dell’ipotesi ben il 67% dei partecipanti.

Se questo quadro idillico non è oggi già completo davanti ai nostri occhi c’è tuttavia una ragione: e non è certo legata alla data di inaugurazione dell’anno scolastico. A impedire un ideale prolungamento della stagione turistica è piuttosto l’organizzazione del lavoro, soprattutto dipendente, che a tutt’oggi concentra in maniera quasi generalizzata (e non sempre dipendente dalle effettive necessità) i periodi di minore attività nel mese di agosto, incentivando – se non addirittura obbligando – i lavoratori a fruire delle desiderate ferie in quel frangente.

Un eventuale provvedimento come quello sponsorizzato dal ministro sortirebbe dunque il primo effetto di mettere ulteriormente in difficoltà le famiglie rispetto all’affidamento dei figli durante i mesi di chiusura scolastica: è questo, ad esempio, il senso delle obiezioni provenienti dalla Lega Nord, che ha inteso interpretare gli umori di una larga parte dell’elettorato.

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Eppure, se fosse solo questo il punto, non sarebbe sufficiente ad accantonare l’idea. Come di frequente accade nei casi in cui famiglia e lavoro si fronteggiano, anche questa obiezione risolve il conflitto tra i due termini guardando unicamente al secondo. Quando esigenze familiari e lavorative sono in conflitto, troppo spesso si dà per scontato che a prevalere debbano essere le seconde: e che per soddisfare le prime basti accantonarle, o delegarle a terzi.

 

Invocando l’anticipo dell’inizio delle lezioni come soluzione ideale ai problemi di conciliazione delle famiglie, si ammette insomma quasi candidamente che lo scopo effettivo non abbia a che fare con l’educazione o la didattica, ma con un ammortizzazione sociale. Eppure, chi oggi accusa Gelmini di mettere in secondo piano i fini formativi rispetto a quelli turistici difficilmente sarebbe disposto a muovere lo stesso rilievo a chi antepone la dura legge del cartellino a quella dell’istruzione.

 

Lo slittamento dell’anno scolastico potrebbe invece offrire un’occasione di ribaltare i rapporti di forza tra i due termini: ma questo è possibile solo se, oltre che concentrarsi sulla scuola, si tiene presente anche la famiglia, le attività dei suoi membri e il loro equilibrio.

 

Diversamente, l’effetto del provvedimento sarebbe unicamente quello di sollecitare ulteriormente la delega della cura familiare durante la stagione estiva, a favore di tate, baby-sitter o servizi come campi scuola e colonie estive, che già oggi vengono in soccorso delle esigenze delle famiglie – o meglio, di quelle dei loro datori di lavoro -. Uno sviluppo che costringerebbe i genitori lavoratori a ulteriori, indesiderati esborsi – e non certo per andare in vacanza con i figli: a discapito dell’atteso influsso positivo sulla stagione turistica.

 

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Cos’altro si può fare, invece? La medesima crisi che in questi giorni spinge il governo a mettere mano ai conti (istanza forse non estranea alla stessa proposta fatta propria dal ministro Gelmini, che inciderebbe verosimilmente anche sulla spesa per il personale scolastico) ha già suggerito negli Stati Uniti provvedimenti in favore della flessibilità lavorativa: in difesa dei posti di lavoro, e allo stesso tempo orientati a una profonda revisione dei ritmi e degli orari lavorativi.

 

La stessa occasione potrebbe essere colta, nel nostro Paese, per smetterla di modellare le vite lavorative di tutti i dipendenti sullo stesso schema annuale; più in generale, per mettere in discussione l’indispensabilità della presenza sul luogo di lavoro, in particolare – ma non solo – per il settore del terziario avanzato; e infine per sperimentare il "flexible downsizing”, allargando decisamente il ricorso al part-time e al job sharing.

 

Insomma, si tratta di liberare tempo: tempo da dedicare alle vacanze, alla famiglia, ai figli, a un lavoro più efficiente. E di liberare denaro: denaro da restituire alle famiglie – non più costrette a stipendiare supporti esterni per la cura dei figli – e alle aziende – che aprendo alla flessibilità eviterebbero gli effetti collaterali, anche economici, della diffusa rigidità (come l’assenteismo e la necessità di “tagli”).

 

Ma a tenere sotto sequestro questo tempo, questo denaro oggi non è la scuola: intervenire solo su di essa, senza toccare l’organizzazione del lavoro e gli strumenti di conciliazione, senza adoperarsi per riconoscere alle famiglie un’effettiva libertà di scelta, li condannerebbe anzi a una prigionia ancora più dura.

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