MATURITA’ 2010/ Traccia D (svolgimento): Aristotele e la musica, tra filosofia, educazione e società

- Paolo Vites

Lo svolgimento della traccia D su la musica e Aristotele ad opera di PAOLO VITES

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La Musica, diceva Aristotele, non va praticata per un unico tipo di beneficio che da essa può derivare, ma per usi molteplici, poiché può servire per l’educazione, per procurare la catarsi e in terzo luogo per ricreazione, il sollievo e il riposo dallo sforzo.

 

Il candidato si soffermi sulla funzione, sugli scopi e sugli usi della musica nella società contemporanea. Se lo ritiene opportuno, può fare riferimento anche a sue esperienze di pratica e/o ascolto musicale. (Fonte: indiscrezioni web)

Nel corso dei secoli la funzione della musica, come di ogni espressione artistica dell’uomo, non è cambiata da quando Aristotele ne suggeriva gli “usi molteplici”. Questo perché ogni espressione del genio artistico dell’uomo (tra cui appunto anche la musica) rimane costante: esprimere l’inesprimibile. Comunicare cioè quei grandi moti del cuore che accumunano l’uomo della preistoria a quello dell’era moderna.

La musica, proprio perché espressione indefinibile (un musicista contemporaneo ha intelligentemente notato che “parlare di musica è come danzare di architettura”), intoccabile, ondivaga, a differenza di altre espressioni “fisiche” come la pittura o la scultura, meglio di altre espressioni umane comunica quei moti inesprimibili a parole del cuore, che sono il desiderio di felicità, di appagamento della propria umanità, di compimento di sé, cioè appunto le espressioni del cuore.

Per cui l’uomo di ogni epoca storia ha trovato nella musica “il sollievo” di cui dice Aristotele, ma anche lo struggimento, la malinconia, la tristezza e certamente “la catarsi” sempre citando il filosofo greco. Catarsi intesa come possibilità, grazie alla musica, di ottenere stimoli e “illuminazioni”positive che spingano a riprendere possesso delle proprie condizioni psicofisiche con maggior ottimismo e volontà costruttiva.

 

 

Ma anche, come ha detto benissimo lo scrittore contemporaneo Nick Hornby, che ha dedicato molti dei suoi romanzi alla musica come essa è vissuta nella società contemporanea a noi, ad esempio il libro High Fidelity – Alta fedeltà, un processo inverso. Ecco una sua considerazione estremamente attinente a ciò che ci comunica l’ascolto della musica:

 

"Cosa è venuto prima, la musica o la sofferenza?Ascoltavo la musica perché soffrivo? O soffrivo perché ascoltavo la musica? Sono tutti quei dischi che ci fanno diventare maliconici? La gente si preoccupa perché i ragazzini giocano con le armi, perché gli adolescenti guardano film violenti; c’è la paura che nei giovani finisca per imporsi una specie di cultura della violenza. Nessuno si preoccupa dei ragazzini che ascoltano migliaia di canzoni – migliaia, letteralmente – che parlano di cuori spezzati, e abbandoni e dolore e sofferenza e perdita. Le persone più infelici che conosco, dico in senso amoroso, sono anche quelle pazze per la musica pop; e non sono sicuro che la musica pop sia stata la causa della loro infelicità, ma so per certo che sono persone che hanno ascoltato canzoni tristi più a lungo di quanto non siano durate le loro tristi storie".

 

L’epoca moderna, a partire dalla nascita e dalla rivoluzione del rock’n’roll, cioè la metà degli anni Cinquanta del secolo scorso, ha visto la musica diventare un prodotto di massa come non lo era mai stata in precedenza, cioè all’epoca dei grandi compositori di musica classica o quella degli improvvisatori di jazz, fenomeni rimasti per forza di cose sempre piuttosto di élite.

 

Essendo la musica diventata fenomeno di massa, è diventata anche fenomeno commerciale di ampiezza enorme. Ciò ha portato ovviamente a uno svilimento di quella motivazione primaria che la musica contiene,quelle grandi esigenze del cuore di cui abbiamo parlato prima.

 

 

Spesso la musica contemporanea viene definita “musica da ascensore” o “musica da sala da aspetto” (un noto musicista e produttore rock, Brian Eno, ha pubblicato alcuni dischi di musica da aeroporto, quella musica da ascoltare in sottofondo mentre si aspetta il proprio aereo).

 

Musica appunto da sottofondo, musica che non ha più alcuno scopo educativo, di sollievo, ricreativo, ma solo di apparente distrazione. La distrazione dalle esigenze del cuore è il grande male di tutta la società contemporanea, ma fermandosi alla musica, ridurla a puro sottofondo mentre si è impegnati in altro è un devastante tradimento delle più autentiche motivazioni da cui essa nasce. Anche i grandi concerti rock degli ultimi decenni, seppur partendo da una motivazione diversa, in un certo senso hanno portato al medesimo fine, quello di una fuga dalla realtà.

 

Il concerto rock oggi viene perlopiù vissuto come momento di fuga dalla vita quotidiana, due ore di realtà alternativa in cui è concessa ogni astrazione. Basti vedere il fenomeno dei grandi concerti negli stadi, oggi sempre più abituali, dove il concerto è impensabile senza scenografie e effetti visivi costosissimi e appariscenti. La musica diventa un fenomeno tridimensionale, che senza tali scenografie perderebbe gran parte del suo effetto. In ciò hanno contribuito anche sviluppi degli ultimi decenni, come le televisioni musicali e i videoclip, dove la pura immaginazione dell’ascoltatore viene sostituita con immagini pensate da altri al posto suo. Fuga dalla realtà incoraggiata anche dall’uso massiccio di droghe collegato all’ascolto di (certa) musica.

 

Se alla fine degli anni Sessanta la droga era vissuta come un momento di crescita, di ampliamento delle “porte della percezione”, di maggior consapevolezza, nel corso dei decenni i vari tipi di droga hanno rivelato la loro totale inconsistenza portando l’ascoltatore di musica ad associare la musica con il consumo di droga come una “doppia” fuga dalla realtà. Per fortuna esistono ancora esempi, in realtà sempre più rari, di musicisti che sanno ancora comunicare quelle grandi espressioni del cuore che sole andrebbero associate all’ascolto e alla creazione musicale.

 

 

Ed esistono ancora ascoltatori che sanno coglierle. In questo senso, certa musica rock esprime tutt’oggi il meglio di queste grandi esigenze del cuore, più di tante forme d’espressione umane che invece si perdono sempre più nell’astrazione. Sono ormai piccole aree di ascolto che vanno preservate. Il pittore americano William Congdon diceva che se una canzone non è una porta aperta sul mistero, essa è solo rumore. E’ questa concetto di canzone e dunque di musica che va valorizzato, cercato dove lo si possa trovare. Uno dei massimi esponenti di questa canzone rock, Nick Cave, la identifica nella canzone d’amore, espressione totale delle esigenze del cuore, in un certo senso identificabile a quanto secoli fa esprimevano poeti come Shakespeare e Dante Alighieri: “Qui i nostri impulsi creativi stanno in agguato al fianco delle nostre vite, pronti a saltare su e aprire buchi, buchi dai quali può nascere l’ispirazione.

 

Ognuno di noi ha bisogno di creare, lo stesso dolore è un atto creativo. Benché la Canzone d’Amore si manifesti in forme diverse – canzoni di esaltazione e preghiera, canzoni di rabbia e disperazione, canzoni erotiche, canzoni di abbandono e perdita – tutte si rivolgono a Dio, perché è la casa stregata dal desiderio nella quale abita la vera Canzone d’Amore. C’è un lamento nel vuoto per l’amore e per il conforto, ed esso vive sulle labbra del bambino che piange per sua madre. E’ la canzone dell’amante che ha bisogno del suo amato, il delirio del supplicante impazzito che chiama il suo dio.

 

E’ il pianto di uno che è incatenato alla terra e brama di volare, di volare dentro l’ispirazione e l’immaginazione e la divinità. La Canzone d’amore è il suono dei nostri sforzi per diventare come Dio per risorgere ed elevarci sopra gli esseri terreni e i mediocri. Io credo che la Canzone d’Amore debba essere una canzone triste. È il rumore del dolore stesso, è il desiderio di essere trasportati dall’oscurità alla luce, di essere toccati dalla mano di Colui che non è di questo mondo. La Canzone d’Amore è la luce di Dio, giù nel profondo, che si fa largo tra le nostre ferite. Alla fine la Canzone d’Amore esiste per riempire, con il linguaggio, il silenzio tra noi stessi e Dio, per abbattere la distanza tra il temporale e il divino”. Infine, citando un altro massimo esponente di questa Canzone d’Amore, Leonard Cohen, la musica è quella crepa attraverso cui passa il mistero: “C’è una crepa in ogni cosa, ed è da lì che passa la luce”.

 

(Riflessioni in tempo reale ispriate dal titolo del tema sulla musica)



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